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Art. 416-bis Codice Penale — Anno 2023

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Altri anni per Art. 416-bis Codice Penale

Reato di usura aggravato: il carcere vince sui domiciliari
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia cautelare in carcere per il reato di usura aggravato dal metodo mafioso. L'indagato, insieme a un complice legato a un noto clan, aveva concesso prestiti a tassi usurari a una vittima in grave stato di bisogno, minacciandola per ottenere i pagamenti. La difesa contestava l'attendibilità della vittima e la sussistenza delle aggravanti, chiedendo i domiciliari. I giudici hanno confermato la misura carceraria, ritenendo pienamente credibili le dichiarazioni della persona offesa, riscontrate dalle intercettazioni. La Corte ha ribadito che lo stato di bisogno si desume anche dall'iniquità dei tassi e che l'evocazione del potere criminale configura l'aggravante mafiosa. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e dovrà pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: negati i domiciliari all’indagato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro l'ordinanza che applicava la custodia cautelare in carcere per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. La difesa chiedeva la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari e il braccialetto elettronico in un'altra località, evidenziando l'assenza di precedenti penali. I giudici hanno confermato la custodia cautelare in carcere poiché l'aggravante mafiosa fa scattare una presunzione di adeguatezza della misura massima. Tale presunzione non è stata superata, considerando anche i legami emersi con la criminalità organizzata e l'elevato rischio di reiterazione del reato. L'Indagato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: cella per il clan dopo il rigetto
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per cinque indagati accusati di associazione mafiosa e traffico di stupefacenti. Il Tribunale del Riesame aveva accolto l'appello del Pubblico Ministero contro il rigetto iniziale del GIP, ordinando l'arresto. I ricorrenti contestavano la genericità dell'appello del PM, l'attendibilità di un collaboratore di giustizia e l'esistenza di un divieto di doppio giudizio cautelare. La Suprema Corte ha rigettato e dichiarato inammissibili i ricorsi, rilevando che nuovi elementi indiziari, come le intercettazioni del 2020, avevano arricchito il quadro accusatorio, superando le precedenti valutazioni. I giudici hanno ritenuto pienamente giustificata la custodia cautelare in carcere a causa del concreto pericolo di recidiva e della gravità dei reati contestati.
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Tentata estorsione aggravata: minaccia provata ma manca il nesso
Il Tribunale del Riesame aveva confermato la custodia in carcere per un uomo accusato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'indagato era accusato di aver appeso al cancello della vittima una bambola con un proiettile nella fronte per costringerla ad affidare lavori edili a imprese vicine alla criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa, annullando il provvedimento con rinvio. I giudici di legittimità hanno rilevato che, pur essendovi indizi sulla partecipazione all'atto intimidatorio, manca una motivazione adeguata che colleghi direttamente la minaccia della bambola a una specifica richiesta estorsiva di affidamento dei lavori. Il Tribunale dovrà quindi riesaminare il caso.
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Tentata estorsione aggravata: la denuncia della vittima batte il pizzo
Un uomo è stato condannato per il reato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni del direttore di un cantiere edile. L'imputato aveva minacciato la vittima intimandole di pagare una somma di denaro ed evocando l'influenza di un noto clan camorristico locale per costringerla a cedere. La vittima si era opposta denunciando l'accaduto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna. I giudici hanno ribadito che le dichiarazioni della vittima sono pienamente attendibili anche senza riscontri esterni e che l'aggravante del metodo mafioso sussiste ogni volta che le minacce evocano la forza intimidatrice della criminalità organizzata, a prescindere dall'effettiva appartenenza del colpevole al sodalizio criminale.
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Metodo mafioso: il finto favore in gioielleria costa il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di tentata estorsione ai danni di un gioielliere. L'azione era aggravata dall'utilizzo del metodo mafioso. Il ricorrente aveva minacciato la vittima evocando il nome del figlio di un noto boss locale. La difesa sosteneva che l'aggravante non fosse applicabile a un singolo individuo senza legami associativi provati. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il metodo mafioso si configura quando la minaccia evoca, anche implicitamente, la forza intimidatrice di un gruppo criminale, a prescindere dall'effettiva appartenenza dell'autore all'associazione. Date le numerose condanne precedenti dell'indagato e la mancanza di reale pentimento, la misura del carcere è stata ritenuta proporzionata e necessaria.
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Attenuante del risarcimento del danno: il giudice può negarla
L'Imputato, condannato per tentata estorsione aggravata da metodo mafioso ai danni di un imprenditore, ha proposto ricorso lamentando il mancato riconoscimento dell'attenuante del risarcimento del danno. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accettazione di una somma da parte della vittima e il rilascio di una quietanza liberatoria non vincolano il giudice. Per concedere l'attenuante del risarcimento del danno, il risarcimento deve essere integrale e dimostrare un effettivo ravvedimento del reo, valutando la gravità del fatto e la pericolosità sociale del soggetto. Nel caso specifico, la somma offerta non è stata ritenuta sufficiente a riparare il grave danno causato dall'azione intimidatoria di stampo mafioso.
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Estorsione aggravata: condannato l’esattore silenzioso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per concorso in estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'imputato riscuoteva mensilmente somme di denaro per conto di un clan, mantenendo contatti diretti con il boss locale e i suoi successori. La difesa sosteneva l'assenza di minacce esplicite o violenze fisiche. I giudici hanno chiarito che per configurare l'estorsione aggravata non servono violenze esplicite, essendo sufficiente che la condotta evochi la forza intimidatrice del clan. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Traffico di stupefacenti: da spaccio a reato associativo
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di diversi soggetti accusati di far parte di un'organizzazione dedita allo spaccio di droga tra la Germania e l'Italia. Il nucleo della decisione riguarda la configurabilità del reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. I giudici hanno chiarito che per la sussistenza dell'associazione non occorre una struttura complessa, ma basta un minimo di organizzazione stabile e la consapevolezza dei membri di farne parte. È stata inoltre confermata l'aggravante dell'agevolazione mafiosa per i legami con un noto clan locale. La Corte ha rigettato il ricorso principale e dichiarato inammissibili gli altri, confermando in via definitiva le condanne e disponendo il pagamento delle spese processuali e delle sanzioni pecuniarie.
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Continuazione dei reati: negato lo sconto per la rissa tra clan
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato che chiedeva il riconoscimento della continuazione dei reati tra la partecipazione a un'associazione mafiosa e un tentato omicidio. Il tentato omicidio era avvenuto per reagire a un'aggressione improvvisa da parte di un clan rivale. I giudici hanno stabilito che non si può applicare la continuazione dei reati se il reato specifico non era programmato fin dall'inizio, ma è derivato da eventi imprevisti e occasionali, anche se commesso da membri dello stesso sodalizio criminoso. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Misure cautelari personali: tra legami familiari e ruolo nel clan
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'indagata contro l'ordinanza che disponeva le misure cautelari personali degli arresti domiciliari. L'indagata era accusata di associazione mafiosa e narcotraffico, con il ruolo di cassiera del clan e compiti sostitutivi dopo l'arresto dei vertici. La difesa contestava la gravità degli indizi, sostenendo che i contatti fossero solo di natura familiare. La Suprema Corte ha stabilito che la valutazione delle prove e delle intercettazioni spetta ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità, confermando la solidità dell'impianto indiziario e la correttezza della misura applicata.
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Tace per vendicarsi: condanna per favoreggiamento personale
Due aggressori feriscono alle gambe un uomo per una lite stradale. La vittima nega di conoscerli, ma le intercettazioni svelano che progetta una vendetta. Viene quindi condannata per favoreggiamento personale. La Cassazione conferma questa condanna, ribadendo che il favoreggiamento personale è un reato di pericolo autonomo, slegato dalle aggravanti mafiose escluse per gli aggressori. Al contempo, la Corte accoglie parzialmente il ricorso di uno degli aggressori: i giudici d'appello hanno omesso di valutare correttamente la tempestività e la congruità della sua offerta risarcitoria di 3.500 euro, depositata prima del giudizio abbreviato. La sentenza viene annullata con rinvio limitatamente a questo punto, con effetto estensivo anche per il complice non ricorrente, per rideterminare la pena.
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Tentato omicidio: quando la vedetta risponde di tentativo punibile
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di tentato omicidio pluriaggravato. L'indagato aveva svolto il ruolo di vedetta per un agguato mafioso, monitorando la vittima tramite un localizzatore GPS installato sulla sua auto. Il piano era fallito solo grazie al tempestivo intervento delle Forze dell'ordine, che avevano rimosso il dispositivo. La difesa sosteneva che si trattasse di semplici atti preparatori non punibili e invocava la desistenza volontaria. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che la pianificazione dettagliata e l'appostamento configurano un tentativo punibile a tutti gli effetti. La desistenza è stata esclusa poiché l'interruzione del piano criminoso è dipesa esclusivamente dall'intervento della polizia e non da una scelta libera dell'indagato.
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Sorveglianza speciale: il volontariato non cancella la mafia
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per la durata di tre anni nei confronti di un soggetto condannato in via definitiva per associazione mafiosa. Il sottoposto contestava la persistenza della sua pericolosità sociale, valorizzando elementi come la confessione, la condotta carceraria e lo svolgimento di attività di volontariato. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la lunghissima militanza (quasi trentennale) e il ruolo di spicco ricoperto all'interno del sodalizio mafioso giustificano la presunzione di attualità del vincolo associativo. I giudici hanno chiarito che il volontariato e una collaborazione parziale non bastano a dimostrare l'effettivo allontanamento dall'organizzazione criminale.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a difese generiche
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare in carcere per un uomo accusato di far parte di un'associazione mafiosa operante a Napoli. Il Tribunale del Riesame aveva già convalidato il provvedimento basandosi sulle dichiarazioni di collaboratori di giustizia e su intercettazioni ambientali. L'indagato ha proposto ricorso lamentando una generica carenza di prove sul suo reale inserimento nel gruppo criminale. I giudici di legittimità hanno dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione, evidenziando come i motivi di impugnazione fossero del tutto astratti e privi di riferimenti concreti agli atti del processo. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Contestazioni a catena: il carcere non cancella il legame mafioso
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un indagato che chiedeva la retrodatazione dei termini di custodia cautelare per il reato di associazione mafiosa. L'indagato, già detenuto per porto d'armi, sosteneva che si trattasse di contestazioni a catena e che la Procura possedesse già le prove. La Suprema Corte ha chiarito che la retrodatazione non si applica se il reato associativo è contestato in forma aperta, cioè con condotta permanente che prosegue anche dopo il primo arresto. La detenzione non interrompe automaticamente il legame con il clan, specialmente in assenza di segni di dissociazione e in presenza di un ruolo di rilievo all'interno del sodalizio criminale. Di conseguenza, l'indagato resta in custodia cautelare e deve pagare le spese processuali.
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Gravi indizi di colpevolezza: confermato il carcere in Cassazione
Il Tribunale di Napoli ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di far parte di un'associazione mafiosa. La difesa ha contestato la decisione, sostenendo l'assenza di gravi indizi di colpevolezza, l'errata identificazione vocale in alcune intercettazioni e una sovrapposizione con una precedente condanna ormai esaurita. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che i gravi indizi di colpevolezza non richiedono una certezza assoluta di colpevolezza, tipica della sentenza definitiva, ma una qualificata probabilità di condanna basata sugli elementi attuali. Le intercettazioni in carcere e le dichiarazioni del collaboratore di giustizia sono state ritenute coerenti e logiche. Di conseguenza, l'Indagato resta in carcere e deve pagare le spese del processo.
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Fungibilità della pena: nessun credito per i reati futuri
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato che chiedeva il riconoscimento della fungibilità della pena per un periodo di custodia cautelare sofferto tra il 2020 e il 2022. Il condannato voleva scalare tale periodo dalla pena definitiva inflitta per il reato di associazione mafiosa, consumatosi fino al 2010. I giudici hanno chiarito che non è possibile scomputare la carcerazione preventiva subita prima della consumazione di un reato permanente. Ammettere questo principio significherebbe creare una inaccettabile riserva di impunità per reati futuri, contrastando con la funzione rieducativa e retributiva della sanzione penale. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Gravi indizi di colpevolezza: confermati i domiciliari al boss
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari per associazione mafiosa. La difesa contestava l'assenza di gravi indizi di colpevolezza, ritenendo le intercettazioni prive di riscontri pratici sul ruolo di uomo d'onore riservato. La Suprema Corte ha invece confermato la validità del provvedimento, evidenziando come le dichiarazioni concordanti di più collaboratori di giustizia, unite a intercettazioni e riprese video, dimostrassero la partecipazione attiva dell'indagato. Quest'ultimo partecipava a riti di affiliazione e dirimeva contrasti interni al sodalizio. Poiché il ricorso contestava valutazioni di fatto riservate al giudice di merito, è stato rigettato con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Metodo mafioso: la Cassazione smaschera le minacce silenti
Tre soggetti sono stati condannati per estorsione e tentata estorsione aggravate dal metodo mafioso. Gli imputati avevano costretto imprenditori edili e committenti a rifornirsi di calcestruzzo da un'azienda specifica e a pagare un pizzo, sfruttando la fama criminale di uno di loro e la vicinanza a Cosa Nostra. Uno degli imputati era anche accusato di aver violato la sorveglianza speciale frequentando abitualmente un pregiudicato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi degli imputati, confermando le condanne. I giudici hanno ribadito che il metodo mafioso si configura anche attraverso un messaggio intimidatorio silente, quando la reputazione criminale del soggetto è tale da rendere superflua una minaccia esplicita per piegare la volontà delle vittime.
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