Un uomo condannato con sentenze definitive per plurimi omicidi aggravati dal metodo mafioso, commessi tra il 1999 e il 2011, ha richiesto al giudice dell'esecuzione il riconoscimento del reato continuato per ottenere un ricalcolo al ribasso della pena complessiva. Il giudice ha respinto la richiesta, rilevando che i delitti derivavano da una generica appartenenza mafiosa e da una scelta di vita criminale, non da una preventiva e unitaria programmazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la netta distinzione tra l'adesione continuativa a un clan e il disegno criminoso unitario richiesto dalla legge. Il ricorrente deve pagare le spese legali e una sanzione di tremila euro.
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