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d.lgs. n. 149 del 2022 — Sezione Lavoro Civile

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253 provvedimenti

Altri anni per d.lgs. n. 149 del 2022

Termine impugnazione rito Fornero: ricorso tardivo
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile un ricorso in materia di licenziamento perché proposto oltre il termine di 60 giorni. La decisione ribadisce la perentorietà del termine impugnazione rito Fornero, che decorre dalla comunicazione via PEC della sentenza d'appello. Il ricorrente è stato inoltre condannato per abuso del processo.
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Rapporto di lavoro subordinato: prova e indizi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un direttore di ristorante che chiedeva il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato. La Corte ha ribadito che, in assenza di prove concrete sull'assoggettamento al potere direttivo e disciplinare del datore di lavoro, la richiesta non può essere accolta. L'organo giurisdizionale ha inoltre precisato di non poter riesaminare i fatti, ma solo verificare la corretta applicazione della legge.
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Licenziamento dirigente: quando il ricorso è inammissibile
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento di un dirigente per negligenza, dichiarando inammissibile il suo ricorso. L'ordinanza sottolinea come, in presenza di due sentenze conformi nei gradi di merito ('doppia conforme'), non sia possibile contestare la ricostruzione dei fatti. Inoltre, il ricorso è stato respinto perché, pur lamentando formalmente una violazione di legge, mirava in realtà a un riesame delle prove, attività preclusa al giudice di legittimità.
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Pensione e rapporto di lavoro: sono compatibili?
Un lavoratore, il cui rapporto di lavoro era stato ripristinato con il datore di lavoro originario a seguito di una cessione di ramo d'azienda illegittima, ha iniziato a percepire la pensione di anzianità. L'azienda sosteneva che ciò implicasse la fine del rapporto. La Corte di Cassazione ha stabilito che la percezione della pensione e rapporto di lavoro sono compatibili. Il diritto alla pensione opera su un piano previdenziale e non estingue automaticamente il contratto di lavoro, confermando il diritto del lavoratore alle retribuzioni maturate.
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Demansionamento: quando le email provano il danno
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'azienda contro la condanna per demansionamento di una dipendente. La Corte ha stabilito che la valutazione del giudice di merito, basata su un'analisi complessiva di email e testimonianze, non è sindacabile in sede di legittimità se logicamente motivata. La decisione chiarisce che il ricorso non può mirare a un riesame dei fatti, ma solo a contestare vizi di legge.
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Ricorso tardivo: quando l’appello è inammissibile?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile un ricorso tardivo presentato da una società contro la condanna al pagamento di differenze retributive. La Corte ha chiarito che il termine semestrale per l'impugnazione decorre dalla data di pubblicazione digitale attestata dalla cancelleria, rendendo l'appello, notificato oltre tale scadenza, inammissibile.
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Compensi extra contratto: quando sono dovuti?
Un consulente ha richiesto compensi extra contratto per servizi che riteneva non coperti dall'accordo scritto. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando le decisioni dei gradi precedenti. La sentenza sottolinea che, per avere successo, un ricorso deve contestare tutte le ragioni autonome della decisione impugnata e non può limitarsi a proporre una diversa interpretazione del contratto. La mancata specifica delle attività extra ha inoltre reso impossibile una valutazione economica.
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Superiore inquadramento: l’appello è inammissibile
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un'azienda del settore automotive contro la sentenza che riconosceva a un dipendente il diritto al superiore inquadramento. Il motivo è che l'appello si limitava a chiedere un riesame delle prove, compito non spettante alla Corte di legittimità, confermando così la decisione della Corte d'Appello a favore del lavoratore.
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Licenziamento per giusta causa: la Cassazione decide
Un istituto di credito ha impugnato in Cassazione la sentenza che dichiarava illegittimo il licenziamento per giusta causa di un dipendente, accusato di scarsa collaborazione e basso rendimento. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando le decisioni dei giudici di merito. L'ordinanza sottolinea che le contestazioni disciplinari devono essere specifiche e non generiche, e che l'onere di provare i fatti addebitati grava interamente sul datore di lavoro. Il licenziamento per giusta causa è stato quindi annullato per carenza di prove concrete.
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Licenziamento ritorsivo: non basta la sproporzione
Un dipendente, dopo aver vinto una causa contro un trasferimento illegittimo, subisce una serie di contestazioni disciplinari che culminano nel licenziamento. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 741/2024, chiarisce un punto fondamentale: per qualificare un licenziamento come ritorsivo non è sufficiente dimostrare che la sanzione fosse sproporzionata rispetto alla condotta contestata. È necessario che il lavoratore provi che la ritorsione sia stata l'unico e determinante motivo alla base della decisione del datore di lavoro, degradando ogni altra giustificazione a mero pretesto. La Corte ha quindi annullato la decisione d'appello che aveva dichiarato nullo il licenziamento, rinviando il caso per un nuovo esame.
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Danno da demansionamento: onere della prova e risarcimento
Un lavoratore, dequalificato da responsabile informatico a semplici mansioni esecutive, ha ottenuto il risarcimento del danno da demansionamento. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 48/2024, ha respinto il ricorso dell'azienda, confermando che l'onere di provare la legittimità del cambio di mansioni spetta al datore di lavoro. La Corte ha inoltre ribadito che il danno alla professionalità può essere provato anche tramite presunzioni, come la durata della dequalificazione e l'impoverimento delle competenze acquisite.
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Licenziamento disciplinare: quando è legittimo?
Un direttore di un ufficio postale contesta il suo licenziamento per giusta causa, adducendo vizi procedurali e una sanzione sproporzionata. La Corte di Cassazione conferma la legittimità del licenziamento, sottolineando la gravità delle plurime e consapevoli violazioni delle procedure aziendali per la gestione della cassa e della sicurezza. I giudici hanno ritenuto il licenziamento disciplinare proporzionato all'elevato livello di responsabilità del direttore.
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Indennità risarcitoria: limiti e tutele adeguate
Un lavoratore, licenziato per un fatto poi risultato non provato, ha ottenuto la reintegrazione e un'indennità risarcitoria di 12 mensilità. Ritenendo la somma insufficiente, ha sollevato una questione di costituzionalità. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che il sistema di tutele contro i licenziamenti illegittimi, pur con dei limiti sull'indennità risarcitoria, è nel suo complesso adeguato e sufficientemente dissuasivo, rientrando nelle scelte discrezionali del legislatore.
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Onere prova trasferimento d’azienda: il ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un lavoratore che impugnava il proprio licenziamento collettivo, sostenendo un presunto trasferimento d'azienda non dimostrato. La Suprema Corte ha ribadito che l'onere della prova del trasferimento d'azienda grava sul lavoratore che lo invoca per far valere i propri diritti nei confronti della presunta società cessionaria. La mancanza di prove concrete ha reso il ricorso infondato.
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Prescrizione Pensione: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una cassa previdenziale contro un suo iscritto. La controversia riguardava il ricalcolo della pensione secondo il principio del pro rata e il termine di prescrizione per la restituzione delle somme trattenute. La Corte ha confermato la sua giurisprudenza costante: per le azioni di ripetizione di indebito, come nel caso di somme pensionistiche erroneamente trattenute, si applica la prescrizione pensione decennale e non quella quinquennale prevista per le prestazioni previdenziali.
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Comunicazione licenziamento: quando è valida?
Un lavoratore viene licenziato per aver usato il cellulare in un'area a rischio. Impugna il licenziamento sostenendo che la comunicazione, inviata solo al suo avvocato, fosse invalida e tardiva. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso, stabilendo che la comunicazione del licenziamento è valida se perviene a conoscenza del lavoratore, anche tramite il suo legale, e che il termine per l'irrogazione della sanzione decorre dalla data di spedizione della lettera da parte del datore di lavoro, non da quella di ricezione.
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Ricorso inammissibile: i limiti del giudizio
Un dipendente pubblico, sospeso dal servizio e successivamente assolto, ha impugnato in Cassazione la decisione della Corte d'Appello sulla durata della sospensione illegittima. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, chiarendo che la critica all'interpretazione di un atto da parte del giudice di merito non costituisce violazione di legge e che il vizio di omessa pronuncia va denunciato in modo specifico, non come vizio di motivazione.
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Licenziamento disciplinare: la Cassazione conferma
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una società di navigazione contro la sentenza che dichiarava illegittimo il licenziamento disciplinare di un dipendente. Il licenziamento, motivato dalla mancata presentazione all'imbarco, era già stato giudicato sproporzionato dalla Corte d'Appello, che aveva condannato l'azienda al pagamento di un'indennità risarcitoria. La Cassazione ha ritenuto inammissibili i motivi del ricorso, confermando la decisione di merito e sottolineando l'irrilevanza delle questioni sul regime del rapporto di lavoro, già accertato come a tempo indeterminato in un precedente giudizio.
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Consenso informato: licenziamento illegittimo?
Un medico viene licenziato per non aver fatto firmare un modulo specifico di consenso informato. La Corte di Cassazione ha annullato il licenziamento, accogliendo il ricorso del medico. La Corte d'Appello aveva errato non considerando una prova decisiva: un parere che attestava la non esistenza di quello specifico modulo. Inoltre, non aveva valutato la tardività della contestazione disciplinare. Il caso è stato rinviato per un nuovo esame.
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Impugnazione rationes decidendi: appello inammissibile
Un'azienda ha impugnato una sentenza di primo grado che si basava su molteplici ragioni, omettendo di contestare quella fondata su un precedente giudicato. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità dell'appello, ribadendo un principio fondamentale: per un'efficace impugnazione, è necessario contestare tutte le autonome "rationes decidendi" della sentenza. L'omessa impugnazione di anche una sola di esse la rende definitiva, consolidando da sola l'intera decisione.
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