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Legge 428/1990

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131 provvedimenti

Rimborso Accise Negato: il Bilancio Prova la Traslazione dell’Imposta
Una società fornitrice di gas chiede la restituzione di accise pagate in eccesso. L'Amministrazione Finanziaria nega il rimborso, sostenendo che l'azienda ha già trasferito tale costo sui clienti finali. La Corte di Cassazione affronta il tema del rimborso accise e traslazione dell'imposta, stabilendo un principio chiave: la prova della traslazione può essere fornita tramite i bilanci aziendali. Se l'accisa extra è stata contabilizzata come 'costo di produzione', si presume che sia stata inclusa nel prezzo finale pagato dagli utenti. Di conseguenza, l'azienda non ha subito un danno economico e non ha diritto al rimborso. La Corte dà ragione all'Agenzia Fiscale, negando la restituzione alla società.
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Prescrizione Dazi Doganali: Frode Salva l’Agenzia delle Dogane
Un'azienda importatrice si opponeva alla richiesta di maggiori dazi da parte dell'Agenzia delle Dogane, sostenendo che il diritto alla riscossione fosse scaduto. L'Agenzia, invece, riteneva che il termine di prescrizione fosse stato esteso a causa di un reato collegato alle importazioni. La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale sulla prescrizione dei dazi doganali: per interrompere il termine triennale è sufficiente una prima 'notitia criminis' (denuncia) che segnali un meccanismo fraudolento. Anche se questa denuncia si riferiva a operazioni precedenti, la sua esistenza ha permesso all'Agenzia di agire legittimamente anche per le importazioni successive. Di conseguenza, la pretesa dell'Agenzia è stata considerata valida.
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Fondo di Garanzia TFR: No al pagamento se l’azienda è solvente
La Corte di Cassazione ha negato agli eredi di un lavoratore l'accesso al Fondo di Garanzia TFR. Il lavoratore era stato trasferito da un'azienda, poi fallita, a una nuova società che ha continuato il rapporto di lavoro. Secondo i giudici, il Fondo interviene solo se il datore di lavoro finale è insolvente. Poiché il rapporto di lavoro è proseguito con un'azienda 'in bonis' (solvente), è quest'ultima a dover pagare il TFR accumulato, non l'INPS. La continuità del rapporto con un soggetto solvibile esclude l'intervento del Fondo di Garanzia TFR, rendendo il nuovo datore l'unico debitore.
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Rimborso Accise: Fisco perde se non prova la traslazione imposta
Una società energetica chiede il rimborso delle accise sul gas naturale usato per produrre elettricità, in base a una direttiva UE. L'Amministrazione Finanziaria nega il rimborso, sostenendo che l'azienda non ha dimostrato di non aver trasferito il costo dell'imposta sui clienti finali. La Corte di Cassazione ha ribaltato questa visione, stabilendo un principio chiaro: l'onere della prova traslazione imposta spetta esclusivamente all'Amministrazione Finanziaria. Poiché l'ente non ha fornito prove concrete di tale trasferimento, il ricorso dell'Amministrazione è stato respinto e il diritto al rimborso della società è stato confermato. La mancata collaborazione del contribuente non è sufficiente a invertire questo onere.
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Cambio Appalto 118: No al Trasferimento di Azienda, Lavoratore Escluso
Un lavoratore impiegato nel servizio di emergenza sanitaria 118 non viene assunto dalla nuova società che subentra nella gestione dell'appalto. Egli sostiene che si tratti di un trasferimento di azienda, chiedendo il diritto alla continuità del rapporto di lavoro. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta. I giudici hanno chiarito che per aversi un vero trasferimento di azienda non basta la successione in un contratto di servizio. È necessario che vi sia il passaggio di un insieme organizzato di beni significativi (come ambulanze, attrezzature) che permetta alla nuova società di operare. In questo caso, la nuova azienda aveva reperito i mezzi autonomamente, escludendo quindi l'applicazione delle tutele previste per il trasferimento di azienda.
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Licenziamento per Trasferimento d’Azienda: Nullo se è Condizione
La Corte di Cassazione ha stabilito che il licenziamento per trasferimento d'azienda è illegittimo se la riduzione del personale è una condizione necessaria per la cessione. Nel caso esaminato, un lavoratore era stato licenziato nell'ambito di una procedura collettiva avviata contestualmente alle trattative per la vendita della compagnia aerea. I giudici hanno ritenuto che il licenziamento non fosse motivato da autonome ragioni economiche, ma avesse lo scopo di agevolare il trasferimento stesso, violando così l'articolo 2112 del codice civile. La Corte ha quindi annullato il licenziamento, dando ragione al lavoratore.
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Trasferimento d’azienda: accordo non basta, lavoratore reintegrato
Un lavoratore, licenziato nell'ambito di una procedura collettiva, ha ottenuto la reintegrazione presso la società che aveva acquisito l'azienda dal suo precedente datore di lavoro. La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di trasferimento d'azienda, il rapporto di lavoro prosegue automaticamente con il nuovo acquirente. Anche in presenza di uno stato di crisi e di accordi sindacali, non si può derogare a questo principio fondamentale. La tutela del posto di lavoro prevale, rendendo illegittimo un licenziamento basato su criteri non corretti e confermando la continuità del rapporto con la nuova società. La sentenza chiarisce i limiti degli accordi sindacali nel contesto di un trasferimento d'azienda.
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Azienda sbaglia criteri: licenziamento collettivo illegittimo
Un lavoratore di una compagnia aerea impugna il proprio licenziamento avvenuto durante una procedura di mobilità. La Corte di Cassazione ha confermato che si trattava di un licenziamento collettivo illegittimo. L'azienda, infatti, non è riuscita a dimostrare di aver applicato correttamente i criteri di scelta, in particolare non ha provato che i colleghi rimasti in servizio avessero titoli professionali superiori. Questa violazione sostanziale, e non solo formale, ha portato all'annullamento del licenziamento, con conseguente obbligo per la nuova compagnia acquirente di reintegrare il lavoratore e di risarcirgli il danno. La vecchia società è stata condannata in solido per il solo risarcimento.
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Trasferimento d’azienda negato: cessione beni contro tutele
Un ex dipendente di una nota compagnia aerea in amministrazione straordinaria ha impugnato il proprio licenziamento, rivendicando il diritto all'assunzione presso la nuova società acquirente. Il lavoratore sosteneva che l'operazione configurasse un vero e proprio trasferimento d'azienda, con conseguente applicazione delle tutele a salvaguardia del posto di lavoro. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando le decisioni di merito. I giudici hanno chiarito che la cessione ha riguardato solo singoli beni aziendali con una finalità strettamente liquidatoria, escludendo la continuità economica tra la vecchia e la nuova impresa. In assenza di un trasferimento d'azienda, non scatta l'obbligo di riassorbimento del personale. La Suprema Corte ha inoltre negato il rinvio alla Corte di Giustizia Europea, ritenendo la normativa comunitaria già ampiamente chiarita da precedenti pronunce.
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Rimborso IRBA: perché la Regione non è il soggetto passivo
Una società ha richiesto a un'Amministrazione regionale il Rimborso IRBA (imposta regionale sulla benzina per autotrazione) versata nell'ultimo biennio, ritenendo il tributo incompatibile con il diritto comunitario. Dopo una decisione favorevole in secondo grado, la Corte di Cassazione ha ribaltato l'esito rilevando d'ufficio il difetto di legittimazione passiva dell'ente territoriale. La Suprema Corte ha chiarito che, sebbene il gettito sia destinato alle Regioni, la gestione tecnica, l'accertamento e la riscossione del tributo sono rimasti in capo all'Agenzia delle Dogane. Di conseguenza, l'azione legale per ottenere il Rimborso IRBA deve essere rivolta esclusivamente all'Agenzia fiscale e non alla Regione. La sentenza è stata cassata senza rinvio, con il rigetto definitivo dell'originaria domanda della contribuente per errore nell'individuazione della controparte processuale.
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Superminimo non assorbibile: diritti e tutele.
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di alcune lavoratrici trasferite a seguito di cessione di ramo d'azienda. Un precedente accordo di armonizzazione aveva trasformato un premio di risultato in un superminimo non assorbibile di 4.000 euro annui. La società cessionaria aveva successivamente tentato di eliminare tale voce retributiva attraverso un nuovo accordo collettivo e una disdetta unilaterale. La Suprema Corte ha stabilito che, sebbene il superminimo non assorbibile sia un diritto individuale intangibile una volta entrato nel contratto del lavoratore, gli accordi collettivi a tempo indeterminato possono essere disdettati dal datore di lavoro. Tuttavia, la mancanza di preavviso nel recesso non comporta l'applicazione perpetua dell'accordo, ma solo eventuali profili risarcitori.
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Fondo di garanzia INPS: No se il lavoro continua con un nuovo datore
La Cassazione nega l'intervento del Fondo di garanzia INPS per il pagamento di TFR e stipendi se, dopo un trasferimento d'azienda, il rapporto di lavoro prosegue con il nuovo datore. Anche se il vecchio datore è insolvente, la responsabilità dei crediti passa al nuovo acquirente (cessionario), che è solvente. Il Fondo interviene solo quando il rapporto di lavoro cessa a causa dell'insolvenza del datore e non c'è un'altra azienda che prosegue l'attività. La continuità lavorativa con il nuovo soggetto esclude quindi la possibilità di ricorrere alla garanzia statale, poiché esiste un altro debitore in grado di pagare.
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Trasferimento d’azienda: l’INPS non paga se il lavoro continua
La Cassazione ha stabilito che il Fondo di Garanzia INPS non interviene in caso di trasferimento d'azienda se il rapporto di lavoro prosegue con il nuovo datore. Alcuni lavoratori, passati a una nuova società dopo che la precedente era entrata in amministrazione straordinaria, avevano chiesto all'INPS il pagamento di TFR e stipendi arretrati. La Corte ha respinto la richiesta, chiarendo che la tutela dei lavoratori è garantita dalla responsabilità del nuovo datore, che eredita i debiti del precedente. L'intervento del Fondo è previsto solo in caso di cessazione del rapporto di lavoro a causa di insolvenza del datore, una condizione che non si verifica quando l'attività e i dipendenti passano a un nuovo soggetto.
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Fondo di Garanzia TFR: requisiti e fallimento
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto di un lavoratore ad accedere al Fondo di Garanzia TFR gestito dall'INPS a seguito del fallimento del datore di lavoro. Il caso riguardava un'azienda inizialmente affittata a un terzo e poi retrocessa alla società fallita prima del licenziamento. La Corte ha stabilito che l'insolvenza del datore di lavoro attuale al momento della cessazione del rapporto è il presupposto fondamentale per l'intervento del Fondo.
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Cessione d’azienda: tutele per il lavoratore salve
Un istituto di credito ha acquisito un ramo da un'altra banca in crisi. I lavoratori, trasferiti al nuovo datore, hanno rivendicato l'applicazione dell'art. 2112 c.c., che garantisce la continuità delle condizioni di lavoro. La banca si opponeva, basandosi su accordi di conciliazione individuali. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della banca, confermando che l'operazione costituiva una cessione d'azienda. Di conseguenza, ha dichiarato nulli gli accordi individuali in quanto contrari alle tutele inderogabili per i lavoratori. La causa è stata rinviata alla Corte d'Appello solo per la corretta quantificazione delle differenze retributive dovute.
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Trasferimento d’azienda: licenza bancaria irrilevante
La Corte di Cassazione ha confermato che il passaggio di dipendenti da un istituto di credito in liquidazione a un'altra banca costituisce un trasferimento d'azienda ai sensi dell'art. 2112 c.c., con la conseguente applicazione di tutte le tutele per i lavoratori. La Corte ha stabilito che la revoca dell'autorizzazione all'attività bancaria della società cedente è irrilevante per la qualificazione dell'operazione, poiché la licenza è un titolo personale e non un bene aziendale trasferibile. Di conseguenza, gli accordi individuali di conciliazione che prevedevano la rinuncia a diritti futuri sono stati dichiarati nulli.
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Cessione ramo d’azienda: quando non si applica la decadenza
In un caso di cessione di ramo d'azienda nel settore bancario, la Corte di Cassazione ha stabilito che i lavoratori non sono soggetti a termini di decadenza per richiedere l'accertamento della continuità del loro rapporto di lavoro con la società acquirente. L'ordinanza conferma che, se l'operazione costituisce un effettivo trasferimento ai sensi dell'art. 2112 c.c., la tutela legale dei dipendenti è automatica e non può essere annullata da accordi individuali basati su presupposti errati, i quali sono da considerarsi nulli.
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Trasferimento d’azienda: quando è nullo l’accordo?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 31441/2023, ha chiarito che un'operazione tra due istituti di credito, formalmente presentata come cessione di singoli contratti di lavoro, costituisce in realtà un trasferimento d'azienda se ne possiede le caratteristiche sostanziali. Di conseguenza, si applica la tutela inderogabile dell'art. 2112 c.c., che garantisce la continuità del rapporto di lavoro alle medesime condizioni. La Corte ha stabilito la nullità degli accordi individuali di conciliazione volti a derogare a tale disciplina, anche in presenza di una crisi aziendale della cedente, se non sono state rispettate le corrette procedure sindacali.
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Remunerazione medici: la Cassazione nega arretrati
Numerosi medici specializzandi, formati prima dell'anno accademico 2006/2007, hanno richiesto un adeguamento economico, sostenendo che la borsa di studio percepita non costituisse un'adeguata remunerazione secondo le direttive europee. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 30799/2023, ha dichiarato i ricorsi inammissibili. Ha confermato che la normativa applicabile è il D.Lgs. 257/1991, che prevedeva una borsa di studio, ritenuta sufficiente attuazione degli obblighi comunitari. Il trattamento economico più favorevole, introdotto con il D.Lgs. 368/1999, non è retroattivo e si applica solo a partire dall'anno accademico 2006/2007, rappresentando una scelta discrezionale del legislatore e non un tardivo adempimento.
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Borse specializzandi medici: no a compensi maggiori
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un gruppo di medici specializzatisi tra il 1978 e il 1994, che chiedevano un risarcimento per l'inadeguata remunerazione ricevuta. La Corte ha stabilito che lo Stato italiano ha correttamente recepito le direttive comunitarie con il D.Lgs. 257/1991, istituendo borse specializzandi medici considerate adeguate. Il trattamento economico più favorevole introdotto dal D.Lgs. 368/1999 si applica solo dall'anno accademico 2006-2007 e non ha valore retroattivo. Inoltre, il diritto al risarcimento era comunque prescritto, essendo l'azione legale stata avviata nel 2016, ben oltre il termine decennale.
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