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D.Lgs. 165/2001 — Anno 2023

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709 provvedimenti

Altri anni per D.Lgs. 165/2001

Riparto di giurisdizione: nuovo concorso o graduatoria?
Una lavoratrice ha impugnato la decisione del Comune di assegnare un incarico direttivo a un altro candidato tramite lo scorrimento di una vecchia graduatoria, anziché indire un nuovo concorso. La Corte di Cassazione ha chiarito le regole sul riparto di giurisdizione nel pubblico impiego. Quando si contesta la scelta discrezionale della Pubblica Amministrazione di utilizzare una graduatoria esistente invece di avviare una nuova selezione, la controversia spetta al giudice amministrativo e non a quello ordinario. La ricorrente ha quindi perso il ricorso ed è stata condannata a pagare le spese legali.
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Stabilizzazione del personale precario: quando cancella il risarcimento
Un gruppo di docenti e personale ATA ha fatto causa al Ministero dell'Istruzione chiedendo il risarcimento per l'illegittima reiterazione di contratti a termine. La Corte d'Appello ha negato il risarcimento, ritenendo che la stabilizzazione del personale precario ottenuta dai lavoratori avesse già sanato l'abuso. La Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso dei lavoratori: per quattro docenti, erroneamente considerate stabilizzate dai giudici d'appello, la sentenza è stata cassata con rinvio per valutare il risarcimento. Per i dipendenti effettivamente immessi in ruolo, invece, la Corte ha confermato che l'assunzione a tempo indeterminato costituisce una misura riparatoria sufficiente a escludere ulteriori risarcimenti automatici, salvo la prova rigorosa di un danno ulteriore da parte del lavoratore.
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Somministrazione di lavoro illegittima: risarcimento senza prove
Un lavoratore è stato impiegato come amministrativo presso un ente pubblico tramite un'agenzia interinale per tre anni consecutivi e con sei proroghe. La Corte di Cassazione ha confermato la nullità del contratto per violazione dei limiti quantitativi e per l'utilizzo della flessibilità per coprire carenze d'organico strutturali e non temporanee. La Suprema Corte ha stabilito che, in caso di somministrazione di lavoro illegittima nella pubblica amministrazione, sebbene non sia possibile la conversione del rapporto a tempo indeterminato, il dipendente ha diritto al risarcimento del danno comunitario. Tale indennità, quantificata in sette mensilità, spetta in via presunta senza necessità di fornire una prova specifica del danno subito. L'ente pubblico è stato quindi condannato a pagare il risarcimento e le spese legali.
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Mansioni superiori: dipendente vince contro l’ente pubblico
Una lavoratrice, inquadrata nell'area B, ha richiesto le differenze retributive per lo svolgimento di mansioni superiori corrispondenti all'area C. La Corte d'appello ha accolto la domanda, accertando che la dipendente gestiva autonomamente l'intero processo produttivo rispondendo direttamente al dirigente. L'ente pubblico ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la ricostruzione dei fatti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere un terzo grado di giudizio per riesaminare i fatti già accertati in modo conforme nei precedenti gradi (doppia conforme). Di conseguenza, la lavoratrice ha diritto a ricevere le differenze economiche spettanti per il livello superiore effettivamente svolto.
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Nullità del contratto: niente compenso per l’accordo illecito
Un avvocato ha chiesto il pagamento delle proprie spettanze per incarichi di difesa svolti a favore di un Ente Sanitario. L'ente ha eccepito che tali incarichi erano frutto di un accordo illecito con il precedente direttore generale, già oggetto di un processo penale per abuso d'ufficio conclusosi con la prescrizione. Il Tribunale ha accertato l'illegittimità degli affidamenti, privi dei presupposti di legge e inutili per l'amministrazione, dichiarando la nullità del contratto d'opera professionale. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che l'accordo stipulato in violazione di norme imperative e volto a procurare un ingiusto vantaggio patrimoniale tramite un reato è nullo. Di conseguenza, il professionista perde il diritto al compenso.
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Mansioni superiori per infermieri 118: autonomia contro protocolli
Alcuni infermieri del servizio di emergenza 118 hanno chiesto il riconoscimento dello svolgimento di mansioni superiori, pretendendo il passaggio dalla categoria D alla categoria superiore DS. I lavoratori sostenevano che l'autonomia nel triage e la gestione delle emergenze senza un medico giustificassero la promozione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione d'appello. I giudici hanno chiarito che l'attività degli infermieri, pur richiedendo alta professionalità, si svolgeva seguendo protocolli e linee guida standardizzate stabilite dai medici responsabili. Questo esclude l'ampia discrezionalità e la responsabilità dei risultati tipiche della qualifica superiore. Di conseguenza, i lavoratori hanno perso la causa e sono stati condannati a pagare le spese processuali.
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Abuso del contratto a termine: il Ministero perde e risarcisce
Una lavoratrice ha prestato servizio per il Ministero tramite contratti di somministrazione e a tempo determinato illegittimi. La Corte d'Appello ha escluso la conversione del rapporto in tempo indeterminato, ma ha condannato l'Amministrazione al risarcimento del danno per l'abuso subito. Il Ministero ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che le ordinanze di protezione civile per l'emergenza immigrazione giustificassero le assunzioni in deroga alle leggi ordinarie. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che le ordinanze straordinarie non possono derogare alle tutele del lavoro se non lo prevedono espressamente. Di conseguenza, è stato confermato il risarcimento per l'abuso del contratto a termine in favore della lavoratrice, poiché la mancata stabilizzazione non ha cancellato l'illecito commesso dallo Stato.
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Falsa attestazione della presenza: telecamere e licenziamento
Un funzionario pubblico, assegnato a un'ambasciata estera, è stato licenziato per aver modificato manualmente i tabulati orari sul portale aziendale, simulando ore di lavoro mai prestate. L'Amministrazione ha accertato la truffa incrociando i dati con i filmati delle telecamere di sicurezza. Il dipendente ha impugnato il licenziamento contestando l'uso delle telecamere come violazione dello Statuto dei Lavoratori. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del licenziamento. I giudici hanno stabilito che i controlli difensivi mirati ad accertare illeciti specifici non violano le tutele sulla privacy se attuati a seguito di fondati sospetti. La condotta integra una grave falsa attestazione della presenza, giustificando la sanzione espulsiva per via della sua intenzionalità e proporzionalità rispetto al danno causato.
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Licenziamento per false dichiarazioni: il dipendente perde tutto
Un dipendente pubblico è stato sanzionato con il licenziamento per false dichiarazioni per aver nascosto una condanna penale per peculato durante una domanda di mobilità volontaria. Dopo la conferma del provvedimento in Cassazione, il lavoratore ha proposto un ricorso per revocazione, dichiarato inammissibile per mancanza di procura speciale del difensore. Il lavoratore ha quindi presentato un secondo ricorso per revocazione contro questa decisione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile anche questo secondo ricorso. I giudici hanno chiarito che la legge vieta di impugnare per revocazione una decisione già emessa in un precedente giudizio di revocazione e che la mancanza di procura speciale non costituisce un errore di fatto sanabile. Il lavoratore perde definitivamente la causa ed è condannato a pagare le spese legali.
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Abuso dei contratti a termine: lo Stato perde e risarcisce
Un dipendente pubblico ha contestato l'illegittimità dei suoi contratti di somministrazione e a tempo determinato stipulati con l'Amministrazione Pubblica. La Corte d'Appello ha dichiarato nulli i contratti per mancanza di causali valide e ha condannato l'ente al risarcimento del danno pari a 12 mensilità. L'Amministrazione Pubblica ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che le ordinanze di protezione civile per l'emergenza immigrazione giustificassero la deroga alle tutele ordinarie. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che l'emergenza non consente di violare le regole sui contratti a termine senza una legge espressa. L'ente pubblico perde la causa e deve risarcire il lavoratore per l'abuso dei contratti a termine.
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Abuso di contratti a termine: assunzione batte risarcimento
Una lavoratrice ha fatto causa al Ministero dell'Interno denunciando l'illegittima reiterazione di contratti a tempo determinato e di somministrazione. La Corte d'Appello ha riconosciuto l'illegittimità dei contratti ma ha negato il risarcimento del danno, poiché la dipendente era stata nel frattempo stabilizzata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della lavoratrice, confermando che l'immissione in ruolo sana l'abuso di contratti a termine nel pubblico impiego. Secondo i giudici, la stabilizzazione rappresenta una misura sanzionatoria idonea a riparare il pregiudizio subito, escludendo così un ulteriore indennizzo economico. La ricorrente perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Svolgimento di mansioni superiori: lavoratrici battono l’INPS
Alcune lavoratrici, assistenti socio-assistenziali inquadrate al livello B2, hanno chiesto il riconoscimento delle differenze retributive per lo svolgimento di mansioni superiori corrispondenti al livello C1 presso un convitto, oltre ad alcune indennità. La Corte d'Appello ha rigettato le loro richieste. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso delle lavoratrici, stabilendo che i giudici di secondo grado non hanno applicato correttamente il metodo di valutazione per lo svolgimento di mansioni superiori. La sentenza d'appello è stata cassata con rinvio, poiché il giudice di merito deve analizzare dettagliatamente le attività concrete svolte e confrontarle rigorosamente con le declaratorie del contratto collettivo nazionale.
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Mansioni superiori: sì all’interruzione, no al vecchio contratto
Una lavoratrice, inquadrata con profilo B1, ha chiesto le differenze retributive per lo svolgimento di mansioni superiori corrispondenti all'Area C (qualifica C3) presso un ente pubblico. La Corte d'Appello ha accolto parzialmente la domanda a partire dal 2005. L'ente pubblico ha proposto ricorso in Cassazione, contestando l'interruzione della prescrizione e l'applicazione del nuovo contratto collettivo (CCNL 2006-2009), entrato in vigore nel 2007, che ha riorganizzato le aree professionali. La Corte di Cassazione ha rigettato il motivo sulla prescrizione, ritenendo valida la diffida generica, ma ha accolto il secondo motivo dell'ente. I giudici d'appello hanno infatti omesso di valutare l'impatto del nuovo contratto collettivo sulle mansioni svolte dopo il primo ottobre 2007. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame di questo periodo.
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Mansioni superiori nel pubblico impiego: reggenza o abuso?
Una dipendente pubblica con qualifica non dirigenziale ha diretto un ufficio per diversi anni. La Corte di Cassazione ha confermato che lo svolgimento prolungato di compiti di direzione, oltre i limiti temporali di una normale sostituzione, costituisce esercizio di mansioni superiori nel pubblico impiego. Di conseguenza, l'ente pubblico deve pagare le differenze retributive. Tuttavia, per il periodo in cui la reggenza è avvenuta in pendenza di un concorso pubblico per la copertura del posto, non spettano le differenze stipendiali, poiché l'incarico rientrava nei limiti della temporaneità e straordinarietà previsti dalla legge. La Corte ha quindi rigettato sia il ricorso dell'ente che quello della lavoratrice.
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Stabilizzazione dei precari: l’infermiera batte l’azienda
Una lavoratrice, impiegata come infermiera con vari contratti a termine presso un'azienda sanitaria, ha richiesto la stabilizzazione dei precari per ottenere un contratto a tempo indeterminato. L'azienda sanitaria si è opposta, sostenendo che la competenza spettasse al giudice amministrativo e che non vi fosse un obbligo di assunzione a causa del blocco delle assunzioni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda. I giudici hanno stabilito che le controversie sulla stabilizzazione dei precari spettano al giudice ordinario e non a quello amministrativo, poiché non si tratta di un concorso pubblico vero e proprio. Di conseguenza, l'azienda è stata condannata a confermare l'assunzione e a pagare le spese legali.
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Falsa attestazione della presenza in servizio: condanna ferma
Una dipendente pubblica è stata condannata per truffa aggravata e falsa attestazione della presenza in servizio. La donna registrava manualmente orari di ingresso e uscita falsi, percependo anche compensi per straordinari mai svolti. La Polizia Municipale ha accertato l'assenza tramite appostamenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della lavoratrice, confermando la condanna penale e il risarcimento dei danni al Comune. I giudici hanno escluso l'errore materiale e la particolare tenuità del fatto, evidenziando la natura sistematica della condotta, il grave danno all'immagine dell'ente e la violazione del rapporto di fiducia. La ricorrente dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Stato contro precario: sì alla conversione del contratto a termine
Un lavoratore ha impugnato la successione di contratti a tempo determinato stipulati con una società pubblica nazionale, chiedendo la conversione del rapporto a tempo indeterminato per superamento dei limiti temporali. La Corte d'Appello aveva negato la conversione ritenendo la società un organismo pubblico esente da tale sanzione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che il divieto di conversione si applica solo alle società pubbliche locali e non a quelle nazionali. Poiché la società non ha dimostrato l'assenza di procedure selettive trasparenti, si applica la disciplina del lavoro privato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato la nullità del termine e disposto la conversione del contratto a termine in un rapporto a tempo indeterminato, ordinando l'immediata riammissione in servizio del dipendente.
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Giurisdizione società in house: decide il giudice ordinario
Un professionista ha impugnato davanti al TAR la graduatoria di una selezione indetta da una società a controllo pubblico per un incarico di esperto senior, sostenendo che il vincitore non avesse i requisiti richiesti. La società ha eccepito il difetto di giurisdizione del giudice amministrativo. Le Sezioni Unite della Cassazione, risolvendo il conflitto, hanno stabilito che la giurisdizione società in house spetta al giudice ordinario. Anche se interamente partecipata dallo Stato, la società in house è un soggetto di diritto privato. Le sue procedure di selezione non costituiscono esercizio di un pubblico potere, ma rientrano nell'agire privato dell'ente. Di conseguenza, le controversie sulle assunzioni e sui contratti di collaborazione devono essere decise dal giudice ordinario.
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Licenziamento per giusta causa: la radio privata costa il posto al vigile
Un Ispettore della Polizia Municipale è stato sanzionato con il licenziamento per giusta causa dopo aver consegnato a un privato autista di carro attrezzi una radio collegata alla centrale operativa per segnalargli gli incidenti stradali. Il procedimento disciplinare era stato sospeso in attesa del processo penale e riattivato dopo la condanna definitiva. Il lavoratore ha impugnato il provvedimento, lamentando la tardività della contestazione e l'insussistenza della lesione del vincolo fiduciario, dato che era stato riammesso in servizio dopo cinque anni di sospensione cautelare. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la legittimità del licenziamento. I giudici hanno chiarito che la riammissione in servizio per decorrenza dei termini cautelari non sana la gravità della condotta, né ripristina la fiducia, e che la sospensione del procedimento disciplinare in pendenza del processo penale rientra nella discrezionalità dell'amministrazione.
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Abuso di contratti a termine: il Comune perde contro le educatrici
Un Ente Locale ha utilizzato ripetutamente contratti a tempo determinato per coprire posti di educatrici negli asili nido comunali. Le Lavoratrici hanno fatto causa denunciando l'abuso di contratti a termine per soddisfare esigenze stabili e ordinarie di insegnamento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Ente Locale, confermando l'illegittimità della condotta. I giudici hanno chiarito che l'indizione di continue procedure selettive e la variazione delle ore di docenza non escludono l'abuso, poiché l'amministrazione ha coperto per anni un fabbisogno strutturale con contratti precari. L'Ente Locale è stato condannato a risarcire i danni e a pagare le spese legali.
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