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Art. 73, comma 5, d.P.R. 309/90 — Anno 2024

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284 provvedimenti

Altri anni per Art. 73, comma 5, d.P.R. 309/90

Notifica avvocato: errore invalida la sentenza penale
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza di condanna della Corte d'Appello a causa di un errore nella notifica all'avvocato difensore. La citazione per il giudizio era stata inviata a un legale con un nome simile ma diverso da quello di fiducia dell'imputato. Questo errore procedurale è stato ritenuto causa di nullità assoluta e insanabile, in quanto lede il diritto fondamentale alla difesa. Di conseguenza, il processo d'appello dovrà essere celebrato nuovamente.
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Obbligo di motivazione per reato continuato: il caso
La Corte di Cassazione ha annullato parzialmente una sentenza di condanna per spaccio e invasione di edifici. Sebbene la colpevolezza sia stata confermata, la Corte ha riscontrato un vizio nell'obbligo di motivazione relativo all'aumento di pena per il reato satellite (invasione di edifici), ritenendo insufficiente la giustificazione fornita dalla Corte d'Appello. Il caso è stato rinviato per una nuova determinazione della pena, sottolineando l'importanza di una motivazione specifica per ogni aumento nel contesto del reato continuato.
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Associazione per delinquere: prova e ruoli distinti
La Corte di Cassazione si pronuncia su diversi ricorsi contro una sentenza della Corte d'Appello di Genova per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. La Corte rigetta la maggior parte dei ricorsi, consolidando il principio della "doppia conforme", secondo cui le sentenze di primo e secondo grado si integrano a vicenda. Accoglie, tuttavia, il ricorso di un imputato, annullando con rinvio la sua condanna. La Corte d'Appello aveva riqualificato il reato associativo in riciclaggio, nonostante l'imputato fosse già stato assolto in via definitiva per tale accusa in primo grado, violando così il principio del 'ne bis in idem'.
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Detenzione di stupefacenti: quando è spaccio?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un individuo condannato per la detenzione di stupefacenti, nello specifico una quantità di marijuana corrispondente a oltre 1.400 dosi. La Corte ha stabilito che un quantitativo così cospicuo, unito alla deperibilità della sostanza, è incompatibile con la tesi dell'uso personale. I giudici hanno ritenuto le argomentazioni difensive una mera riproposizione di tesi già respinte e hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, escludendo l'ipotesi del fatto di lieve entità e la concessione delle attenuanti generiche.
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