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Art. 416-bis Codice Penale — Anno 2023

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1733 provvedimenti

Altri anni per Art. 416-bis Codice Penale

Permesso premio al 41-bis: la condotta non cancella il passato
Il Detenuto, condannato all'ergastolo e sottoposto al regime speciale del 41-bis per associazione mafiosa, ha richiesto la concessione di un permesso premio. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta, evidenziando la sua elevata pericolosità sociale e il legame ancora attivo con la cosca criminale di provenienza, nonostante la buona condotta carceraria e il percorso di studi intrapreso. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del detenuto. I giudici hanno chiarito che non esiste un'incompatibilità assoluta tra il regime del 41-bis e il permesso premio, ma l'accesso al beneficio richiede una valutazione rigorosa e la prova concreta di un reale ravvedimento, che nel caso specifico è mancata. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Associazione di stampo mafioso: la lite familiare porta in carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un uomo accusato di associazione di stampo mafioso. La vicenda nasce da una lite familiare per una separazione, degenerata in scontri armati tra due clan rivali. L'indagato è intervenuto attivamente per mediare il conflitto, parlando a nome del proprio gruppo criminale e usando espressioni tipiche del gergo mafioso. La difesa sosteneva che l'intervento fosse solo di natura personale e familiare. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto che la mediazione dimostrasse la sua piena organicità al clan. Per questo reato opera una presunzione di pericolosità che impone il carcere, superabile solo provando la totale rescissione dei legami con l'organizzazione, prova che la difesa non ha fornito. Il ricorso è stato quindi rigettato.
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Associazione di tipo mafioso: il silenzio non salva dal carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un uomo accusato di associazione di tipo mafioso, ritenuto esponente di spicco di una nota cosca. L'indagato aveva impugnato l'ordinanza del Tribunale del riesame, contestando la gravità degli indizi e l'attendibilità delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e delle intercettazioni telefoniche. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che gli elementi raccolti, valutati globalmente, dimostrano la sua stabile "messa a disposizione" del sodalizio criminale. I giudici hanno chiarito che le intercettazioni tra terzi e le dichiarazioni convergenti dei collaboratori costituiscono prove solide se inserite in un quadro indiziario coerente. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e dovrà pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: la cella non cancella le accuse
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione mafiosa ed estorsione aggravata. La difesa sosteneva l'insufficienza degli indizi, evidenziando che l'indagato si trovava in stato di detenzione durante alcuni degli episodi contestati e contestando l'attendibilità delle intercettazioni telefoniche e delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. I giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso, ritenendo logica e coerente la ricostruzione del Tribunale del Riesame. Le prove raccolte, comprese le conversazioni tra i sodali, dimostrano il ruolo di vertice dell'indagato nella gestione delle estorsioni legate alle attività agricole, anche durante i periodi di detenzione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la custodia cautelare in carcere e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Estorsione ambientale: quando il silenzio del clan diventa minaccia
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione mafiosa ed estorsione. La difesa sosteneva l'assenza di minacce esplicite e l'esistenza di un debito della vittima. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che si configura il reato di estorsione ambientale anche senza violenza fisica o verbale diretta. La sola appartenenza del richiedente a un clan mafioso e la sua forza intimidatrice bastano a costringere la vittima al pagamento di somme non dovute. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Estorsione aggravata: patto spontaneo o tangente del clan?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Capo del Clan contro la custodia cautelare in carcere. L'imputato era accusato di associazione mafiosa e di estorsione aggravata ai danni di un gestore di una piazza di spaccio. La difesa sosteneva che il pagamento di diecimila euro da parte della vittima fosse un accordo spontaneo di sottomissione al sistema criminale e non il frutto di una costrizione. La Suprema Corte ha invece confermato la presenza di gravi indizi di colpevolezza. I giudici hanno evidenziato che il pagamento è stato imposto con una violenta aggressione fisica, integrando pienamente il reato di estorsione aggravata e non un patto associativo. Il ricorrente resta in carcere e dovrà pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Associazione di tipo mafioso: un solo reato non prova l’affiliazione
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un imprenditore sottoposto a custodia cautelare in carcere per tentata estorsione e partecipazione a un'associazione di tipo mafioso. Mentre i giudici hanno confermato la gravità degli indizi per il singolo episodio di estorsione, hanno accolto il ricorso sul reato associativo. La Suprema Corte ha stabilito che la semplice cooperazione in un singolo reato-fine non basta a dimostrare l'affiliazione stabile a un clan. Per configurare il reato di associazione di tipo mafioso occorre infatti una prova rigorosa della stabile messa a disposizione del soggetto a favore del sodalizio criminale. Di conseguenza, l'ordinanza cautelare è stata annullata limitatamente a questa accusa, con rinvio al Tribunale del riesame per una nuova valutazione.
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Durata della custodia cautelare: no a scarcerazioni parziali
Il Tribunale di Napoli ha respinto la richiesta di scarcerazione avanzata da un imputato per reati associativi e stalking. La difesa sosteneva che la durata della custodia cautelare avesse superato la pena inflitta in primo grado per i reati satellite, invocandone l'estinzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che, in tema di durata della custodia cautelare per reato continuato, occorre fare riferimento alla pena complessiva inflitta per tutti i reati e non solo a quella dei reati minori. Inoltre, la presunzione di adeguatezza del carcere per un reato satellite rimane valida anche se il tempo trascorso in cella supera la pena specifica per quel singolo reato. L'imputato resta quindi in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Sparatoria al bar: confermata l’aggravante del metodo mafioso
Il Tribunale di Bari applicava la custodia in carcere a un indagato per lesioni personali aggravate e porto d'armi, con l'aggravante del metodo mafioso. L'indagato, insieme al fratello, aveva aggredito e sparato alla gamba di un rivale all'interno di un bar aperto al pubblico. La difesa contestava la sussistenza dei gravi indizi e la necessità del carcere, parlando di una lite personale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la gravità dei fatti e la sussistenza dell'aggravante del metodo mafioso, poiché l'azione violenta in un luogo pubblico mirava a imporre il controllo sul territorio. L'indagato perde il ricorso e resta in carcere, dovendo anche pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Partecipazione ad associazione mafiosa: basta fare da messaggero
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per il figlio di un noto esponente criminale, accusato di partecipazione ad associazione mafiosa. L'indagato fungeva da intermediario e messaggero per il padre, impossibilitato a muoversi da Roma a causa di misure di sicurezza. La difesa sosteneva l'assenza di una formale affiliazione e la natura neutra dei contatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che per configurare il reato non serve un'affiliazione rituale. È sufficiente svolgere con continuità il ruolo di collegamento e trasmissione di ordini tra il capo ristretto e gli associati liberi sul territorio, integrando pienamente la condotta associativa.
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Tentata estorsione aggravata: sconti negati nonostante l’aiuto
L'Imputato, condannato per il reato di tentata estorsione aggravata dall'agevolazione mafiosa, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la quantificazione della pena e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e della massima estensione dell'attenuante della collaborazione. Lamentava inoltre la violazione del divieto di peggioramento della pena in appello (reformatio in peius) a causa del ricalcolo della recidiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando l'ampia discrezionalità del giudice di merito nella determinazione della pena se adeguatamente motivata. I giudici hanno chiarito che non vi è stata alcuna violazione procedurale poiché la pena finale è risultata inferiore a quella del primo grado e la recidiva era stata solo bilanciata, non esclusa. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Contestazione a catena: no alla scarcerazione per l’estorsore
L'Indagato, sottoposto a custodia in carcere per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni di un cittadino per ottenere i proventi di un appalto di rifiuti, ha impugnato l'ordinanza cautelare. La difesa ha invocato la contestazione a catena, chiedendo la retrodatazione dei termini di custodia cautelare a una precedente misura per associazione mafiosa, sostenendo che i termini fossero ormai scaduti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la questione della contestazione a catena non può essere sollevata in sede di riesame se i termini non sono già interamente scaduti al momento della nuova ordinanza. Inoltre, mancava la prova che i fatti fossero desumibili dagli atti del primo procedimento. L'Indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Associazione di tipo mafioso: ex politico resta in carcere
Un ex politico locale, accusato di associazione di tipo mafioso, ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale del Riesame. Inizialmente la Cassazione aveva annullato con rinvio la misura per carenza di riscontri individualizzanti. Nel giudizio di rinvio, il Tribunale ha confermato la misura cautelare valorizzando nuove intercettazioni in cui l'indagato ammetteva implicitamente il proprio coinvolgimento, definendolo una "scelta di vita", e riceveva soffiate riservate sulle rivelazioni di un collaboratore di giustizia. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso del politico, confermando che tali elementi dimostrano un inserimento stabile nel clan. Inoltre, per il reato di associazione di tipo mafioso opera la doppia presunzione di adeguatezza del carcere, superabile solo provando la rescissione del legame con la cosca.
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Aumento di pena per continuazione: la Cassazione punisce il boss
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato che contestava l'aumento di pena per continuazione applicato dal giudice dell'esecuzione. L'uomo, accusato di associazione di tipo mafioso, sosteneva che la decisione fosse priva di motivazione. I giudici di legittimità hanno invece chiarito che il provvedimento era ampiamente motivato: l'incremento della sanzione era giustificato dal ruolo di spicco ricoperto dal soggetto all'interno del clan, per il quale fungeva da portavoce del capo e fornitore di armi da fuoco avanzate. Di conseguenza, la Suprema Corte ha respinto il ricorso, confermando la condanna e imponendo al ricorrente il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Utilizzabilità chat criptate: il portuale perde in Cassazione
Il Tribunale di Reggio Calabria confermava la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di far parte di un'associazione dedita al narcotraffico nel porto di Gioia Tauro. La difesa contestava l'utilizzabilità chat criptate provenienti dalla piattaforma SKY ECC, acquisite tramite Ordine Europeo di Indagine dall'autorità francese, lamentando la mancata conoscenza dell'algoritmo di decrittazione e l'assenza di autorizzazione alle intercettazioni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che i messaggi già memorizzati su server esteri costituiscono "dati freddi" e la loro acquisizione rientra nell'ambito dei documenti informatici all'estero. Inoltre, vige una presunzione di legittimità per gli atti compiuti dall'autorità straniera, e la mancata conoscenza dell'algoritmo non lede il diritto di difesa.
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Scarcerazione per decorrenza termini: l’obbligo di dimora resta
L'Imputato, accusato di associazione mafiosa, ha fatto ricorso contro l'applicazione della misura dell'obbligo di dimora, disposta dopo la sua scarcerazione per decorrenza termini. La difesa sosteneva che, in assenza di contestualità tra la scarcerazione e la nuova misura, servissero nuove e diverse esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'applicazione di misure sostitutive dopo la scarcerazione per decorrenza termini è legittima sia se permangono le esigenze originarie, sia se ne sopravvengono di nuove. Inoltre, l'appartenenza a un clan mafioso non si presume interrotta dal solo stato di detenzione, salvo prova contraria di recesso o scioglimento del gruppo. L'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese.
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Retrodatazione dei termini di custodia cautelare: quando e negata
L'Imputato ha proposto ricorso contro l'ordinanza che respingeva la richiesta di inefficacia della custodia in carcere. Egli invocava la disciplina delle contestazioni a catena, chiedendo la retrodatazione dei termini di custodia cautelare per reati associativi e di spaccio, ritenendoli desumibili gia all'epoca di una prima misura per estorsione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la desumibilita dei fatti successivi non coincide con la mera conoscibilita storica, ma richiede un quadro indiziario completo e gia valutabile dal Pubblico Ministero prima del rinvio a giudizio del primo procedimento. Nel caso di specie, l'informativa finale era stata depositata molti mesi dopo il primo rinvio a giudizio, escludendo cosi ogni ipotesi di retrodatazione automatica.
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Senatore condannato: concorso esterno in associazione mafiosa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a sei anni di reclusione nei confronti di un esponente politico, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. L'imputato, sfruttando i suoi ruoli istituzionali di senatore e sottosegretario, ha stretto un patto di scambio politico-mafioso con i vertici della criminalità organizzata locale, garantendo loro appoggio economico e amministrativo in cambio di sostegno elettorale. La Suprema Corte ha chiarito che il concorso esterno in associazione mafiosa costituisce un reato permanente, la cui consumazione si protrae finché dura la concreta disponibilità del politico verso la cosca, cessata in questo caso solo nel 2006. Di conseguenza, i giudici hanno respinto il ricorso della difesa, escludendo la prescrizione del reato e confermando in via definitiva la responsabilità penale dell'imputato e la sua condanna al risarcimento dei danni alle parti civili.
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Confisca allargata: legittimo il sequestro prima del reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso straordinario di un uomo condannato a venti anni di reclusione per associazione mafiosa. Il ricorrente contestava un presunto errore di fatto dei giudici in merito al divieto di doppio giudizio e alla legittimità della confisca allargata applicata a un terreno acquistato nel 2000, a fronte di contestazioni penali iniziate nel 2007. La Suprema Corte ha stabilito che non vi è stato alcun errore materiale di percezione, bensì una consapevole valutazione giuridica. Riguardo alla confisca allargata, i giudici hanno confermato che la sproporzione patrimoniale può colpire anche beni acquistati prima del reato-spia, purché entro una ragionevole distanza temporale, poiché l'inserimento in contesti criminali complessi presuppone un consolidamento di rapporti illeciti ben precedente alla formale contestazione del reato.
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Pericolosità sociale qualificata: confermata la sorveglianza
La Corte di Cassazione ha confermato la misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per due anni a carico di un soggetto ritenuto vicino a un clan familiare. Il ricorrente contestava la sussistenza della pericolosità sociale qualificata e l'attualità del pericolo, basandosi sull'inattendibilità di alcuni collaboratori di giustizia e su un errore di fatto circa una minaccia a pubblico ufficiale. I giudici di legittimità hanno respinto il ricorso, chiarendo che nei procedimenti di prevenzione il controllo sulla motivazione è limitato alla sua reale esistenza e non alla sua condivisibilità logica. Inoltre, la recente condanna per minaccia aggravata dal metodo mafioso e l'attività abusiva di vigilanza confermano l'attualità della pericolosità del soggetto.
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