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Art. 640 Codice Penale — Anno 2022

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1065 provvedimenti

Altri anni per Art. 640 Codice Penale

Circostanze attenuanti generiche: no al taglio di pena
L'Imputato è stato condannato per truffa, falso e sostituzione di persona per aver pagato un bene con un assegno circolare falso. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione contestando la prova identificativa e chiedendo le circostanze attenuanti generiche per via della ludopatia del soggetto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la solidità delle prove, evidenziando il medesimo numero telefonico e la stessa cadenza vocale usati in altre truffe. Inoltre, la Cassazione ha escluso le circostanze attenuanti generiche a causa dei precedenti penali e della condotta negativa tenuta anche dopo il fatto. L'Imputato perde la causa e subisce la condanna alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Inammissibilità del ricorso per genericità dei motivi e condanna
Un cittadino, condannato in primo grado per il reato di truffa in concorso a un anno di reclusione e trecento euro di multa, ha presentato impugnazione contestando la pena e la valutazione delle prove. La Corte di Appello ha dichiarato il ricorso non procedibile a causa dell'aspecificità delle contestazioni presentate dalla difesa. L'imputato si è quindi rivolto alla Corte di Cassazione lamentando difetti di motivazione da parte dei giudici di secondo grado. La Suprema Corte ha rigettato la richiesta, confermando l'inammissibilità del ricorso per genericità dei motivi. I giudici hanno chiarito che la difesa ha utilizzato formule generiche senza smontare in modo puntuale la motivazione della sentenza precedente. L'imputato perde definitivamente la causa e deve pagare le spese del procedimento, oltre a versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Truffa a consumazione prolungata: condannato il finto promotore
Un promotore ha convinto alcune persone a iscriversi a un corso di formazione assicurando falsamente il valore legale del titolo. Le vittime hanno pagato a rate e scoperto l'inganno solo dopo una verifica ufficiale. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del promotore, confermando la condanna. La Corte ha chiarito che, in caso di truffa a consumazione prolungata, il termine di prescrizione non decorre dal momento in cui l'intermediario incassa la provvigione, ma dall'ultimo pagamento effettuato dalle vittime. Inoltre, il termine per presentare la querela inizia a correre solo quando la vittima acquisisce una certezza oggettiva dell'inganno, e non dal momento del mero sospetto.
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Reato di truffa: la finta restituzione non cancella la condanna
Tre soggetti sono stati condannati per il reato di truffa dopo aver orchestrato un finto acquisto di beni. Gli imputati hanno sottratto la merce inscenando una complessa pantomima sul pagamento e nascondendo la refurtiva in un locale privato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati dai difensori dei condannati. I giudici hanno confermato la gravità del fatto e la personalità problematica dei colpevoli. La restituzione spontanea di gran parte della refurtiva, avvenuta senza una reale collaborazione o iniziativa attiva da parte degli imputati, non è stata ritenuta sufficiente per escludere la recidiva o concedere le attenuanti generiche. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato le condanne precedenti e ha imposto ai ricorrenti il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Dichiarazione di delinquente abituale: limiti sulla prescrizione
La Corte di Cassazione ha chiarito i limiti della dichiarazione di delinquente abituale in relazione al calcolo della prescrizione. Nel caso in esame, l'Imputato era stato condannato per truffa e ricettazione, con raddoppio dei termini di prescrizione dovuto alla qualifica di delinquente abituale attribuita nello stesso processo. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'Imputato, stabilendo che la dichiarazione di delinquente abituale ha efficacia "ex nunc" (da ora in poi) e produce effetti solo per i reati commessi dopo che la sentenza è diventata irrevocabile. Di conseguenza, per i reati giudicati nello stesso procedimento non si applica il raddoppio dei termini. La Cassazione ha quindi annullato senza rinvio la condanna per truffa, ormai prescritta, riducendo la pena complessiva, mentre ha confermato la condanna per ricettazione.
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Rettificazione della sentenza: giù la pena dopo l’errore in aula
L'Imputata ha convinto la Persona Offesa a versare quasi 100.000 euro su un conto cointestato con la falsa promessa di acquistare una casa per convivere. Il Tribunale l'ha condannata per truffa aggravata, ma ha commesso un errore: ha letto in udienza una condanna a un anno e due mesi di reclusione, scrivendo poi due anni nella motivazione. L'Imputata ha proposto ricorso contestando questa discrasia. La Corte di Cassazione ha stabilito che non serve annullare la decisione se l'errore è evidente. Ha quindi applicato la rettificazione della sentenza, correggendo la motivazione scritta per adeguarla alla pena più favorevole letta in udienza. L'Imputata ottiene così la riduzione formale della pena.
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Estorsione aggravata: costringono a rubare ma perdono il ricorso
Due imputati sono stati condannati per il reato di estorsione aggravata ai danni di una giovane donna, costretta con minacce a compiere furti per procurarsi il denaro da consegnare loro. Uno dei due rispondeva anche di tentata rapina. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei condannati, confermando la sentenza d'appello. I giudici hanno chiarito che l'estorsione si configura anche se il danno patrimoniale colpisce un soggetto diverso dalla persona minacciata. Inoltre, la Corte ha confermato la legittimità dell'uso di intercettazioni provenienti da un altro procedimento, poiché l'estorsione prevede l'arresto obbligatorio in flagranza. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Trattamento sanzionatorio: risarcire a metà riduce la pena
Il caso riguarda un uomo condannato per falsificazione di cambiali e tentata truffa. L'imputato ha contestato la decisione dei giudici di secondo grado in merito al trattamento sanzionatorio. La Corte di Appello aveva infatti escluso che il risarcimento parziale del danno offerto dall'uomo potesse dimostrare un suo reale pentimento, confermando una pena severa senza però spiegare adeguatamente questa scelta. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imputato, evidenziando la palese contraddizione dei giudici d'appello. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza limitatamente alla determinazione della pena, ordinando un nuovo esame sul trattamento sanzionatorio davanti a una diversa sezione della Corte d'Appello.
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Falsa attestazione della presenza in servizio: truffa in SpA
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per truffa aggravata e falsa attestazione della presenza in servizio nei confronti di un dipendente di una società interamente partecipata dal Comune. Il lavoratore si era assentato per un intero turno di lavoro simulando la sua presenza. La difesa sosteneva che la natura di società per azioni dell'azienda escludesse l'aggravante del danno a un ente pubblico e che il danno economico fosse minimo. I giudici hanno respinto il ricorso, chiarendo che le società in mano pubblica che gestiscono servizi di interesse generale sono equiparate agli enti pubblici. Inoltre, la falsa attestazione della presenza in servizio non arreca solo un danno economico, ma disorganizza il servizio e lede l'immagine dell'amministrazione. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Truffa contrattuale ad anziane: la disdetta riduce la pena
Un uomo ha tentato di raggirare due anziane donne per far firmare loro contratti di fornitura energetica. Nel primo caso, fingendosi bancario, è fuggito dopo che la vittima ha allertato la polizia. Nel secondo caso, spacciandosi per parente di un'anziana con disabilità psichica, le ha fatto firmare un contratto, poi disdetto tempestivamente dalla figlia prima che producesse effetti. La Cassazione ha stabilito che la condotta configura una tentata truffa contrattuale e non una truffa consumata. Il reato si consuma infatti solo con l'effettivo conseguimento del profitto e il correlato danno economico per la vittima. Poiché la disdetta ha evitato il danno, si tratta solo di tentativo. La Corte ha quindi annullato la condanna per ricalcolare la pena al ribasso.
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Determinazione della pena: nessun minimo per chi ha precedenti
Il Condannato, ritenuto responsabile del reato di truffa, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la decisione del giudice di merito di non applicare il minimo della sanzione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che la determinazione della pena rientra nel potere discrezionale del giudice di merito. Nel caso specifico, la scelta di superare il minimo edittale è stata giustificata in modo logico attraverso la gravità del fatto, legata al valore del titolo utilizzato per la truffa, e i precedenti penali del soggetto. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Truffa online con carta prepagata: condannato chi riceve i soldi
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa nei confronti di un soggetto intestatario di una carta prepagata utilizzata per ricevere il pagamento di una finta vendita su internet. La difesa sosteneva che la sola titolarità della carta non bastasse a dimostrare la colpevolezza. I giudici hanno invece stabilito che l'intestazione della carta, unita all'immediata interruzione dei contatti con l'acquirente dopo il pagamento, prova la complicità nella truffa online con carta prepagata, in quanto il titolare è il beneficiario effettivo del profitto illecito.
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Truffa online: la sola carta Postepay basta per la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di truffa online. L'imputato sosteneva che la condanna fosse ingiusta perch basata esclusivamente sull'intestazione della carta prepagata su cui la vittima aveva versato il denaro per un acquisto mai ricevuto. I giudici hanno invece stabilito che l'intestazione della carta, unita all'immediata interruzione dei contatti con la vittima dopo il pagamento, dimostra in modo logico il pieno coinvolgimento del titolare. Anche se l'inganno materiale fosse stato compiuto da terzi, il titolare della carta il destinatario effettivo del profitto illecito. Il ricorrente stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Truffa ai danni dello Stato: condannato il dipendente assenteista
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di Truffa ai danni dello Stato nei confronti di un dipendente pubblico. L'imputato si allontanava dal posto di lavoro senza registrare l'uscita, inducendo in errore l'amministrazione sulla sua effettiva presenza in servizio. La difesa ha presentato ricorso, contestando la qualificazione del fatto e chiedendo le attenuanti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, rilevando anche l'inefficacia di una rinuncia inviata via PEC senza firma del ricorrente. Di conseguenza, il lavoratore perde definitivamente la causa ed è condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Truffa aggravata: la difesa nega ma i tabulati inchiodano
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa aggravata a carico di un soggetto che raggirava le sue vittime al telefono. L'Imputato aveva contestato il riconoscimento fotografico e la localizzazione del suo cellulare vicino alla sua abitazione durante le chiamate. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non si possono ridiscutere le prove in Cassazione. Inoltre, la negazione delle attenuanti generiche è legittima se motivata dalla gravità del comportamento, dalla scelta accurata delle vittime e dai numerosi precedenti penali dell'autore del reato.
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Stato di necessità e truffa: la Cassazione nega la scriminante
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di truffa. L'imputato invocava lo stato di necessità, sostenendo di aver agito sotto la minaccia di terzi. I giudici hanno chiarito che lo stato di necessità non può essere applicato se manca la prova della minaccia e se il soggetto aveva alternative concrete, come rivolgersi alle forze dell'ordine. Inoltre, la Cassazione ha confermato la discrezionalità del giudice di merito nella determinazione della pena, escludendo ogni vizio di illogicità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Particolare tenuità del fatto: negata al truffatore seriale
L'Imputato è stato condannato per il reato di truffa. Il suo difensore ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'identificazione fotografica, la sussistenza del dolo e la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la validità delle prove fotografiche e documentali e hanno escluso la particolare tenuità del fatto a causa della condotta abituale dell'uomo, desunta dai suoi numerosi precedenti penali specifici. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Truffa in concorso: la firma e i conti condivisi inchiodano i soci
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per il reato di truffa in concorso. Il primo ricorrente contestava l'elemento soggettivo, mentre il secondo negava il nesso causale legato alla sua carica societaria. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità di quest'ultimo, evidenziando la sua partecipazione attiva nella presentazione di domande alla Camera di Commercio e la co-disponibilità dei conti correnti su cui affluivano i profitti illeciti. Inoltre, i giudici hanno chiarito che l'esiguità del danno economico, già utilizzata per concedere le attenuanti generiche, non può essere nuovamente valutata per ottenere un ulteriore sconto di pena (attenuante del danno di speciale tenuità), poiché ha già esaurito la sua funzione mitigatrice.
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Reato di truffa: pagare debiti con assegni a vuoto costa caro
L'Imputato è stato condannato per il reato di truffa per aver pagato un debito verso una società fornitrice consegnando scientemente assegni privi di valore, inducendo in errore il creditore. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la sussistenza degli elementi del reato e lamentando la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulle prove e sulla condotta ingannevole spetta ai giudici di merito e che la questione sulla tenuità del fatto non era stata sollevata in appello. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Reato di truffa: la condanna è definitiva se il ricorso è generico
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di truffa. L'imputato lamentava un vizio di motivazione nella sentenza d'appello che confermava la sua colpevolezza. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi di ricorso erano generici e manifestamente infondati, in quanto non criticavano in modo specifico le argomentazioni della sentenza impugnata. La decisione precedente era invece logica, coerente e basata su una completa analisi delle prove. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna penale e ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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