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Art. 8 Convenzione EDU

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589 provvedimenti

Ordine di demolizione e sanatoria: i limiti del giudice penale
Un proprietario subiva una condanna penale per reati edilizi con conseguente ordine di demolizione dell'immobile. Anni dopo, il Comune rilasciava un permesso di costruire in sanatoria, salvo poi annullarlo d'ufficio. Il Tribunale Amministrativo Regionale accoglieva il ricorso del cittadino e annullava la revoca comunale in via definitiva. Il proprietario chiedeva quindi al Giudice dell'esecuzione la cancellazione della demolizione penale. Il Giudice rigettava la richiesta, ritenendo invalido il condono e legittimo il ripensamento del Comune, scavalcando la decisione amministrativa. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione: il giudice penale non può ignorare il giudicato amministrativo, ma deve verificare direttamente la sussistenza dei requisiti di legge dell'opera prima di confermare l'ordine di demolizione.
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Colloqui in videochiamata detenuti 41-bis: stop se si viaggia
Un detenuto sottoposto al regime speciale di carcere duro ha chiesto di svolgere colloqui con i familiari a distanza tramite piattaforma telematica durante il periodo pandemico. Il Tribunale di Sorveglianza ha concesso l'autorizzazione all'utilizzo della videoconferenza basandosi sulla persistenza dello stato di emergenza sanitaria generale. Il Ministero della Giustizia ha contestato il provvedimento, rilevando la revoca dei divieti di mobilità tra Regioni e la possibilità per i parenti di effettuare le visite di persona. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso ministeriale, stabilendo che i colloqui in videochiamata detenuti 41-bis sono consentiti solo in caso di assoluta impossibilità oggettiva o gravissima difficoltà attuale negli spostamenti.
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Espulsione dello straniero: no automatismi dopo la pena
La vicenda nasce dalla condanna di due soggetti per reati legati allo spaccio di sostanze stupefacenti. Il primo imputato ha pattuito la sanzione tramite concordato in appello, mentre il secondo ha contestato la responsabilità penale e la misura di sicurezza applicata a suo carico. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del primo imputato, ribadendo che l'accordo sulla pena non permette ripensamenti unilaterali. Al contrario, i giudici hanno accolto il ricorso del secondo imputato limitatamente all'espulsione dello straniero. La Suprema Corte ha chiarito che l'allontanamento dal territorio non può scattare in modo automatico. Il giudice deve accertare la pericolosità sociale concreta, bilanciando la sicurezza pubblica con i legami familiari e la situazione lavorativa del condannato.
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Video-colloqui 41-bis: tra rigore del carcere e pandemia
Un detenuto in carcere duro presenta reclamo per ottenere i video-colloqui 41-bis con i propri familiari. L'Amministrazione penitenziaria nega la richiesta. Il Tribunale di sorveglianza concede il video-collegamento solo a causa dell'emergenza sanitaria da Covid-19, rigettando le altre motivazioni personali. Sia l'Amministrazione sia il detenuto ricorrono in Cassazione. La Suprema Corte rigetta entrambi i ricorsi. La decisione stabilisce che i video-colloqui 41-bis sono consentiti in presenza di situazioni eccezionali come la pandemia, purché siano garantite le inderogabili esigenze di sicurezza. Le motivazioni generiche del detenuto non bastano per concedere deroghe permanenti, mentre l'Amministrazione non può escludere a priori i contatti audiovisivi se non vi è un concreto pericolo di comunicazione criminale.
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Espulsione dello straniero: no alla tutela con violenze in casa
Un cittadino straniero ha proposto ricorso in Cassazione contro l'ordinanza che confermava l'espulsione dello straniero come misura sostitutiva della pena detentiva. L'uomo sosteneva che l'allontanamento avrebbe violato il suo diritto alla vita familiare, separandolo dalla moglie e dalle figlie minori. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso evidenziando che l'uomo aveva subito la revoca dell'affidamento in prova proprio a causa di condotte violente commesse contro la moglie e le figlie. Di conseguenza, l'esistenza di violenze domestiche esclude la tutela del nucleo familiare contro l'allontanamento coattivo.
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Contabilità in nero: le smentite dei lavoratori non bastano
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a un'azienda il mancato versamento di ritenute e ricavi non dichiarati, a seguito del ritrovamento di appunti e registri informali con turni e stipendi extra. Il giudice di appello ha annullato le sanzioni valorizzando il disconoscimento del datore di lavoro e le dichiarazioni dei dipendenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del fisco, stabilendo che la contabilità in nero rinvenuta nei locali aziendali costituisce un valido indizio grave, preciso e concordante per fondare l'accertamento. Tali appunti informali non possono essere superati dalle sole dichiarazioni dei lavoratori o dalle smentite della società, poiché prive di riscontri oggettivi idonei. La causa torna quindi al giudice di merito per una nuova valutazione.
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Indagini bancarie senza autorizzazione: l’accertamento è nullo
Un contribuente riceve un avviso di accertamento per redditi non dichiarati a seguito di verifiche sui propri conti correnti. L'Agenzia delle Entrate motiva il controllo con il mancato invio delle dichiarazioni dei redditi e l'acquisto di un immobile di alto valore. Il cittadino impugna l'atto contestando l'assenza del provvedimento che autorizza i controlli sui conti. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso e stabilisce un principio fondamentale: le indagini bancarie senza autorizzazione o non allegate all'atto rendono del tutto inutilizzabili i dati finanziari raccolti. Il Fisco non può impiegare le movimentazioni bancarie se non dimostra l'esistenza dell'autorizzazione preventiva. Pertanto, la sentenza di secondo grado viene cassata con rinvio per una nuova valutazione dei fatti senza l'uso dei dati bancari contestati.
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Contabilità in nero: le smentite non fermano l’accertamento
Durante un controllo fiscale, il Fisco ritrova presso la sede aziendale appunti informali e schede di lavoro con turni e stipendi non registrati nei bilanci ufficiali. L'amministrazione finanziaria contesta quindi la presenza di contabilità in nero ed emette un avviso di accertamento per maggiori ricavi e retribuzioni non dichiarate. La società impugna l'atto e la Corte regionale annulla la pretesa fiscale, ritenendo valide le smentite dei dipendenti e la mancanza di prove certe. L'Agenzia delle Entrate ricorre in Cassazione. I giudici di legittimità accogliono il ricorso dell'amministrazione finanziaria. La Suprema Corte stabilisce che i brogliacci aziendali costituiscono un indizio solido e che le smentite o le dichiarazioni dei lavoratori interessati non bastano a superare la contabilità in nero senza ulteriori riscontri oggettivi.
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Sequestro probatorio smartphone: senza motivazione va restituito
La Corte di Cassazione ha annullato il sequestro probatorio smartphone disposto nei confronti di un cittadino indagato per reati legati a stupefacenti e armi. La Polizia giudiziaria aveva sequestrato il telefono e il Pubblico Ministero aveva convalidato il provvedimento senza specificare le concrete esigenze probatorie né i dati cercati, limitandosi a una generica formula di rito. Il Tribunale del Riesame aveva respinto l'impugnazione cercando di integrare la motivazione mancante. La Suprema Corte ha stabilito che la motivazione generica rende nullo il sequestro e che il giudice non può sostituirsi al Pubblico Ministero per sanarne le omissioni. Di conseguenza, la Cassazione ha ordinato la restituzione immediata dello smartphone e la cancellazione di tutti i dati ed eventuali copie estrapolate.
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Contabilità in nero: le sole smentite dei lavoratori non bastano
Durante un controllo fiscale presso un'azienda, gli organi verificatori hanno rinvenuto appunti e brogliacci informali con l'indicazione di orari di lavoro e compensi extra non registrati. L'Amministrazione Finanziaria ha quindi contestato l'evasione e l'omesso versamento delle ritenute, qualificando i documenti come contabilità in nero. La società si è difesa disconoscendo i fogli e presentando dichiarazioni dei dipendenti che negavano di aver ricevuto somme non contabilizzate. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco. I giudici hanno stabilito che la contabilità in nero costituisce una presunzione valida e idonea a fondare l'accertamento. Per superarla, l'azienda deve fornire prove contrarie oggettive: non bastano le mere dichiarazioni dei lavoratori interessati o il semplice disconoscimento dei documenti reperiti nella sede aziendale.
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Cancellazione casellario giudiziale: serve udienza tra le parti
Un cittadino ha richiesto la cancellazione casellario giudiziale e l'oscuramento di alcuni certificati penali usati dalla controparte in un giudizio civile. Il Tribunale ha respinto la richiesta direttamente, senza convocare un'udienza tra le parti. Il cittadino ha quindi proposto ricorso in Cassazione denunciando la violazione delle garanzie difensive e dei diritti alla riservatezza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso e ha annullato la decisione impugnata. I giudici di legittimità hanno chiarito che sulle istanze relative alle iscrizioni nel casellario il giudice deve sempre garantire il contraddittorio mediante un'apposita udienza in camera di consiglio. Pertanto, gli atti sono stati trasmessi nuovamente al Tribunale affinché decida rispettando le procedure previste dalla legge.
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Frode fiscale cessione azienda: nessuna tutela con la mala fede
L'Amministrazione Finanziaria ha notificato avvisi di accertamento a un'azienda per indebiti vantaggi fiscali derivanti dall'uso di fatture inesistenti. La vicenda coinvolgeva il trasferimento di quote a società con sede in Paesi compresi nella black list e la vendita dell'attività tra soggetti legati da vincoli familiari per sottrarsi ai debiti tributari. L'azienda ha impugnato gli atti chiedendo la protezione prevista per il cessionario in buona fede. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso confermando che la frode fiscale cessione azienda annulla ogni tutela derivante dal certificato dei carichi pendenti. La decisione stabilisce che chi partecipa a un disegno fraudolento risponde illimitatamente dei debiti fiscali, indipendentemente dall'assoluzione penale dei singoli soci o dalle irregolarità istruttorie non tempestivamente contestate.
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Ordine di demolizione: perché la casa abusiva va abbattuta
Gli eredi di un immobile abusivo hanno chiesto di revocare l'ordine di demolizione disposto decenni prima. I ricorrenti sostenevano che la misura fosse ormai prescritta, lesiva del diritto all'abitazione e coperta da istanze di condono. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la validità del provvedimento. I giudici hanno chiarito che l'ordine di demolizione non è una pena ma una misura ripristinatoria a tutela del territorio, pertanto risulta imprescrittibile e vincola anche gli eredi del responsabile dell'abuso. La Suprema Corte ha inoltre precisato che il diritto all'abitazione non è assoluto e non protegge l'inerzia prolungata nella ricerca di un alloggio alternativo, confermando l'illegittimità dei condoni presentati previa suddivisione fittizia dell'immobile.
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Espulsione dello straniero e pericolosità sociale: i limiti
Un cittadino straniero ha proposto ricorso contro il provvedimento di espulsione dal territorio italiano. La difesa ha sostenuto l'illegittimità della misura a causa della presenza di un figlio minore residente in Italia e del presunto stato di apolide dell'uomo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura. I giudici hanno chiarito la relazione tra espulsione dello straniero e pericolosità sociale. Il legame familiare non impedisce l'allontanamento quando la pericolosità del soggetto, desunta da numerosi reati e condanne precedenti, risulta prevalente. Inoltre, lo stato di apolide non impedisce l'espulsione se non formalmente accertato e in presenza di gravi motivi di ordine pubblico. Lo straniero perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Trattenimento corrispondenza detenuti: stop alle lettere ambigue
Un detenuto sottoposto al regime di carcere duro ha inviato una lettera a un'altra detenuta con cui non aveva legami di parentela. Il Tribunale ha disposto il blocco della missiva ritenendo il testo ambiguo e dal linguaggio criptico. Il mittente ha proposto ricorso denunciando l'assenza di motivi concreti e la violazione della privacy. La Corte di Cassazione ha confermato il trattenimento corrispondenza detenuti, evidenziando che i messaggi allusivi o non immediatamente comprensibili giustificano il blocco per motivi di sicurezza pubblica e prevenzione dei reati.
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Sequestro probatorio di smartphone: vietato l’accesso totale
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un indagato arrestato in flagranza per reati in materia di armi e sostanze stupefacenti. Durante le operazioni, le forze dell'ordine hanno sequestrato due telefoni cellulari. Il Pubblico Ministero ha convalidato il sequestro probatorio di smartphone per estrarre immagini, chat e documenti informatici senza specificare filtri temporali o criteri di ricerca mirati. Il Tribunale del Riesame ha confermato il provvedimento. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'indagato e ha annullato senza rinvio l'ordinanza e il decreto di sequestro. I giudici hanno ordinato la restituzione immediata dei dispositivi, stabilendo che il sequestro digitale indiscriminato e massivo vìola il principio di proporzionalità e il diritto alla riservatezza dell'indagato.
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Ordine di demolizione annullato: violato il diritto di difesa
L'Erede e La Detentrice di un immobile presentano un ricorso al Giudice dell'esecuzione per sospendere o revocare un ordine di demolizione scaturito da una condanna per abusivismo edilizio. I richiedenti fanno valere diverse motivazioni, tra cui il pagamento delle indennità al Comune e la tutela del diritto all'abitazione. Il Tribunale respinge la richiesta nel merito mediante una decisione immediata, ossia senza convocare l'udienza camerale con le parti. La Corte di Cassazione accoglie l'impugnazione e annulla l'ordinanza senza rinvio. La Suprema Corte stabilisce che decidere nel merito senza garantire l'udienza costituisce una nullità assoluta e insanabile. L'ordine di demolizione dovrà pertanto essere riesaminato dal Tribunale garantendo il pieno rispetto del diritto di difesa e del contraddittorio.
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Ricorso straordinario per errore di fatto e CEDU: i limiti
Un detenuto condannato all'ergastolo ha lamentato il blocco ingiustificato di un plico difensivo durante la detenzione, ottenendo il riconoscimento della violazione dei diritti umani a livello europeo. Successivamente, la difesa ha chiesto di ridurre la pena o riaprire il processo, sostenendo che tale ostacolo avesse impedito la scelta del rito abbreviato. A seguito del rigetto, il condannato ha presentato un ricorso straordinario per errore di fatto, affermando che i giudici di legittimità avevano ignorato prove decisive sulle tempestive richieste difensive. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il rimedio: la mancata concessione del rito speciale derivava da un giudizio valutativo di merito e non da una semplice svista documentale.
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Contabilità in nero: gli appunti battono le smentite
Un controllo fiscale presso un'azienda di distribuzione carburanti ha portato al rinvenimento di fogli e brogliacci presenze non registrati ufficialmente. L'Agenzia delle Entrate ha ritenuto che tali appunti provassero pagamenti non contabilizzati ai dipendenti, configurando una vera e propria contabilità in nero. La società si è difesa producendo dichiarazioni dei lavoratori che smentivano la percezione di somme ulteriori. La Corte di Cassazione ha stabilito che la contabilità in nero reperita in azienda costituisce un solido indizio di evasione ex art. 39 d.P.R. 600/1973. Le semplici dichiarazioni dei dipendenti non bastano come prova contraria per superare gli appunti informali, trattandosi di soggetti controinteressati. La Suprema Corte ha accolto il ricorso del Fisco, annullando la decisione favorevole all'azienda e disponendo un nuovo riesame.
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Condono e prima casa non fermano l’ordine di demolizione
Gli eredi degli autori di un fabbricato abusivo hanno impugnato il rigetto della revoca di un ordine di demolizione risalente al 1997. I ricorrenti hanno sostenuto la validità di tre istanze di condono frazionate per singoli piani dell'immobile. Inoltre, hanno invocato la tutela della prima casa e il principio di proporzionalità, evidenziando il decorso di quasi trent'anni dalla sentenza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Il calcolo volumetrico per il condono deve considerare l'intero immobile per evitare elusioni. Il lungo tempo trascorso non giustifica l'inerzia degli occupanti nel cercare soluzioni abitative alternative. La Suprema Corte ha condannato i ricorrenti alle spese di giudizio e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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