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Legge 183/2010

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672 provvedimenti

Contratto a termine: obbligo causale enti ricerca
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità di un contratto a termine stipulato da un ente pubblico di ricerca. Nonostante l'ente invocasse una normativa speciale legata all'utilizzo di fondi comunitari, i giudici hanno stabilito che tale regime non esonera dall'obbligo di indicare una specifica causale giustificatrice. La mancanza di motivazione nel contratto rende nulla l'apposizione del termine, in quanto la normativa speciale può derogare ai limiti quantitativi ma non ai requisiti di forma e sostanza previsti dalla disciplina generale sul lavoro a tempo determinato.
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Danno da precarizzazione: quando spetta il risarcimento
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso di una lavoratrice che richiedeva il risarcimento per il danno da precarizzazione a seguito di collaborazioni non genuine con un ente sanitario pubblico. Nonostante il riconoscimento della natura subordinata del rapporto, la Corte ha ribadito che nel pubblico impiego il risarcimento non è automatico. Il danno da precarizzazione deve essere specificamente allegato e provato dal lavoratore, non potendo essere considerato implicito nella mera violazione contrattuale. Poiché la ricorrente aveva richiesto solo danni per perdita di reddito futuro e non aveva fornito prove sul pregiudizio derivante dall'instabilità lavorativa, la domanda è stata rigettata in sede di rinvio.
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Contratti a termine: risarcimento e offerta tardiva
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un'insegnante che ha subito l'abuso di contratti a termine reiterati per oltre dieci anni da parte di un ente locale. Nonostante l'ente avesse offerto la stabilizzazione durante il giudizio, la lavoratrice aveva già ottenuto un impiego stabile presso un'altra amministrazione. La Suprema Corte ha stabilito che un'offerta di assunzione tardiva, intervenuta quando il lavoratore ha già risolto autonomamente la propria precarietà, non cancella il diritto al risarcimento del danno, poiché manca il nesso causale diretto tra l'offerta dell'ente e la cessazione dell'abuso.
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Stabilizzazione: quando il concorso non sana l’abuso
La Corte di Cassazione ha stabilito che la semplice partecipazione a un concorso riservato non costituisce una stabilizzazione idonea a sanare l'abuso di contratti a termine. Una lavoratrice di un ente locale aveva richiesto il risarcimento per la reiterazione di contratti precari durata oltre otto anni. La Corte d'Appello aveva negato il ristoro, ritenendo che la chance di partecipare a un concorso pubblico fosse sufficiente a compensare il danno. La Suprema Corte ha invece chiarito che solo l'assunzione effettiva o la certezza del ruolo in tempi brevi può avere efficacia sanante, annullando la decisione precedente.
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Stabilizzazione del lavoratore: risarcimento e limiti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Ministero contro la condanna al risarcimento per contratti a termine illegittimi. Il Ministero invocava la sopravvenuta stabilizzazione del lavoratore come motivo per annullare il danno, ma la Corte ha ribadito che nel giudizio di legittimità non possono essere allegati fatti nuovi o prove documentali non prodotte nei gradi di merito. La stabilizzazione del lavoratore, avvenuta dopo la decisione d'appello, non cancella automaticamente l'illecito pregresso se non dedotta tempestivamente nelle sedi opportune.
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Contratto a termine: stop agli abusi della PA
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità di una serie di rapporti di lavoro basati sul contratto a termine stipulati da un'amministrazione pubblica oltre il limite dei 36 mesi. Il datore di lavoro pubblico aveva tentato di giustificare la mancata assunzione definitiva adducendo motivi disciplinari e penali riguardanti il lavoratore, ma tali eccezioni sono state dichiarate inammissibili perché sollevate per la prima volta solo in sede di legittimità. La Corte ha ribadito il diritto del dipendente a ricevere un'indennità risarcitoria per l'abuso della reiterazione dei contratti a tempo determinato, condannando l'amministrazione al pagamento delle spese legali.
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Impugnazione licenziamento: i termini di decadenza
La Corte di Cassazione ha confermato la decadenza dall'azione giudiziaria per una lavoratrice che aveva contestato il proprio licenziamento oltre i termini legali. Il cuore della controversia riguarda l'impugnazione licenziamento e il calcolo dei 180 giorni per il deposito del ricorso o del tentativo di conciliazione. La Suprema Corte ha ribadito che tale termine decorre dalla data di spedizione dell'impugnazione stragiudiziale e non dalla sua ricezione da parte del datore di lavoro. Nel caso di specie, la comunicazione era stata inviata al 183° giorno, rendendo l'azione tardiva e inammissibile.
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Somministrazione di lavoro: stop alle causali generiche
La Corte di Cassazione ha confermato la conversione di un rapporto di somministrazione di lavoro in contratto a tempo indeterminato a causa della genericità della causale. Il contratto si limitava a richiamare il testo normativo senza specificare le reali esigenze temporanee dell'azienda. La Corte ha inoltre stabilito che le aziende speciali delle Camere di Commercio non sono pubbliche amministrazioni, permettendo quindi la stabilizzazione del personale in caso di irregolarità contrattuale.
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Contratti a termine: abuso e risarcimento enti locali
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un Ente locale contro la condanna al risarcimento del danno in favore di una lavoratrice impiegata con ripetuti contratti a termine per oltre dodici anni. La sentenza conferma che l'utilizzo di personale esterno per uffici di diretta collaborazione, ai sensi dell'art. 90 TUEL, deve essere residuale rispetto al personale interno. La Corte ha stabilito che i contratti a termine stipulati in violazione di tali criteri sono illegittimi e che il risarcimento, calcolato come indennità onnicomprensiva, non può essere ridotto deducendo i guadagni ottenuti dalla lavoratrice presso altri datori di lavoro.
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Contratto a termine: la clausola deve essere specifica
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di una lavoratrice contro un ente gestore autostradale, stabilendo che la clausola di un **contratto a termine** deve essere specifica e risultare direttamente dall'atto scritto. Non è sufficiente che il dipendente conosca le ragioni dell'assunzione tramite fonti esterne (aliunde). La decisione ribadisce l'obbligo di forma scritta per le ragioni tecnico-organizzative, pena l'illegittimità del termine e la potenziale conversione del rapporto.
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Conversione rapporto di lavoro: stop nel pubblico.
La Corte di Cassazione ha confermato il divieto di conversione rapporto di lavoro da tempo determinato a indeterminato nel settore della Pubblica Amministrazione. Nonostante la nullità del termine apposto al contratto, il lavoratore pubblico non può ottenere la stabilizzazione automatica a causa dell'obbligo costituzionale di accesso tramite concorso pubblico. La tutela per il dipendente si limita esclusivamente al risarcimento del danno economico, parametrato tra un minimo di 2,5 e un massimo di 12 mensilità, come previsto dalla normativa vigente.
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Clausola di salvaguardia sociale: diritto assunzione
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto di alcuni lavoratori al mantenimento del posto di lavoro presso un istituto bancario subentrato nella gestione del servizio di tesoreria di un ente locale. La decisione ruota attorno alla clausola di salvaguardia sociale, che impone al nuovo concessionario l'obbligo di assunzione del personale già impiegato dal precedente gestore. La Suprema Corte ha respinto il ricorso della banca, chiarendo che non si applicano i termini di decadenza previsti per l'impugnazione dei licenziamenti, poiché i lavoratori non contestavano la fine del precedente rapporto, ma rivendicavano il diritto legale alla prosecuzione del servizio con il nuovo datore di lavoro.
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Licenziamento per giusta causa e prassi aziendali
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento per giusta causa intimato a una dipendente di una catena di profumerie. La lavoratrice era stata accusata di aver creato una carta fedeltà fittizia per ottenere vantaggi personali. Tuttavia, i giudici hanno accertato che tale condotta rientrava in una prassi aziendale diffusa, nota ai responsabili di negozio, finalizzata ad agevolare gli acquisti dei clienti occasionali. Poiché il fatto contestato mancava dell'elemento del vantaggio personale esclusivo e del danno aziendale descritti nell'addebito, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso della società, confermando il diritto della lavoratrice alla tutela reintegratoria.
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Danno comunitario e abuso contratti a termine
Un lavoratore ha agito contro un ente pubblico denunciando l'abuso di contratti a termine durato oltre diciotto anni. Nonostante l'avvenuta stabilizzazione nel 2019, il ricorrente ha richiesto il riconoscimento del danno comunitario per il lungo periodo di precariato. La Corte di Cassazione, con questa ordinanza, ha rilevato l'entrata in vigore di una nuova normativa (Legge 166/2024) che modifica profondamente il regime risarcitorio, elevando le indennità fino a ventiquattro mensilità. Il Collegio ha quindi rinviato la questione in pubblica udienza per stabilire se il nuovo regime si applichi ai processi pendenti e se la stabilizzazione possa ancora neutralizzare il diritto al risarcimento.
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Interposizione illecita: guida alla sentenza
La Corte di Cassazione ha confermato la sussistenza di un'ipotesi di interposizione illecita di manodopera tra una nota società di telecomunicazioni e un gruppo di lavoratori formalmente assunti da una società appaltatrice. I giudici hanno stabilito che il rapporto di lavoro deve intendersi instaurato direttamente con la società committente, poiché l'appalto era privo di una reale autonomia organizzativa. La Corte ha inoltre chiarito che il termine di decadenza per agire contro l'utilizzatore non decorre dal licenziamento intimato dall'appaltatore, ma richiederebbe una formale negazione del rapporto da parte del committente stesso, nel caso di specie mai avvenuta.
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Opposizione allo stato passivo: i diritti del lavoratore
Una lavoratrice ha impugnato il decreto del Tribunale che, in sede di opposizione allo stato passivo, aveva negato il riconoscimento di alcuni crediti lavorativi (premi e spese legali) già accertati in un precedente giudizio. Il Tribunale aveva motivato il rigetto basandosi sulla sola inopponibilità della sentenza precedente alla procedura di liquidazione coatta amministrativa. La Corte di Cassazione ha cassato il provvedimento, stabilendo che l'opposizione allo stato passivo costituisce un vero giudizio di cognizione in cui il giudice deve valutare autonomamente le prove, senza limitarsi a dichiarare l'inopponibilità dei titoli pregressi.
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Abuso contratti a termine: nuove regole risarcimento
La Corte di Cassazione analizza la legittimità del risarcimento per l'abuso contratti a termine nel settore pubblico in presenza di una successiva stabilizzazione. Il caso riguarda una dipendente assunta per oltre diciotto anni con contratti precari. La Corte ha rinviato la decisione a pubblica udienza per valutare l'applicabilità delle nuove sanzioni previste dalla Legge 166/2024, che introduce indennità tra 4 e 24 mensilità.
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Contratti a termine PA: risarcimento e stabilizzazione
La Corte di Cassazione esamina il caso di un lavoratore pubblico che, dopo anni di precariato, ha ottenuto la stabilizzazione. Il nodo centrale riguarda l'applicabilità del nuovo regime indennitario previsto dal D.L. 131/2024 per l'abuso dei contratti a termine PA. La Corte ha rinviato la causa in pubblica udienza per chiarire se l'indennità spetti anche a chi è stato assunto a tempo indeterminato e se la norma sia retroattiva.
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Contratto a termine fondazioni liriche: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un lavoratore contro una nota Fondazione Teatrale riguardante l'abuso del contratto a termine fondazioni liriche. La Suprema Corte ha stabilito che, nonostante le norme sulla acausalità, l'apposizione di un termine è legittima solo se risponde a esigenze temporanee e provvisorie, annullando la sentenza d'appello che aveva negato tutele al lavoratore basandosi esclusivamente sul rispetto dei limiti numerici dei contratti.
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Inquadramento previdenziale impresa: onere della prova
Una società del settore alimentare ha impugnato la sua riclassificazione da artigiana a industriale operata dall'INPS, che contestava il superamento dei limiti dimensionali e la mancanza di partecipazione personale dei soci. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'onere di provare la sussistenza dei requisiti per l'inquadramento previdenziale impresa artigiana spetta alla società stessa. L'iscrizione all'albo ha valore solo indiziario e non vincola l'ente previdenziale, che valuta la natura sostanziale dell'attività.
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