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Art. 73, comma 5, d.P.R. 309/90 — Anno 2023

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133 provvedimenti

Altri anni per Art. 73, comma 5, d.P.R. 309/90

Ne Bis in Idem: Compra e Vende Droga, Condannato Due Volte
Un uomo, già condannato per l'acquisto di una partita di droga, viene nuovamente processato e condannato per aver venduto quella stessa sostanza in un secondo momento. L'imputato si difende invocando il principio del 'ne bis in idem', sostenendo di non poter essere giudicato due volte per lo stesso fatto. La Corte di Cassazione respinge la sua tesi, stabilendo un principio chiaro: l'acquisto e la successiva vendita di stupefacenti sono due reati distinti e autonomi, non un'unica condotta. Di conseguenza, la seconda condanna è legittima e non viola il divieto di doppio processo. L'esito è la conferma della condanna per la cessione della droga.
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Notifica via fax al difensore: condanna valida se si sceglie il rito abbreviato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che lamentava una presunta irregolarità nella notifica via fax al difensore dell'udienza di convalida dell'arresto. Secondo i giudici, nei procedimenti urgenti come il giudizio direttissimo, una comunicazione informale (anche via fax o verbale) è sufficiente. In ogni caso, la scelta successiva dell'imputato di procedere con il rito abbreviato ha 'sanato' (cioè guarito) qualsiasi vizio procedurale precedente, rendendo la doglianza tardiva e inefficace. L'imputato ha quindi perso il ricorso.
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Sequestro Conservativo: Denaro Bloccato per Multa, non Confisca
Un uomo, condannato per spaccio di lieve entità, si è visto applicare un sequestro conservativo su una somma di denaro per garantire il pagamento della multa. L'imputato ha fatto ricorso, confondendo questa misura con una confisca e sostenendo che non fosse provata l'origine illecita del denaro. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, chiarendo la netta differenza tra i due istituti. Il sequestro conservativo serve solo a garantire il pagamento della pena pecuniaria, a prescindere dalla provenienza del denaro, specialmente se l'imputato versa in condizioni economiche precarie. L'imputato ha perso il ricorso perché ha contestato un provvedimento (la confisca) che non era mai stato emesso.
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Club o centrale di spaccio? Condanna con prova indiziaria
La Cassazione conferma la condanna per spaccio di droga nei confronti dei gestori di un circolo ricreativo, trasformato in una vera e propria centrale di smercio di hashish. La difesa sosteneva la mancanza di prove dirette, come il sequestro della sostanza ceduta. Tuttavia, i giudici hanno stabilito che lo spaccio di droga con prova indiziaria è pienamente valido. Le videoriprese che mostravano un continuo e rapido viavai di acquirenti, unite a precedenti specifici e all'organizzazione dell'attività, costituiscono indizi gravi, precisi e concordanti. Viene esclusa l'ipotesi del 'fatto di lieve entità' a causa della professionalità e continuità dello spaccio. La condanna degli imputati è quindi definitiva.
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Cannabis: quando la coltivazione non è terapeutica
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per detenzione e coltivazione illecita di Cannabis, respingendo il ricorso di un imputato trovato in possesso di oltre due chili di sostanza. La difesa sosteneva che la coltivazione fosse destinata a un uso esclusivamente terapeutico per lenire i dolori di una grave polineuropatia. Tuttavia, i giudici hanno stabilito che l'ingente quantitativo sequestrato è incompatibile con il consumo personale e con la soglia della minima offensività penale, rendendo irrilevante la finalità medica dichiarata.
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Lieve entità: quando lo spaccio non è un reato minore
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso riguardante la mancata concessione della lieve entità in un caso di spaccio. I giudici hanno confermato che l'articolazione dell'attività, la varietà delle sostanze e il dato quantitativo escludono la natura lieve del reato. La decisione ribadisce che la valutazione del merito operata dalla Corte d'Appello non è sindacabile se adeguatamente motivata.
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Consumo di gruppo e spaccio: i limiti legali
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per detenzione di stupefacenti, rigettando la tesi difensiva del Consumo di gruppo. La decisione si fonda sull'ingente quantità di dosi rinvenute (oltre 3.000 tra marijuana, hashish e cocaina) e sulla somma di 1.800 euro scambiata, elementi ritenuti incompatibili con l'uso personale collettivo e con la qualificazione del fatto come lieve entità.
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Confisca e spaccio: quando il denaro è provento
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della Confisca di una somma di denaro rinvenuta durante un controllo per spaccio. Il ricorrente contestava l'ablazione di una piccola somma eccedente il prezzo di una singola vendita documentata. I giudici hanno stabilito che l'intera somma costituisce provento del reato, poiché la condotta includeva anche la detenzione di ovuli di cocaina pronti per la vendita. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile per genericità dei motivi.
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Dosimetria della pena: i criteri della Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della dosimetria della pena applicata in un caso di detenzione di stupefacenti per fini di spaccio. Il ricorrente lamentava l'eccessività della sanzione e la mancanza di una motivazione analitica sul mancato riconoscimento del minimo edittale. La Suprema Corte ha stabilito che, qualora la pena sia fissata in misura media o prossima al minimo, il giudice non è tenuto a un'analisi minuziosa di ogni parametro, essendo sufficiente il richiamo a criteri di equità e alla gravità del fatto.
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Lieve entità: quando la quantità di droga è decisiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato volto a ottenere la riqualificazione del reato di detenzione di stupefacenti nella fattispecie della lieve entità. I giudici hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, rilevando che il valore ponderale della sostanza sequestrata, valutato comparativamente con altri indici, esclude l'applicazione dell'attenuante. Il ricorso è stato ritenuto meramente riproduttivo di censure già ampiamente disattese nei precedenti gradi di giudizio, portando alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Lieve entità e spaccio: i criteri della Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da due imputati condannati per reati inerenti agli stupefacenti. Il fulcro della controversia riguardava il mancato riconoscimento della lieve entità (Art. 73 comma 5). La Suprema Corte ha confermato che la valutazione del giudice di merito è stata corretta, poiché non si è limitata al solo dato ponderale delle singole cessioni, ma ha analizzato la capacità complessiva di approvvigionamento e smercio degli imputati, ritenendola incompatibile con l'ipotesi attenuata. I motivi del ricorso sono stati giudicati meramente riproduttivi di censure già esaminate in appello.
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Lieve entità e traffico di droga: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso presentato da due imputati condannati per traffico di stupefacenti. La difesa invocava l'applicazione della lieve entità e il riconoscimento della minima partecipazione al reato. Gli Ermellini hanno stabilito che l'inserimento in un circuito criminale strutturato per l'approvvigionamento e lo smercio è incompatibile con la lieve entità. È stata inoltre confermata la recidiva per uno dei ricorrenti, evidenziando la particolare riprovevolezza della condotta alla luce dei precedenti penali.
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Lieve entità stupefacenti: i limiti della Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per detenzione illecita di cocaina, rigettando la richiesta di applicazione della **Lieve entità stupefacenti**. Il caso riguardava il possesso di circa 17 grammi lordi di sostanza, con un principio attivo corrispondente a oltre 10 grammi netti di cocaina pura. Tale quantità permetteva il confezionamento di circa 77 dosi medie giornaliere. La Suprema Corte ha stabilito che l'elevato numero di dosi e la purezza della sostanza sono elementi oggettivi che precludono la qualificazione del fatto come di particolare tenuità, confermando la correttezza della decisione dei giudici di merito.
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Spaccio di stupefacenti: quando non è lieve entità
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio di stupefacenti a carico di un soggetto che gestiva una piazza di spaccio organizzata. La difesa aveva richiesto la riqualificazione del reato in lieve entità e il riconoscimento delle attenuanti generiche. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto che l'uso di utenze telefoniche fittizie, la varietà delle sostanze (cocaina e marijuana) e la continuità dell'attività escludano la natura minima del fatto. La sentenza ribadisce che la gravità della condotta e la personalità negativa del reo prevalgono sulla giovane età ai fini del calcolo della pena.
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Spaccio di stupefacenti: prova e condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio di stupefacenti a carico di un soggetto trovato in un'auto contenente droga. Nonostante la difesa sostenesse la mancanza di prove dirette sulla detenzione, i giudici hanno valorizzato le indagini complessive e le testimonianze degli acquirenti. La frequenza quotidiana delle cessioni per quattro anni ha escluso la qualificazione del fatto come di lieve entità.
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Spaccio di stupefacenti: quando scatta la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio di stupefacenti a carico di un soggetto trovato in possesso di cocaina occultata in un furgone. La difesa sosteneva la mancanza di prova della destinazione a terzi e richiedeva la riqualificazione del fatto come di lieve entità. Gli Ermellini hanno dichiarato il ricorso inammissibile, evidenziando come il ritrovamento di materiale per il confezionamento, nastro isolante e sostanze da taglio (mannitolo) costituisca prova certa dell'attività di spaccio. La decisione ribadisce che la valutazione degli elementi probatori operata nei gradi di merito non può essere riconsiderata in sede di legittimità se logicamente motivata.
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Inammissibilità ricorso Cassazione: guida ai motivi
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità ricorso Cassazione presentato da un imputato condannato per spaccio di lieve entità. Il ricorrente lamentava una mancata valutazione degli elementi processuali, ma i giudici hanno rilevato la natura generica delle doglianze e l'assenza di un reale confronto con le motivazioni della sentenza d'appello. La decisione ribadisce che il giudizio di legittimità non può essere utilizzato per richiedere una nuova valutazione dei fatti già accertati nei gradi precedenti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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Lieve entità: i limiti nel traffico di droga
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un imputato che mirava a ottenere la riqualificazione del reato di spaccio nella fattispecie della lieve entità. I giudici hanno stabilito che l'elevata quantità di sostanza stupefacente e il contesto organizzativo in cui avveniva la detenzione sono elementi incompatibili con il beneficio previsto dal comma 5 dell'art. 73 T.U.S. La decisione conferma che la valutazione della gravità del fatto deve essere complessiva, includendo modalità d'azione e indici strutturali.
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Detenzione stupefacenti: distinzione tra droghe
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso relativo a un caso di detenzione stupefacenti che coinvolgeva sia cocaina che hashish. Il ricorrente contestava la mancata unificazione delle condotte sotto l'ipotesi della lieve entità. La Corte ha chiarito che la detenzione di droghe pesanti e leggere integra fattispecie di reato distinte con regimi sanzionatori differenti, impedendo una valutazione unitaria basata solo sulla gravità di una delle due condotte.
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Lieve entità: quando lo spaccio non è tenue
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio di stupefacenti, negando la riqualificazione del reato in lieve entità. Il ricorrente contestava la mancata applicazione della fattispecie attenuata, ma i giudici hanno ritenuto determinanti il numero di dosi rinvenute (107), il possesso di strumenti per il confezionamento e l'esistenza di una lista di clienti. Tali elementi, non presuntivi ma oggettivi, escludono la natura minima dell'attività illecita, rendendo il ricorso inammissibile con conseguente condanna alle spese e alla Cassa delle Ammende.
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