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D.Lgs. 368/2001 — Anno 2023

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146 provvedimenti

Altri anni per D.Lgs. 368/2001

Contratto a tempo determinato: no a deroghe da accordi aziendali
L'Azienda ha assunto La Lavoratrice con diversi contratti a termine, superando il limite massimo di trentasei mesi previsto dalla legge. L'Azienda sosteneva che i contratti stipulati in base a un accordo integrativo aziendale per attività stagionali dovessero essere esclusi dal calcolo dei trentasei mesi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, stabilendo che solo la contrattazione collettiva nazionale, e non quella aziendale, può derogare al limite massimo di durata per il contratto a tempo determinato. Di conseguenza, il rapporto di lavoro è stato dichiarato a tempo indeterminato, con obbligo di riassunzione e risarcimento del danno per La Lavoratrice.
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Abuso dei contratti a termine: risarcimento contro la precarietà
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Ministero della Salute, confermando il risarcimento del danno a favore di una lavoratrice per l'illegittima reiterazione di contratti a tempo determinato oltre i 36 mesi. La Corte ha stabilito che la semplice possibilità di partecipare a procedure di stabilizzazione non cancella il danno subito. L'abuso dei contratti a termine genera infatti un risarcibile danno da precarizzazione, che lede la dignità del lavoratore e la sua stabilità occupazionale. Le ordinanze d'emergenza non possono derogare alla legge se non lo prevedono espressamente. Vince la lavoratrice, che ha diritto al risarcimento.
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Abusiva reiterazione dei contratti: risarcimento sì, ruolo fisso no
Una lavoratrice della Pubblica Amministrazione ha impugnato la successione di contratti a termine stipulati dal 2006 al 2015, superando il limite massimo di trentasei mesi. La Corte d'Appello ha escluso la stabilizzazione per mancanza dei requisiti temporali, ma ha condannato l'ente pubblico al risarcimento del danno per l'abusiva reiterazione dei contratti. La Cassazione ha confermato questa decisione. Il ricorso principale dell'amministrazione è stato dichiarato inammissibile poiché le ordinanze d'urgenza non potevano sanare la mancanza di causali e il superamento dei limiti temporali senza le procedure di legge. Anche il ricorso incidentale della lavoratrice è stato rigettato, in quanto il suo contratto era iniziato successivamente alla data limite utile per la stabilizzazione. Di conseguenza, la condanna al risarcimento in favore della lavoratrice è diventata definitiva.
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Condanna alle spese: niente rimborso se l’azienda non partecipa
Una lavoratrice impugna il suo contratto di lavoro a tempo determinato. Dopo vari gradi di giudizio, la Corte d'Appello, in sede di rinvio, rigetta la domanda della lavoratrice. Inoltre, la condanna a pagare le spese legali anche per la fase di rinvio, nonostante l'azienda non si fosse formalmente costituita in quella fase. La lavoratrice ricorre in Cassazione. La Suprema Corte dichiara inammissibile il motivo sul contratto di lavoro, ma accoglie il secondo motivo relativo alla condanna alle spese. I giudici stabiliscono che non si può condannare la parte soccombente a rimborsare le spese di lite a favore della parte che è rimasta contumace (non costituita), poiché quest'ultima non ha sostenuto costi di difesa. La sentenza viene cassata senza rinvio limitatamente a tale condanna.
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Contratto a termine: sì al posto fisso, no al tempo pieno
Tre musicisti hanno impugnato il loro contratto a termine stipulato con un ente musicale, chiedendo la conversione in rapporto a tempo indeterminato e a tempo pieno. La Corte d'Appello ha dichiarato nullo il termine, ordinando la conversione a tempo indeterminato ma mantenendo il regime part-time. Sia i lavoratori che l'ente hanno fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha rigettato entrambi i ricorsi. Ha confermato che la semplice indicazione dello spettacolo o dello strumento non giustifica il contratto a termine. Tuttavia, ha chiarito che la nullità della scadenza non trasforma automaticamente il rapporto da part-time a tempo pieno, poiché l'orario richiede un accordo specifico tra le parti. Entrambe le parti escono quindi parzialmente sconfitte, confermando la decisione d'appello.
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Contratto a tempo determinato: stagionale ma legittimo
Il Lavoratore ha impugnato il contratto a tempo determinato stipulato con L'Azienda per lo sgombero neve e la manutenzione stradale invernale, ritenendolo illegittimo perché legato a esigenze cicliche e prevedibili. Dopo una complessa vicenda giudiziaria, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del dipendente. I giudici hanno stabilito che l'intensificazione dell'attività nei mesi invernali giustifica pienamente l'assunzione a termine, anche se l'evento climatico si ripete ogni anno. Di conseguenza, il contratto a tempo determinato è stato dichiarato del tutto legittimo e il lavoratore è stato condannato a pagare le spese processuali.
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Contratto a termine nullo: No alla conversione, sì al risarcimento
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di alcuni lavoratori assunti da un ente pubblico economico con una serie di contratti a termine. I giudici hanno confermato l'illegittimità dei contratti, stipulati per coprire esigenze stabili e non temporanee. Tuttavia, hanno negato la conversione del contratto a termine in un rapporto a tempo indeterminato. Il principio sancito è che per gli enti pubblici, anche economici, vige il divieto di assunzione stabile senza un concorso pubblico. Questa regola speciale impedisce la conversione automatica. Ai lavoratori è stato però riconosciuto il diritto a un risarcimento del danno per l'abuso subito da parte dell'ente.
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Conversione contratto a termine: negata per l’ente pubblico
Due lavoratori di un consorzio di bonifica siciliano chiedevano la conversione del contratto a termine in un rapporto a tempo indeterminato, sostenendo l'illegittimità del termine. I giudici di merito avevano accolto la loro richiesta. La Corte di Cassazione, però, ha ribaltato la decisione. Ha stabilito che una specifica legge regionale siciliana vietava a tali enti di assumere personale a tempo indeterminato se non tramite concorso pubblico. Di conseguenza, la conversione del contratto a termine è impossibile, anche se il termine è illegittimo, perché violerebbe una norma imperativa. Ai lavoratori spetta solo il risarcimento del danno, ma non la stabilizzazione del rapporto di lavoro.
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Conversione contratto a termine: negata all’ente, sì al risarcimento
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di alcuni lavoratori di un ente pubblico che chiedevano la conversione del loro contratto a termine in un rapporto a tempo indeterminato. I giudici hanno stabilito un principio fondamentale: nel pubblico impiego, anche se il termine apposto al contratto è illegittimo, non è possibile la conversione automatica in posto fisso. Questo perché prevale la regola costituzionale che impone l'assunzione tramite concorso pubblico. La Corte ha però confermato il diritto dei lavoratori a ricevere un'indennità economica come risarcimento per l'abuso subito. Di conseguenza, la richiesta di conversione contratto a termine è stata respinta, ma il diritto al risarcimento è stato salvaguardato.
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Reiterazione abusiva contratti a termine: conta l’intera storia
Un lavoratore, dopo una serie di contratti a termine, impugna solo l'ultimo. La Cassazione chiarisce un punto fondamentale: sebbene il diritto di contestare i singoli contratti precedenti sia scaduto (decadenza), la loro intera sequenza deve essere valutata dal giudice come 'antecedente storico'. Questa valutazione complessiva è necessaria per verificare se vi sia stata una reiterazione abusiva di contratti a termine, in violazione della normativa italiana ed europea. La Corte stabilisce che l'illegittimità può emergere dall'intera catena di rapporti, anche se solo l'ultimo anello è stato tempestivamente contestato. Di conseguenza, la causa viene rinviata per un nuovo esame che tenga conto di questo principio.
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Precari Scuola: la Cassazione impone il riconoscimento anzianità
La Corte di Cassazione ha stabilito il diritto al pieno riconoscimento dell'anzianità di servizio per i lavoratori del comparto scuola assunti dopo anni di precariato. La sentenza chiarisce che tutto il periodo lavorato con contratti a termine, anche quello precedente alla scadenza della direttiva europea del 2001, deve essere conteggiato per la progressione stipendiale. Viene così bocciata la prassi del Ministero di riconoscere solo parzialmente il servizio pre-ruolo. La Corte sancisce il principio di non discriminazione, equiparando di fatto il trattamento economico tra personale a tempo determinato e indeterminato ai fini degli scatti di anzianità.
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Lavoro in nero e disoccupazione: il riconoscimento non si nega
Una lavoratrice di un supermercato ha ottenuto il pagamento delle differenze retributive per lunghi periodi di lavoro 'in nero', nonostante l'azienda sostenesse il contrario basandosi sul fatto che la dipendente percepiva l'indennità di disoccupazione. La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale per il riconoscimento rapporto di lavoro: la percezione di sussidi non esclude l'esistenza di un'attività lavorativa non regolarizzata. Secondo i giudici, il datore di lavoro è comunque tenuto a pagare per la prestazione ricevuta. L'eventuale indebita percezione di aiuti statali è una questione separata, che riguarda esclusivamente il lavoratore e l'ente previdenziale, non l'azienda.
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Contratto a termine illegittimo? No, se l’azienda è precaria
Un lavoratore ha impugnato il suo contratto a termine, sostenendone la natura di contratto a termine illegittimo. L'azienda sanitaria giustificava la precarietà del rapporto con la propria situazione di operatività provvisoria, essendo in attesa di un accreditamento istituzionale definitivo bloccato da un contenzioso amministrativo. La Corte di Cassazione ha dato ragione all'azienda, stabilendo un principio importante: una comprovata e oggettiva incertezza sull'operatività futura dell'impresa, come l'attesa di un'autorizzazione pubblica essenziale, costituisce una valida ragione per stipulare contratti a tempo determinato. Di conseguenza, il ricorso del lavoratore è stato respinto.
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Impugnazione contratto a termine: la legge nuova vale sul passato?
Una lavoratrice ha contestato la validità di due contratti a termine scaduti nel 1999, chiedendo la conversione in un rapporto a tempo indeterminato. La Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che il termine per l'impugnazione contratto a termine, introdotto dalla legge del 2010, si applica anche ai contratti conclusi prima della sua entrata in vigore. L'azione della lavoratrice è stata quindi considerata tardiva e dichiarata inammissibile. La Corte ha confermato che la nuova e più restrittiva disciplina sui termini di decadenza ha efficacia anche sul passato.
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Abuso Contratti a Termine: Docenti Precari Vincono contro il MIUR
La Corte di Cassazione ha stabilito che la reiterazione di contratti a tempo determinato per i docenti di religione cattolica, protratta per oltre tre anni scolastici, costituisce un abuso di contratti a termine. Questo illecito si verifica quando il Ministero non bandisce i concorsi triennali previsti per legge, costringendo i docenti a un precariato ingiustificato. La sentenza chiarisce che tale abuso non comporta la conversione automatica del rapporto in tempo indeterminato, ma dà diritto a un risarcimento del danno. La Corte ha quindi accolto il ricorso dei docenti, annullando la precedente decisione e rinviando il caso alla Corte d'Appello per la quantificazione del risarcimento.
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Abuso contratti docenti di religione: la Cassazione condanna
La Corte di Cassazione ha stabilito che la reiterazione di contratti a tempo determinato per oltre 36 mesi nei confronti degli insegnanti di religione cattolica costituisce un illecito. Questa pratica configura un abuso contratti a termine docenti di religione, specialmente quando il Ministero non bandisce i concorsi triennali previsti per la stabilizzazione. Anche se nel pubblico impiego non è prevista la conversione automatica del rapporto in tempo indeterminato, sorge per i docenti il diritto a un risarcimento del danno. La Corte ha quindi annullato la precedente decisione che negava tale diritto, rinviando la causa alla Corte d'Appello per una nuova valutazione e per la quantificazione del risarcimento dovuto ai lavoratori.
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Precariato Pubblico: Niente posto fisso ma sì al risarcimento
Una collaboratrice sanitaria ha lavorato per anni presso un'Azienda Sanitaria Pubblica con una successione di contratti a termine. La lavoratrice ha chiesto al giudice di riconoscere l'illegittimità di questa prassi e di convertire il suo rapporto in un posto a tempo indeterminato. La Corte di Cassazione ha ribadito un principio fondamentale: nel settore pubblico, a differenza del privato, l'abuso di contratti a termine non porta alla stabilizzazione. La tutela prevista è il risarcimento danno pubblico impiego. La Corte ha quindi confermato la decisione che negava la conversione del contratto ma riconosceva alla lavoratrice un'indennità economica pari a sei mensilità, come sanzione per il comportamento illegittimo della Pubblica Amministrazione.
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Abuso di contratti a termine: risarcimento anche per ex LSU
Un lavoratore, impiegato per anni da un Comune prima come Lavoratore Socialmente Utile e poi con una serie di contratti a tempo determinato, ha denunciato un abuso di contratti a termine. Le corti inferiori avevano respinto la sua richiesta, ritenendo che la speciale legislazione regionale per la stabilizzazione degli LSU giustificasse le proroghe. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo un principio fondamentale: la normativa europea contro l'abuso di contratti a termine si applica anche a questi rapporti se, nei fatti, il lavoratore svolge mansioni ordinarie e durature per l'ente. La qualifica formale del contratto non può mascherare un reale rapporto di lavoro subordinato. La causa è stata rinviata alla Corte d'Appello per una nuova valutazione e per decidere sull'eventuale risarcimento del danno.
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Abuso contratti a termine scuola: assunzione nega il risarcimento
La Corte di Cassazione ha affrontato il tema dell'abuso contratti a termine scuola. Alcuni collaboratori scolastici, dopo aver lavorato per oltre tre anni con contratti a tempo determinato, sono stati assunti a tempo indeterminato. Nonostante la stabilizzazione, chiedevano un risarcimento economico per l'abuso subito in passato. La Corte ha respinto la richiesta, stabilendo un principio importante: per i casi precedenti alla legge 107/2015 ('Buona Scuola'), l'immissione in ruolo rappresenta già una sanzione adeguata e sufficiente. Di conseguenza, non spetta un ulteriore risarcimento, a meno che il lavoratore non dimostri di aver subito un danno specifico e ulteriore non coperto dalla stabilizzazione.
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Contratto a termine: l’indennità esclude la regolarizzazione contributiva
Un lavoratore, dopo aver ottenuto la conversione del suo contratto a termine in un rapporto a tempo indeterminato a causa di proroghe illegittime, ha chiesto anche la condanna dell'azienda al pagamento dei contributi previdenziali per il periodo intermedio. La Corte di Cassazione ha respinto questa richiesta. Ha stabilito un principio importante: l'indennità risarcitoria prevista dalla legge (L. 183/2010) per i contratti a termine illegittimi copre già ogni tipo di danno, compreso quello previdenziale. Di conseguenza, non è possibile chiedere una separata regolarizzazione contributiva contratto a termine. In pratica, il lavoratore ha diritto all'indennità, ma non al versamento dei contributi per quel periodo.
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