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Art. 873 Codice Civile — Anno 2022

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87 provvedimenti

Altri anni per Art. 873 Codice Civile

Violazione delle distanze legali: niente risarcimento senza danno
Il Proprietario di un immobile ha citato in giudizio La Vicina lamentando la violazione delle distanze legali per diverse opere edilizie. La Corte d'Appello ha escluso la demolizione di alcune parti, ritenendo usucapito il diritto a mantenerle a distanza inferiore e negando il risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Proprietario. I giudici hanno chiarito che la tamponatura di una veranda allineata alla facciata non costituisce nuova costruzione. Inoltre, sebbene la violazione delle distanze legali generi un danno normalmente presunto, tale presunzione può essere superata se viene accertata in concreto l'assenza di un reale pregiudizio economico o di fruibilità del terreno. Vince La Vicina, che non dovrà demolire le opere usucapite né pagare alcun risarcimento.
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Distanze tra costruzioni: la veranda va arretrata dal confine
I comproprietari di un immobile hanno impugnato la decisione che li obbligava ad arretrare una veranda a cinque metri dal confine. Essi contestavano anche la legittimità di una barriera metallica eretta dai vicini sul muro di confine. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei proprietari della veranda. I giudici hanno chiarito che la barriera dei vicini costituisce una semplice prosecuzione del muro di confine preesistente e non viola le norme sulle distanze tra costruzioni. Al contrario, la veranda dei ricorrenti viola le distanze legali e deve essere arretrata. Con questa decisione, i vicini ottengono la conferma dell'ordine di arretramento della veranda abusiva, mentre i ricorrenti perdono definitivamente la causa e devono farsi carico delle spese del doppio contributo unificato.
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Distanze legali tra edifici: accordo cancella la causa
Una proprietaria di locali commerciali ha citato in giudizio una società edile per la violazione delle distanze legali tra edifici, poiché la società aveva costruito un fabbricato a soli 102 centimetri dal confine. La società sosteneva che il piano di recupero urbanistico approvato dal Comune consentisse di derogare alle distanze minime. Dopo alterne vicende nei primi due gradi di giudizio, la proprietaria ha proposto ricorso in Cassazione. Prima della decisione finale, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo amichevole. Di conseguenza, la proprietaria ha depositato la rinuncia formale al ricorso. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato l'estinzione del giudizio, ponendo fine alla controversia senza una decisione sul merito, con compensazione di fatto delle spese legali.
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Distanze tra costruzioni: centro storico batte limite dei 10 metri
I proprietari confinanti hanno citato in giudizio l'impresa costruttrice e gli acquirenti di un appartamento, lamentando la violazione delle distanze tra costruzioni rispetto al proprio confine. I giudici di merito avevano ordinato la demolizione parziale dell'edificio applicando il limite dei 10 metri previsto dal D.M. 1444/1968. La Corte di Cassazione ha invece accolto i ricorsi dell'impresa e degli acquirenti, stabilendo che la distanza minima di 10 metri tra pareti finestrate non si applica agli edifici situati in Zona A (centro storico). Per i centri storici valgono infatti regole speciali legate ai volumi preesistenti. La sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte d'Appello.
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Distanze legali tra costruzioni: ricorso vago, l’opera resta
I Vicini hanno citato in giudizio Il Proprietario per violazione delle distanze legali tra costruzioni, chiedendo la demolizione di alcune coperture realizzate sul suo immobile. Dopo alterne decisioni nei primi gradi di giudizio, la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei Vicini. La Suprema Corte ha chiarito che chi contesta la violazione delle distanze edilizie non può limitarsi a richiamare genericamente l'intero regolamento comunale, ma deve indicare con precisione la norma violata e spiegare come i giudici abbiano errato. Inoltre, eventuali irregolarità amministrative o la non conformità ai permessi di costruire rilevano solo nei rapporti con il Comune, non tra privati. Di conseguenza, Il Proprietario vince la causa e mantiene le opere, mentre I Vicini sono condannati a pagare le spese legali.
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Distanze legali tra costruzioni: demolito l’edificio fuori norma
Il Proprietario Confinante ha citato in giudizio I Vicini, contestando la violazione delle distanze legali tra costruzioni. I Vicini avevano infatti edificato alcuni fabbricati a meno di dieci metri dal confine, distanza minima prescritta dal piano regolatore comunale per le zone agricole. I Vicini si difendevano invocando il principio di prevenzione, poiché la norma locale consentiva comunque la costruzione in aderenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei Vicini, confermando l'ordine di demolizione. I giudici hanno chiarito che, se il regolamento comunale impone una distanza minima dal confine pur consentendo l'aderenza, il primo costruttore può scegliere solo tra il rispetto della distanza regolamentare o la costruzione sul confine stesso. Non è invece permesso costruire a una distanza intermedia inferiore a quella prescritta.
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Distanze legali: il box sul confine non supera il muro comune
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei proprietari di un immobile contro la decisione che riteneva legittimo un box auto costruito dal vicino. Il vicino aveva ottenuto la comunione forzosa del muro di confine, ma il box superava in altezza e larghezza la sagoma del muro stesso, violando le distanze legali e i regolamenti comunali. Inoltre, il vicino aveva installato una scossalina metallica direttamente sulla parete esclusiva dei ricorrenti, invadendo la loro proprietà. La Cassazione ha chiarito che la comunione del muro non permette di superarne l'altezza senza consenso e che le contestazioni su infiltrazioni e distanze della rampa di accesso non erano domande nuove in appello. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Risarcimento danni per crollo muro: l’orto batte il nubifragio
I comproprietari di un immobile hanno richiesto il risarcimento danni per crollo muro di confine, causato dalla realizzazione di un orto da parte del vicino. Una precedente sentenza passata in giudicato aveva gi" accertato la responsabilit" esclusiva del vicino, condannandolo alla ricostruzione. La Corte d'Appello ha successivamente quantificato il danno in oltre 143.000 euro. Il vicino ha proposto ricorso in Cassazione, eccependo la presenza di un nubifragio eccezionale come causa di forza maggiore e lamentando la violazione delle distanze legali del vecchio muro. La Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la responsabilit" del vicino era ormai definitiva e che le contestazioni sulle distanze di un muro gi" crollato non erano pi" attuali. Il vicino perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Distanze tra costruzioni: quando la nuova legge salva la casa
Due proprietari confinanti hanno fatto causa alle vicine lamentando il mancato rispetto delle distanze tra costruzioni. La Corte d'Appello, applicando un regolamento comunale sopravvenuto, ha ordinato l'arretramento dell'edificio a cinque metri dal confine, ritenendo inammissibile la richiesta di risarcimento del danno perché presentata in ritardo. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso dei proprietari. La Corte ha chiarito che le nuove norme sulle distanze tra costruzioni, se più favorevoli, si applicano subito ed evitano la demolizione se l'edificio risulta conforme. Inoltre, la richiesta di risarcimento del danno non può essere formulata per la prima volta in appello se prima si era chiesta solo la demolizione, trattandosi di una domanda nuova e tardiva.
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Distanze legali: perché il condono non ferma la demolizione
Una società proprietaria di un immobile ha citato in giudizio il proprietario confinante per la violazione delle distanze legali, chiedendo la demolizione di un garage abusivo. Il proprietario si è difeso sostenendo di aver usucapito il diritto di mantenere la costruzione a distanza ridotta, basandosi su una domanda di condono edilizio e su un vecchio accordo privato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del proprietario. I giudici hanno chiarito che il condono edilizio ha valore solo verso la pubblica amministrazione e non sana le violazioni nei rapporti tra vicini. Inoltre, i privati non possono accordarsi per violare le distanze previste dai piani regolatori comunali, poiché tali norme tutelano l'interesse pubblico all'ordinato sviluppo del territorio. Di conseguenza, il proprietario confinante deve demolire la porzione di garage abusiva.
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Distanze legali tra costruzioni: la Cassazione salva la zona B
Una società proprietaria di un immobile ha citato in giudizio una società fallita lamentando la violazione delle distanze legali tra costruzioni per edifici separati da una strada pubblica in zona omogenea B. La Corte d'appello aveva ordinato l'arretramento o la riduzione dell'altezza del fabbricato della convenuta, applicando i limiti restrittivi previsti dal decreto ministeriale del 1968. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della società fallita. I giudici hanno chiarito che, in base a una norma di interpretazione autentica del 2019, i limiti di distanza previsti dai commi secondo e terzo dell'articolo 9 del decreto ministeriale si applicano esclusivamente alle zone di nuova espansione (zona C) e non alla zona B. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio per una nuova decisione.
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Distanze legali: la rinuncia che chiude la guerra tra vicini
La proprietaria di un immobile ha citato in giudizio i vicini per aver realizzato una sopraelevazione senza rispettare le distanze legali e per aver invaso il suo terreno. La Corte di appello ha ordinato l'arretramento della costruzione di ventidue centimetri e la liberazione dell'area occupata. Uno dei vicini ha proposto ricorso in Cassazione, ma ha successivamente depositato una formale rinuncia agli atti del giudizio, accettata dalle controparti. La Suprema Corte ha quindi dichiarato l'estinzione del processo. Di conseguenza, la sentenza d'appello è diventata definitiva, obbligando il vicino a demolire la porzione abusiva e a restituire il terreno.
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Distanze legali tra costruzioni: la Cassazione ferma la lite
I Primi Proprietari hanno citato in giudizio i Vicini per violazione dei confini. I Vicini hanno risposto con una domanda riconvenzionale, contestando la legittimità di una veranda e di una tettoia dei Primi Proprietari. I giudici di merito hanno ordinato l'arretramento dei manufatti a cinque metri dal confine. I Primi Proprietari hanno fatto ricorso in Cassazione, sostenendo l'applicabilità del principio di prevenzione in assenza di norme locali chiare sulle distanze legali tra costruzioni al momento dell'edificazione. La Suprema Corte, con un'ordinanza interlocutoria, ha sospeso la decisione e ha ordinato al Comune di fornire informazioni ufficiali sulla successione delle regole urbanistiche nel tempo, per verificare quale fosse la reale disciplina applicabile.
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Distanze legali: il vicino perde la causa contro i balconi
Un proprietario ha fatto causa all'impresa costruttrice confinante, sostenendo che il nuovo edificio violasse le distanze legali. Secondo il proprietario, la distanza di 5 metri dal confine doveva essere calcolata dalla punta dei balconi sporgenti e non dal muro della casa. I giudici hanno respinto la richiesta. La Corte di Cassazione ha chiarito che il regolamento edilizio comunale può stabilire regole specifiche per i balconi. Nel caso in questione, il regolamento locale prevedeva una doppia misura: 5 metri per le pareti e 1,50 metri per i balconi. Poiché la costruzione rispettava entrambe le misure, l'edificio è stato dichiarato perfettamente in regola. Di conseguenza, il proprietario che ha avviato la causa ha perso definitivamente e non ha diritto ad alcuna demolizione o risarcimento.
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Distanze legali: l’accordo violato costa la demolizione
Un venditore cede un terreno a un'impresa costruttrice, pattuendo nel contratto la possibilità di edificare a una distanza minima di quattro metri dal confine, in deroga ai cinque metri previsti dal regolamento comunale. L'impresa edifica però a una distanza inferiore a quella concordata. Il venditore agisce in giudizio chiedendo l'arretramento dell'edificio. Gli acquirenti degli immobili impugnano la decisione favorevole al venditore. La Corte di Cassazione respinge il ricorso, confermando che l'accordo ha costituito una servitù a tutela delle distanze legali. La violazione di tale diritto reale comporta l'obbligo di riduzione in pristino tramite arretramento della costruzione, escludendo la possibilità di sostituire la demolizione con il solo risarcimento del danno, in quanto la tutela dei diritti reali non incontra il limite dell'eccessiva onerosità.
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Servitù di veduta abusiva: il danno è automatico anche senza prove
Il caso nasce dalla controversia tra due vicini di casa. Il Proprietario chiedeva l'arretramento del muro di contenimento delle Vicine e la rimozione di una ringhiera che creava una servitù di veduta abusiva sul proprio fondo, oltre al risarcimento dei danni. La Corte d'Appello respingeva la richiesta di risarcimento ritenendo che il danno non fosse automatico. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Proprietario su questo punto, stabilendo che la lesione del diritto di proprietà causata da una servitù di veduta abusiva produce un danno "in re ipsa" (implicito). Di conseguenza, il danno non richiede prove specifiche e deve essere risarcito tramite liquidazione equitativa dal giudice. La sentenza è stata cassata con rinvio per la quantificazione del danno.
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Ristrutturazione edilizia e distanze legali: tetto da demolire
Una proprietaria ha fatto causa a una società costruttrice lamentando che il rifacimento del tetto di un edificio vicino violasse le distanze dal confine. La società sosteneva si trattasse di una semplice ristrutturazione. La Corte d'Appello ha invece accertato che l'intervento, avendo aumentato l'altezza di novanta centimetri e modificato la forma del tetto creando un sottotetto potenzialmente abitabile, costituiva una nuova costruzione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che ogni modifica che aumenta altezza o volume si qualifica come nuova costruzione. Di conseguenza, l'opera rientra nella disciplina della ristrutturazione edilizia e distanze legali, obbligando il costruttore alla riduzione in pristino (demolizione) e al risarcimento dei danni, oltre a dover tenere indenni gli acquirenti degli appartamenti.
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Distanze tra costruzioni: demolizione per chi viola i confini
Una recente ordinanza della Cassazione affronta il tema delle distanze tra costruzioni e della determinazione dei confini. Il Vicino ha citato in giudizio i Proprietari confinanti lamentando la violazione delle distanze legali della loro nuova costruzione. I giudici di merito, basandosi sui rilievi dei tecnici e sul frazionamento allegato all'atto di acquisto, hanno accertato il confine e ordinato l'arretramento dell'edificio, oltre al risarcimento del danno. I Proprietari hanno fatto ricorso in Cassazione, sostenendo l'incertezza del confine e l'esclusione degli sporti dal calcolo. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che nel processo civile vige la regola della "preponderanza dell'evidenza" e che i regolamenti locali non possono modificare la nozione civilistica di costruzione. I Proprietari perdono la causa e devono demolire la parte abusiva e pagare le spese.
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Distanze legali: paga il proprietario se il terzo costruisce
Un proprietario ha chiesto la rimozione di una casetta in legno costruita sul terreno del vicino in violazione delle distanze legali. Sebbene il manufatto fosse stato realizzato da una società terza e poi rimosso durante il processo, la Corte di Cassazione ha stabilito che l'azione per il rispetto delle distanze legali va proposta esclusivamente contro il proprietario del fondo confinante, non contro il terzo costruttore. Di conseguenza, il proprietario del terreno risponde delle spese legali in base al principio della soccombenza virtuale, non essendosi attivato prima della causa per far rimuovere l'opera abusiva. Il ricorso del proprietario confinante è stato rigettato.
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Distanze legali tra costruzioni: vince il terreno originario
Il proprietario di un terreno ha citato in giudizio un centro sportivo confinante per la violazione delle distanze legali tra costruzioni, lamentando la presenza di un palo di illuminazione e di un basamento in cemento a distanza inferiore rispetto a quella prevista dai regolamenti comunali. La Corte d'Appello aveva respinto la domanda ritenendo i manufatti non rilevanti poiché misurati a partire da un terrapieno rialzato creato successivamente. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del proprietario, stabilendo che il calcolo dell'altezza e della sporgenza di un'opera deve essere effettuato prendendo come riferimento l'originario piano di campagna e non il livello del terreno modificato artificialmente. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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