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d.P.R. n.115 del 2002, art. 13 — Anno 2023

124 provvedimenti

Altri anni per d.P.R. n.115 del 2002, art. 13

Accordo stragiudiziale tributario: stop alla lite sulla TARI
Una società alberghiera ha impugnato un avviso di accertamento relativo alla tassa sui rifiuti (TARI) emesso da un Comune. Durante la causa davanti alla Corte di Cassazione, le parti hanno firmato un accordo stragiudiziale tributario per ridefinire le superfici tassabili e le somme dovute. Di conseguenza, la Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso per sopravvenuta cessazione della materia del contendere, compensando le spese di giudizio ed escludendo il raddoppio del contributo unificato.
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Sanzioni doganali: la Cassazione respinge fisco e contribuente
L'Amministrazione Doganale ha applicato sanzioni doganali a una società per l'importazione di fibre sintetiche dichiarate come malesi ma originarie della Cina, eludendo il dazio antidumping. La società ha impugnato le sanzioni doganali separatamente dall'accertamento principale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili sia il ricorso principale dell'ufficio sia quello incidentale della società. Il ricorso dell'amministrazione, volto a ottenere la sospensione del processo sulle sanzioni in attesa della decisione sull'imposta, è privo di interesse poiché la Corte ha deciso contemporaneamente anche la causa principale. Il ricorso della società è inammissibile per non aver censurato correttamente la decisione dei giudici d'appello.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: chi perde paga le spese
Un lavoratore ha impugnato la decisione della Corte d'Appello che aveva negato la conversione di ventiquattro contratti a tempo determinato in un rapporto stabile con un Consorzio di bonifica, a causa del divieto regionale di nuove assunzioni. Prima dell'udienza in Cassazione, il difensore del lavoratore ha presentato una formale dichiarazione di rinuncia al ricorso per cassazione per sopravvenuta carenza di interesse. Poiché la controparte non ha formalmente accettato la rinuncia, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuto difetto di interesse. In applicazione del principio della soccombenza virtuale, il lavoratore è stato condannato al pagamento delle spese processuali in favore del Consorzio.
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Computo anzianità apprendistato: nullo l’accordo che lo esclude
I Lavoratori hanno chiesto il riconoscimento del primo periodo di apprendistato ai fini degli aumenti dello stipendio. L'Azienda escludeva tale periodo basandosi su un accordo sindacale. I giudici di merito hanno dato ragione ai dipendenti, dichiarando nullo l'accordo. L'Azienda ha fatto ricorso in Cassazione ma ha poi deciso di rinunciare alla causa. I Lavoratori hanno accettato la rinuncia. La Corte di Cassazione ha dichiarato estinto il processo. La vicenda si chiude con la vittoria dei dipendenti che mantengono il diritto al computo anzianità apprendistato per gli scatti di stipendio.
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Computo anzianità apprendistato: l’azienda rinuncia al ricorso
Un'azienda di trasporti ha impugnato la decisione della Corte d'Appello che dichiarava nullo l'accordo sindacale escludente i primi 18 mesi di apprendistato dal calcolo degli scatti di stipendio. Prima della decisione della Cassazione, l'azienda ha rinunciato al ricorso con l'accordo dei dipendenti. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio. Di conseguenza, i lavoratori ottengono definitivamente il computo anzianità apprendistato e il pagamento delle differenze retributive dovute.
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Ricorso per revocazione: quando la svista non è un errore
Un professionista ha proposto ricorso per revocazione contro un'ordinanza della Corte di Cassazione che aveva dichiarato inammissibile il suo precedente ricorso. Il professionista sosteneva che la Corte fosse incorsa in un errore di fatto per non aver rilevato che il suo atto conteneva una specifica contestazione ai motivi della sentenza d'appello, riguardante contributi previdenziali non versati. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che l'errata interpretazione o valutazione del contenuto di un atto processuale da parte del giudice di legittimità costituisce un errore di giudizio e non un errore di fatto. Di conseguenza, tale vizio non può essere fatto valere tramite ricorso per revocazione ai sensi dell'articolo 395, numero 4, del codice di procedura civile. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese.
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Riliquidazione della pensione: il giudicato blocca il ricalcolo
Il Pensionato ha richiesto la riliquidazione della pensione senza l'applicazione del limite massimo di legge. L'ente previdenziale si è opposto, evidenziando che una precedente sentenza definitiva aveva già respinto una sua richiesta di ricalcolo basata su coefficienti diversi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Pensionato. I giudici hanno stabilito che il diritto alla pensione è unico, anche se diviso tra quota capitale e ratei mensili. Poiché la precedente decisione definitiva aveva confermato i calcoli dell'ente previdenziale applicando il tetto massimo, tale decisione copre anche le contestazioni non sollevate in quella sede ma che si sarebbero potute proporre. Di conseguenza, il Pensionato perde definitivamente la causa e non può più contestare l'applicazione del limite massimo alla sua pensione.
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Accertamento catastale: il Fisco perde se non fa il sopralluogo
L'Agenzia delle Entrate ha rettificato la categoria catastale di un immobile di una società, portandola a D/7. La società ha contestato l'atto, ottenendo ragione nei primi due gradi di giudizio. I giudici hanno ritenuto l'atto privo di motivazione, non preceduto da sopralluogo e infondato nel merito, poiché l'immobile era piccolo e privo di impianti speciali. L'Agenzia ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Ufficio. La decisione si fondava su più ragioni autonome e l'Agenzia non le ha contestate tutte in modo efficace. Di conseguenza, l'accertamento catastale è stato definitivamente annullato e l'Amministrazione finanziaria è stata condannata a pagare le spese processuali.
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Contributi consortili di bonifica: quando il passato non salva
Una società ha contestato la richiesta di pagamento dei contributi consortili di bonifica per l'anno 2016, sostenendo l'assenza di benefici diretti per il proprio immobile industriale e invocando una sentenza favorevole del 2010. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che l'inclusione dei beni nel piano di classifica genera una presunzione di vantaggio, ponendo l'onere della prova contraria sul contribuente. Inoltre, l'efficacia del precedente giudicato non si estende ad annualità diverse, poiché la sussistenza del beneficio è un elemento variabile nel tempo.
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Licenziamento collettivo: la rinuncia al ricorso salva il posto
Due società di trasporto aereo impugnano la sentenza d'appello che le aveva condannate a reintegrare una dipendente a seguito di un licenziamento collettivo illegittimo. Durante il giudizio di Cassazione, le società, nel frattempo poste in liquidazione, depositano formale rinuncia al ricorso. La lavoratrice prende atto della rinuncia e chiede la condanna alle spese. La Corte di Cassazione dichiara l'estinzione del processo. Di conseguenza, la sentenza di appello passa in giudicato, confermando in via definitiva la reintegra della lavoratrice e il risarcimento del danno. Le società rinuncianti vengono inoltre condannate a pagare le spese legali del giudizio di legittimità.
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Licenziamento collettivo: la rinuncia al ricorso blinda la reintegra
Due società di trasporto aereo hanno impugnato la sentenza d'appello che dichiarava illegittimo il licenziamento collettivo di una dipendente, ordinandone la reintegrazione. Nel corso del giudizio di Cassazione, le società ricorrenti hanno depositato un formale atto di rinuncia al ricorso. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo. Di conseguenza, la sentenza d'appello è passata in giudicato, rendendo definitiva la reintegrazione della lavoratrice. Non essendoci stato un accordo transattivo tra le parti, la Corte ha condannato le società rinuncianti al pagamento delle spese processuali in favore dei difensori della lavoratrice.
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Valore venale delle aree edificabili: vince l’impresa
Un Comune ha emesso avvisi di accertamento ICI contro un'impresa per recuperare imposte su terreni edificabili, stimando un valore di 300 euro al metro quadro. L'impresa ha contestato la stima, dimostrando di aver sostenuto ingenti costi di urbanizzazione e ceduto gratuitamente gran parte delle aree all'ente pubblico. I giudici di merito hanno accolto il ricorso dell'impresa, ritenendo congruo il valore dichiarato di circa 189 euro al metro quadro, anche alla luce delle delibere comunali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Comune, confermando che le delibere comunali sui valori delle aree hanno valore di semplice presunzione. Di conseguenza, per determinare il corretto valore venale delle aree edificabili occorre valutare le caratteristiche concrete del terreno e i costi di urbanizzazione sostenuti dal contribuente. Il Comune perde la causa e viene condannato alle spese.
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Rinuncia agli atti del giudizio e condanna alle spese
Alcuni ex dipendenti in pensione hanno fatto causa a una grande società elettrica per ripristinare lo sconto sulla bolletta della luce, revocato unilateralmente dall'azienda. Dopo aver perso nei primi due gradi di giudizio, i pensionati hanno proposto ricorso in Cassazione. Prima dell'udienza, i ricorrenti hanno formalizzato la rinuncia agli atti del giudizio. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo. Tuttavia, non essendoci un accordo sulle spese e poiché l'orientamento dei giudici era ormai consolidato contro i lavoratori, la Corte ha applicato il principio della soccombenza virtuale. Di conseguenza, i pensionati sono stati condannati a pagare le spese legali all'azienda, pur avendo rinunciato alla causa.
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Legittimazione passiva espropriazione: risponde il privato
Il proprietario di un terreno ha citato in giudizio il Ministero per ottenere l'indennizzo da occupazione e il risarcimento dei danni dovuti alla trasformazione irreversibile dell'area per un'opera pubblica. Il Ministero ha eccepito il proprio difetto di legittimazione passiva, essendoci una concessione traslativa a favore di un'impresa privata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del proprietario, confermando che la legittimazione passiva espropriazione spetta esclusivamente al concessionario privato quando a questo sono trasferiti i poteri espropriativi. L'unica eccezione riguarda il fallimento del concessionario, non dimostrato nel caso di specie. Di conseguenza, il proprietario ha perso la causa ed è stato condannato a pagare le spese processuali.
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Cessazione della materia del contendere: l’accordo batte la lite
Il Lavoratore aveva ottenuto dalla Corte d'Appello la conversione di un contratto a progetto in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato con l'Azienda, oltre a differenze retributive e indennità. L'Azienda ha proposto ricorso in Cassazione. Nelle more del giudizio di legittimità, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo tramite un verbale di conciliazione giudiziale, depositato in giudizio, con cui hanno risolto ogni pendenza e concordato la compensazione delle spese. La Corte di Cassazione ha preso atto dell'accordo e ha dichiarato la cessazione della materia del contendere, disponendo la compensazione integrale delle spese di giudizio tra le parti e confermando che l'accordo fa venire meno l'interesse alla decisione.
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Esenzione dalle spese di lite: firma mancante e ricorso respinto
Una lavoratrice agricola si oppone alla cancellazione dai registri anagrafici disposta dall'ente previdenziale. La Corte d'appello rigetta la domanda e la condanna al pagamento delle spese processuali, escludendo l'esenzione dalle spese di lite poiché la relativa dichiarazione non risulta firmata personalmente. La lavoratrice ricorre in Cassazione sostenendo di aver firmato il documento. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile per difetto di specificità: la ricorrente non ha allegato la dichiarazione contestata né gli atti del primo grado. Di conseguenza, la lavoratrice perde il ricorso e viene condannata a pagare le spese del giudizio di legittimità e il doppio del contributo unificato.
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Rinuncia al ricorso tributario: la pace fiscale estingue la lite
Un'azienda attiva nel commercio di tartufi ha impugnato un avviso di accertamento IVA relativo ad acquisti da raccoglitori occasionali. Dopo aver presentato ricorso in Cassazione contestando l'indetraibilità dell'imposta, la società ha deciso di aderire alla definizione agevolata delle liti pendenti. Di conseguenza, ha depositato una formale rinuncia al ricorso tributario prima dell'udienza. La Suprema Corte ha preso atto della volontà della contribuente e ha dichiarato l'estinzione del giudizio, disponendo la compensazione delle spese tra le parti ed escludendo il raddoppio del contributo unificato.
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Rinuncia al ricorso: l’azienda chiude la lite sui tartufi
Un'azienda attiva nel commercio di tartufi ha impugnato un avviso di accertamento IVA relativo ad acquisti da raccoglitori occasionali privi di partita IVA. La normativa nazionale prevedeva l'indetraibilità dell'imposta tramite autofatturazione. Durante la causa, la società ha deciso di aderire alla definizione agevolata e ha presentato formale rinuncia al ricorso prima dell'udienza. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del giudizio per rinuncia al ricorso, compensando le spese tra le parti ed escludendo il raddoppio del contributo unificato.
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Definizione agevolata: stop alla lite fiscale sui tartufi
Un'azienda attiva nel settore del commercio di tartufi riceveva un avviso di accertamento IVA relativo ad acquisti da raccoglitori occasionali. Dopo aver impugnato l'atto nei vari gradi di giudizio, la società decideva di aderire alla definizione agevolata delle liti fiscali. Di conseguenza, presentava formale rinuncia al ricorso prima dell'udienza in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio e la compensazione delle spese di lite, escludendo l'obbligo di versare l'ulteriore contributo unificato. Il processo si chiude così senza una decisione sul merito della contestazione originaria, grazie alla definizione agevolata che estingue la controversia pendente con l'amministrazione finanziaria.
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Rinuncia al ricorso: stop alla lite fiscale senza tasse doppie
Il Contribuente ha impugnato un avviso di accertamento per imposte dirette e IVA. Successivamente, ha presentato una formale rinuncia al ricorso per cassazione dopo aver aderito alla definizione agevolata. L'Amministrazione Finanziaria ha accettato la rinuncia, concordando sulla compensazione delle spese di lite. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del giudizio per intervenuta rinuncia al ricorso. I giudici hanno inoltre chiarito che, in caso di estinzione del processo per rinuncia, non si applica il raddoppio del contributo unificato, normalmente previsto per la parte che perde il ricorso. Il giudizio si chiude così senza vincitori né vinti, con spese compensate.
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