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Art. 646 Codice Penale — Sezione Settima Penale

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299 provvedimenti

Altri anni per Art. 646 Codice Penale

Appropriazione indebita: niente sconti senza risarcimento
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di appropriazione indebita. Il ricorrente contestava la severità della pena e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici precedenti, evidenziando che il condannato non ha risarcito il danno alla vittima, non ha provato il proprio dissesto finanziario e possiede numerosi precedenti penali per truffa e ricettazione. I giudici hanno ribadito che la determinazione della pena spetta esclusivamente al giudice di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità, se adeguatamente motivata. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Appropriazione indebita: contesta solo la pena e perde il ricorso
Un cittadino, condannato per il reato di appropriazione indebita a un anno di reclusione, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione sulla sua responsabilità penale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, avendo l'imputato contestato in appello solo l'entità della pena, non poteva successivamente ridiscutere la propria colpevolezza davanti alla Cassazione. Questo meccanismo, chiamato preclusione, impedisce di sollevare questioni non trattate adeguatamente nei gradi precedenti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Appropriazione indebita: la parola della vittima batte il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per il reato di appropriazione indebita. L'imputato contestava la credibilità della vittima e l'applicazione della recidiva. I giudici hanno confermato che la testimonianza della persona offesa era precisa, coerente e priva di smentite credibili da parte della difesa. Inoltre, la recidiva è stata ritenuta corretta a causa della gravità del comportamento e della totale indifferenza dell'uomo verso le sue precedenti condanne. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Appropriazione indebita: ricorso respinto e multa salata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di appropriazione indebita. La Corte d'Appello aveva ridotto la pena a dieci mesi di reclusione e cinquecento euro di multa. L'imputato ha impugnato la decisione contestando la propria responsabilità e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno chiarito che la Cassazione non può rivalutare i fatti già accertati nei precedenti gradi di giudizio. Inoltre, la concessione delle attenuanti generiche richiede la presenza di elementi positivi concreti, la cui mancanza legittima il diniego. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Reato continuato: perché la propensione a delinquere non basta
Il Tribunale di Verona, come giudice dell'esecuzione, ha respinto la richiesta di applicare la disciplina del reato continuato per diversi episodi di truffa, appropriazione indebita e insolvenza fraudolenta commessi da un soggetto nell'arco di tre anni. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'omogeneità dei reati e la vicinanza temporale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per configurare il reato continuato non basta la generica propensione a delinquere o il comune fine di lucro. È invece necessaria la prova di un unico disegno criminoso, ideato fin dal primo reato. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Appropriazione indebita: condanna definitiva senza sconti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di appropriazione indebita nei confronti di un cittadino. L'imputato aveva contestato la prova del dolo e la mancata concessione della sospensione condizionale della pena. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che le contestazioni sull'interversione del possesso non possono essere sollevate per la prima volta in Cassazione se non trattate in appello. Inoltre, la sospensione condizionale non può essere lamentata in sede di legittimità se non è stata espressamente richiesta durante il giudizio di merito. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Appropriazione indebita: quando il ricorso costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un'imputata condannata per il reato di appropriazione indebita aggravata. I giudici di merito avevano accertato la responsabilità della donna, la quale si era appropriata di beni altrui di cui aveva la disponibilità materiale, realizzando la cosiddetta interversione del possesso con la piena consapevolezza di ottenere un profitto ingiusto. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi del ricorso erano generici e ripetitivi, limitandosi a richiedere una nuova valutazione dei fatti e delle prove, attività preclusa in sede di legittimità. Di conseguenza, l'imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Appropriazione indebita: ricorso generico costa caro all’imputato
Il Ricorrente è stato condannato per il reato di appropriazione indebita. Egli ha proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione, lamentando un generico vizio di motivazione della sentenza d'appello. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché privo dei requisiti specifici richiesti dalla legge. Il Ricorrente non ha infatti indicato le precise carenze o illogicità della decisione impugnata, limitandosi a contestazioni generiche. Di conseguenza, la Corte ha confermato la condanna e ha sanzionato il Ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Appropriazione indebita: da custode di mobili a condannato
Un uomo ha ricevuto in custodia temporanea dei mobili ma si è rifiutato di restituirli ai legittimi proprietari, comportandosi come se ne fosse il proprietario esclusivo. I giudici di merito lo hanno condannato per il reato di appropriazione indebita. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la valutazione delle prove e la motivazione della sentenza d'appello. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di Cassazione se la motivazione precedente è logica e coerente. Di conseguenza, il ricorrente ha subito la condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Appropriazione indebita: la querela del custode è valida
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di appropriazione indebita nei confronti di un soggetto che si era impossessato di beni altrui. I giudici hanno chiarito che il diritto di presentare querela spetta non solo al proprietario del bene, ma anche a chi ne aveva il legittimo e autonomo possesso prima della sottrazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato, respingendo le contestazioni sulla sussistenza del dolo e sulla mancata concessione delle attenuanti o della particolare tenuità del fatto. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle Ammende.
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Appropriazione indebita: trattenere la Porsche costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di appropriazione indebita di un'autovettura di lusso (una Porsche). L'imputato contestava il mancato esame in primo grado, la propria responsabilità penale e il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha chiarito che il mancato esame è dipeso dalla sua assenza ingiustificata in udienza. Inoltre, la difesa ha proposto motivi generici, senza contestare efficacemente la ricostruzione dei fatti. Infine, i giudici hanno confermato che la modifica delle coordinate bancarie non esclude l'illecito possesso del veicolo. L'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Appropriazione indebita: quando scatta il reato nel leasing?
Un utilizzatore di un'auto in leasing smette di pagare i canoni e, nonostante la risoluzione del contratto e la formale richiesta di restituzione del veicolo da parte della società locatrice, trattiene il mezzo proponendo un saldo e stralcio rifiutato. La società presenta querela per il reato di appropriazione indebita. L'utilizzatore ricorre in Cassazione sostenendo la tardività della querela. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. Il termine di tre mesi per la querela decorre solo da quando la vittima acquisisce la certezza del reato, ossia quando l'utilizzatore manifesta chiaramente la volontà di trattenere il bene come proprio (uti dominus) rifiutando la restituzione, e non dal semplice mancato pagamento dei canoni. L'onere di provare la tardività spetta all'imputato.
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Appropriazione indebita: svuota la pizzeria e viene condannato
Un socio ha smontato e trasferito tutte le attrezzature della pizzeria di cui era comproprietario in un altro locale, avviando un'attività autonoma e trattenendo per sé tutti i guadagni. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di appropriazione indebita aggravata. I giudici hanno chiarito che non si è trattato di una semplice gestione disordinata dei beni sociali, ma di una vera e propria sottrazione abusiva per scopi puramente personali, senza avviare la regolare liquidazione della società. Il ricorso del socio è stato dichiarato inammissibile, rendendo definitiva la condanna a quattro mesi di reclusione e al risarcimento dei danni.
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Appropriazione indebita: la prescrizione va provata con atti certi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di appropriazione indebita aggravata di un veicolo. L'imputato sosteneva che il reato fosse ormai estinto per prescrizione, collocando il momento della consumazione a una data anteriore rispetto a quella contestata, basandosi sul contenuto della denuncia-querela. I giudici di legittimità hanno chiarito che chi invoca la prescrizione per la prima volta in Cassazione, pretendendo una retrodatazione del reato, ha l'onere di fornire prove certe e incontrovertibili già presenti nel fascicolo del dibattimento. La denuncia-querela, non essendo stata acquisita come prova nel processo, non può essere usata a questo scopo. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Uso indebito di carta di pagamento: ricorso generico e condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per appropriazione indebita e uso indebito di carta di pagamento. La Corte d'Appello aveva precedentemente ridotto la pena a un anno e sei mesi di reclusione. Il difensore del condannato ha proposto ricorso lamentando un difetto di motivazione, ma senza contestare specificamente i punti della decisione impugnata. I giudici di legittimità hanno ribadito che il ricorso deve essere specifico e confrontarsi direttamente con le argomentazioni della sentenza precedente. Di conseguenza, l'imputato perde la causa, vede confermata la condanna e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Termine presentazione querela: tra sospetto e certezza
Un imprenditore è stato condannato per appropriazione indebita per non aver restituito un container a un'azienda partner. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo che la querela fosse tardiva, poiché l'azienda aveva già chiesto la restituzione del bene in precedenza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il termine presentazione querela di tre mesi inizia a decorrere solo quando la vittima acquisisce una conoscenza certa, seria e concreta del reato, e non dal momento dei primi sospetti o di semplici solleciti. Nel caso specifico, la certezza del reato è maturata solo con la formale risoluzione del contratto. L'imputato perde la causa e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: addio prescrizione
L'Imputato è stato condannato per il reato di appropriazione indebita. Egli ha proposto ricorso lamentando l'inattendibilità della Persona Offesa e l'illegittima riapertura dell'istruttoria in appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché i motivi erano generici e privi di reale confronto con la sentenza impugnata. A causa di tale vizio, la Suprema Corte non ha potuto rilevare la prescrizione del reato maturata dopo la sentenza di secondo grado. L'inammissibilità impedisce infatti la costituzione di un valido rapporto processuale di impugnazione, precludendo l'applicazione di cause di non punibilità. Di conseguenza, l'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Utilizzo indebito di carte di credito: l’ex convivente perde tutto
Una donna, convivente della vittima, ha ricevuto dalle forze dell'ordine la carta prepagata del compagno e l'ha utilizzata per effettuare prelievi non autorizzati. Condannata nei primi gradi per appropriazione indebita e utilizzo indebito di carte di credito, ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato l'aggravante dell'abuso di relazioni domestiche, poiché la carta le era stata consegnata proprio in virtù della convivenza. Inoltre, la Corte ha negato l'attenuante del risarcimento del danno, poiché la donna ha risarcito la vittima solo parzialmente, mentre la legge richiede un risarcimento integrale prima del giudizio. La ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Appropriazione indebita: no a prove bis in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di appropriazione indebita. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito, chiedendo una nuova valutazione delle prove. La Suprema Corte ha chiarito che il giudizio di legittimità non consente di riesaminare le prove o proporre ricostruzioni alternative dei fatti, a meno che non vi sia un evidente travisamento. Poiché il ricorso mancava di specificità e non contrastava adeguatamente le motivazioni della sentenza d'appello, è stato respinto. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Appropriazione indebita: mentire sulla restituzione costa caro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di appropriazione indebita a carico di un soggetto che non ha restituito un bene ricevuto in godimento. Nonostante la notifica di un decreto ingiuntivo per il pagamento dell'ultima rata e i successivi solleciti di restituzione, l'uomo ha trattenuto il bene e ha falsamente dichiarato al curatore fallimentare di averlo già riconsegnato. I giudici hanno rilevato la dolosa interversione nel possesso, ossia la chiara volontà di comportarsi come proprietario esclusivo del bene altrui. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato, condannandolo anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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