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Art. 91 Codice di Procedura Civile — Sezione Lavoro Civile

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1206 provvedimenti

Altri anni per Art. 91 Codice di Procedura Civile

Periodo intermedio: indennità e restituzione somme
Una lavoratrice ottiene la conversione del contratto a tempo indeterminato ma in sede di rinvio le viene negato il risarcimento per il cosiddetto 'periodo intermedio'. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 6363/2024, accoglie sia il ricorso della lavoratrice su questo punto, sia il ricorso incidentale dell'azienda per la restituzione di somme precedentemente versate. La Suprema Corte stabilisce che il nuovo meccanismo normativo sull'indennità omnicomprensiva deve essere applicato e che la domanda di restituzione è ammissibile se proposta nel giudizio di riassunzione, cassando la sentenza e rinviando alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Inquadramento dirigenziale: onere della prova negato
Una dipendente pubblica, dopo un trasferimento ritardato a causa di un diniego illegittimo dell'amministrazione di provenienza, ha richiesto l'inquadramento dirigenziale e il risarcimento del danno. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, sottolineando la mancata dimostrazione da parte della ricorrente dei requisiti necessari per la qualifica superiore, in particolare la titolarità di una struttura intermedia. La decisione ribadisce il principio fondamentale dell'onere della prova a carico di chi avanza una pretesa in giudizio.
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Divieto di cumulo interessi e rivalutazione: la Cassazione
Un dirigente pubblico ottiene un risarcimento per un ritardo nell'assunzione. La Corte di Cassazione conferma la condanna ma chiarisce che sul risarcimento si applica il divieto di cumulo interessi e rivalutazione, tipico del pubblico impiego. Alla somma dovuta si aggiunge quindi solo il maggiore importo tra gli interessi legali e la svalutazione monetaria, non entrambi.
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Servizio scuole paritarie: no alla piena equiparazione
Un docente ha richiesto il riconoscimento del servizio svolto in scuole paritarie ai fini del punteggio per la mobilità e della ricostruzione di carriera, equiparandolo a quello statale. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 6280/2024, ha respinto il ricorso. Secondo i giudici, il servizio scuole paritarie non può essere equiparato a quello pubblico per la progressione economica e giuridica, data la diversa natura dello status giuridico dei docenti e l'assenza di una norma di legge che lo consenta.
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Liquidazione spese legali: dovere di motivazione
La Corte di Cassazione ha stabilito che la liquidazione spese legali da parte del giudice di rinvio deve essere completa e trasparente. In un caso di lavoro, un giudice aveva omesso di liquidare le spese dei primi gradi di giudizio e aveva unito quelle successive in un unico importo non motivato. La Suprema Corte ha annullato tale decisione, ribadendo che il giudice deve pronunciarsi sulle spese di tutte le fasi del processo e deve specificare i criteri di calcolo per consentire la verifica del rispetto delle tariffe professionali.
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Riassunzione processo soci: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 6135/2024, ha stabilito che la riassunzione del processo, a seguito della cancellazione di una società dal registro imprese, è valida anche se l'atto è notificato ai soci 'quali soci della cancellata società'. La Corte ha rigettato il ricorso degli ex soci di una ditta di autotrasporti, condannati a pagare differenze retributive a un ex dipendente. Secondo la Suprema Corte, la cancellazione estingue la società ma trasferisce la legittimazione processuale ai soci, quali successori universali, rendendo sufficiente la loro identificazione in tale veste per la valida prosecuzione del giudizio.
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Rimborso spese legali dipendente pubblico: la guida
Un sottufficiale, assolto da accuse come insubordinazione, ha richiesto il rimborso delle spese legali alla sua amministrazione. La Corte di Cassazione ha negato la richiesta, chiarendo che il diritto al rimborso spese legali per un dipendente pubblico sussiste solo per azioni intraprese nel diretto interesse della Pubblica Amministrazione, e non per questioni legate alla condotta personale, anche se verificatesi durante il servizio.
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Compensazione spese legali: quando è illegittima
Un cittadino ha contestato la decisione di un giudice di disporre la compensazione spese legali in appello. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la compensazione è illegittima se basata su una motivazione manifestamente illogica, come il riferimento a un'incertezza giurisprudenziale già superata da tempo. La causa è stata rinviata alla Corte d'Appello per una nuova valutazione delle spese.
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Compensazione spese legali: quando è illegittima?
Un contribuente vince un appello su un punto relativo alla responsabilità per le spese legali, ma la Corte d'Appello decide per la compensazione spese legali a causa della 'modesta rilevanza' della questione. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, affermando che la vittoria totale in appello non permette la compensazione basata su motivazioni illogiche. Il caso è stato rinviato per una nuova valutazione delle spese.
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Compensazione spese legali: quando è legittima?
Un pensionato ha citato in giudizio l'istituto nazionale di previdenza sociale per ottenere il pagamento di differenze pensionistiche. Sebbene la sua domanda sia stata parzialmente accolta, la Corte d'Appello ha disposto la compensazione integrale delle spese legali. La Corte di Cassazione ha confermato tale decisione, stabilendo che il pagamento di una parte consistente del debito da parte dell'istituto all'inizio della causa costituiva una "grave ed eccezionale ragione" che giustificava la compensazione spese legali, anche in assenza di soccombenza reciproca.
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Liquidazione spese processuali: i minimi inderogabili
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso degli eredi di un pensionato contro la decisione della Corte d'Appello che aveva liquidato le spese legali in un importo irrisorio (€ 600,00). La Suprema Corte ha ribadito che la liquidazione spese processuali deve rispettare i minimi tariffari stabiliti dalla legge (D.M. 55/2014), che non possono essere ridotti oltre il 50% dei valori medi, e ha rinviato il caso alla Corte d'Appello per una nuova e corretta determinazione.
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Condanna in solido spese legali: la Cassazione decide
Un contribuente ottiene l'annullamento di una cartella per difetto di notifica. La Cassazione, ribaltando la decisione d'appello, stabilisce il principio della condanna in solido spese legali a carico sia dell'ente impositore che dell'agente della riscossione. L'interesse del creditore ad avere due debitori prevale sulla ricerca del singolo responsabile dell'errore.
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Comunicazione sentenza: il termine per l’appello
L'appello di un lavoratore contro un licenziamento è stato giudicato tardivo. La Corte di Cassazione ha confermato che il termine di 30 giorni per impugnare, previsto dal "Rito Fornero", inizia dalla comunicazione della sentenza via PEC da parte della cancelleria, anche se l'oggetto dell'email è impreciso. La Corte ha sottolineato che la ricezione del testo integrale del provvedimento è l'elemento decisivo e che sul destinatario grava un onere di diligenza nell'aprire le comunicazioni giudiziarie. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Indennità di posizione: no senza incarico dirigenziale
Un dipendente, il cui trattamento economico era stato equiparato per legge a quello dei dirigenti regionali, ha richiesto l'indennità di posizione. La Cassazione ha negato il diritto, chiarendo che l'indennità di posizione è legata all'effettivo conferimento di un incarico dirigenziale e all'assunzione delle relative responsabilità, non alla sola equiparazione economica.
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Licenziamento per insubordinazione: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un licenziamento per insubordinazione a carico di un autista. La Corte ha ritenuto che la condotta gravemente offensiva e inadempiente tenuta durante un corso sulla sicurezza sul lavoro integrasse una giusta causa di recesso, respingendo il ricorso del lavoratore che mirava a una rivalutazione dei fatti.
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Retribuzione dirigenziale: CCNL prevale su piani rientro
Una dirigente sanitaria ha ottenuto il riconoscimento della corretta retribuzione dirigenziale prevista dal CCNL. La Cassazione ha stabilito che le normative regionali sui piani di rientro dal disavanzo sanitario non possono derogare alla contrattazione collettiva nazionale, che disciplina il trattamento economico dei dipendenti pubblici, rientrando nella competenza esclusiva dello Stato in materia di ordinamento civile. L'appello dell'Azienda Sanitaria è stato respinto.
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Procedimento disciplinare: quando è valido?
Un dipendente pubblico ha impugnato il proprio licenziamento, sostenendo la nullità del procedimento disciplinare a causa di un presunto conflitto di interessi di un membro dell'organo giudicante. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la validità del procedimento disciplinare si fonda sulla distinzione organizzativa dell'organo e sul rispetto del diritto di difesa, non sull'assoluta imparzialità richiesta a un giudice.
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Inquadramento per trascinamento: limiti temporali
Un dipendente pubblico ha richiesto l'inquadramento nella IX qualifica per il principio di trascinamento, in quanto un collega, riammesso in servizio anni dopo, aveva ottenuto tale qualifica. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che la norma sull'inquadramento per trascinamento (art. 7 D.L. 344/1990) era una misura transitoria, applicabile solo alle situazioni maturate entro il 31.12.1990 e non a eventi successivi come una riammissione in servizio.
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Precedente giudicato: ricorso inammissibile
Un ex dipendente pubblico ha presentato ricorso in Cassazione per ottenere benefici economici e una qualifica superiore, legati a una legge del 2005. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile a causa di un precedente giudicato. Una precedente ordinanza aveva già stabilito, tra le stesse parti, che il rapporto di lavoro era cessato prima della data rilevante per l'applicazione dei benefici richiesti, impedendo così un nuovo esame della questione.
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Contratto a termine: quando l’abuso non sussiste
Una lavoratrice ha impugnato un contratto a termine, sostenendo un suo uso abusivo a causa di proroghe e della successione di più lavoratori sullo stesso posto. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 5332/2024, ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha chiarito che un singolo contratto a termine, legittimamente prorogato entro i 12 mesi, non costituisce una "successione di contratti" vietata dalla normativa UE. Inoltre, la doglianza sulla presunta frode alla legge è stata ritenuta troppo generica, in quanto non supportata da elementi di fatto specifici.
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