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Art. 416-bis Codice Penale — Anno 2023

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1733 provvedimenti

Altri anni per Art. 416-bis Codice Penale

Liberazione anticipata negata: i contatti con il clan costano caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Condannato contro il provvedimento che negava la liberazione anticipata per un semestre del 2017. Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato il beneficio poiché, come emerso da intercettazioni telefoniche, l'uomo aveva continuato a scambiare informazioni con il proprio clan criminale tramite intermediari. Inoltre, Il Condannato aveva subito una condanna per reato associativo con condotta permanente fino a novembre 2017. La Suprema Corte ha confermato la decisione, rilevando che i motivi di ricorso erano generici e ripetitivi di questioni di fatto già ampiamente valutate nei gradi precedenti, senza contestare l'effettiva sussistenza della condanna per associazione a delinquere nel periodo considerato. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Reato continuato tra spaccio e mafia: la Cassazione dice no
Il Ricorrente ha chiesto il riconoscimento del reato continuato tra due condanne definitive: una per spaccio di stupefacenti commesso tra il 2000 e il 2004, e una per associazione mafiosa a partire dal 2004. Il giudice dell'esecuzione ha rigettato la richiesta, escludendo un unico disegno criminoso. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. I giudici hanno chiarito che lo spaccio non poteva essere programmato fin dall'inizio come reato fine dell'associazione mafiosa, poiché quest'ultima è stata costituita solo successivamente. Inoltre, un periodo di detenzione di un anno ha interrotto l'unitarietà del progetto. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando l'impossibilità di unificare le pene.
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Doppia presunzione cautelare: il carcere resiste al tempo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due indagati contro la custodia cautelare in carcere confermata dal Tribunale del Riesame. I soggetti sono accusati di associazione mafiosa, usura e detenzione di armi. La Suprema Corte ha ribadito che per il reato di associazione mafiosa opera la doppia presunzione cautelare di pericolosità e adeguatezza del carcere. Spetta alla difesa dimostrare il venir meno delle esigenze cautelari, non essendo sufficiente il solo decorso del tempo o il decesso di un complice. Inoltre, è stata confermata l'usura in concreto per la sproporzione tra il prestito e gli interessi applicati a un imprenditore in difficoltà. I ricorrenti restano in carcere e dovranno pagare le spese processuali.
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Gravi indizi di colpevolezza: il carcere senza prove di spaccio
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per l'Indagato, accusato di far parte di un'associazione dedita al narcotraffico legata a una cosca mafiosa. La difesa sosteneva la mancanza di gravi indizi di colpevolezza, evidenziando che l'Indagato non era stato intercettato direttamente e non aveva commesso singoli reati di spaccio. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che per l'applicazione delle misure cautelari non servono prove certe come nel giudizio finale, ma bastano elementi che dimostrino un'alta probabilita di colpevolezza. Inoltre, la partecipazione al sodalizio criminale prescinde dalla commissione dei singoli reati-fine e puo essere desunta da contatti stabili e dal ruolo di intermediazione svolto a favore del gruppo.
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Ergastolo e ricorso straordinario per errore di fatto: i limiti
Il Condannato ha proposto un ricorso straordinario per errore di fatto contro la sentenza di Cassazione che confermava la sua condanna all'ergastolo per omicidio aggravato dal metodo mafioso. La difesa sosteneva che la Corte fosse incorsa in errori percettivi nell'esaminare l'attendibilità di una telefonata indiziaria e la sua spiegazione alternativa. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, chiarendo che il ricorso straordinario per errore di fatto non consente di ridiscutere le valutazioni logiche o di merito dei giudici. Nel caso specifico, i giudici di legittimità avevano già esaminato e motivato il rigetto dei motivi di ricorso, escludendo qualsiasi svista materiale o omissione percettiva. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Metodo mafioso e finta terapia: la Cassazione conferma il carcere
Un uomo, in concorso con un esponente di un clan locale, ha aggredito violentemente la vittima con spray urticante e un tirapugni, minacciandola di non denunciare. Il Tribunale ha applicato la custodia in carcere, aggravata dal metodo mafioso e giustificata anche dall'evasione dai domiciliari per assumere metadone. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici hanno confermato l'aggravante del metodo mafioso, poiché l'aggressione pubblica e le minacce erano idonee a evocare la forza intimidatrice del clan. Inoltre, l'allontanamento non autorizzato dai domiciliari configura sempre il reato di evasione, indipendentemente dai motivi terapeutici addotti, legittimando l'aggravamento della misura cautelare in carcere.
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Traffico di stupefacenti: la Cassazione blinda le condanne
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da diversi imputati condannati per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti con l'aggravante delle armi e dell'agevolazione mafiosa. I ricorrenti contestavano l'esistenza del vincolo associativo e i rispettivi ruoli, sostenendo che si trattasse di semplici episodi di concorso occasionale. La Suprema Corte ha invece confermato la solidità dell'impianto accusatorio, evidenziando che l'associazione non richiede la conoscenza reciproca tra tutti i membri, né la prova di ogni singolo spaccio. È sufficiente dimostrare l'accordo, la struttura organizzativa e la continuità dei rapporti, supportati da intercettazioni e servizi di osservazione. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna alle spese e alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: da vittima a complice
Un imprenditore, condannato per associazione mafiosa e truffa, ha presentato un ricorso straordinario per errore di fatto contro la sentenza della Corte di Cassazione. La difesa sosteneva che i giudici avessero commesso una svista nel ritenere conformi le decisioni di primo e secondo grado e nel valutare la transizione dell'imputato da vittima di estorsione a soggetto colluso. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso straordinario per errore di fatto può correggere solo sviste materiali o di percezione visiva degli atti interni, e non presunti errori di valutazione logica o di interpretazione delle norme giuridiche. Di conseguenza, l'imprenditore è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Esigenze cautelari: no al carcere se la motivazione è errata
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione mafiosa ed estorsione. Sebbene i gravi indizi di colpevolezza siano stati confermati, i giudici di legittimità hanno accolto il ricorso sulle esigenze cautelari. Il Tribunale aveva infatti motivato il pericolo di recidiva basandosi su presupposti errati e non personalizzati, come presunti precedenti penali inesistenti, un ruolo di vertice mai contestato e una precedente detenzione mai avvenuta. Ora il Tribunale dovrà rivalutare la reale necessità della misura restrittiva.
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Concorso nel reato di estorsione: scarcerato anziano padre
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti di un uomo ultrasettantenne, accusato di associazione mafiosa e concorso nel reato di estorsione. I giudici di merito avevano ritenuto il soggetto un esponente di spicco del clan, basandosi su intercettazioni in cui i figli parlavano di estorsioni in sua presenza e sulla consegna successiva di una somma di denaro. La Suprema Corte ha invece rilevato l'assenza di gravi indizi di colpevolezza. Ascoltare passivamente i familiari o ricevere denaro dopo la consumazione del reato, senza un accordo preventivo, non costituisce concorso nel reato di estorsione né partecipazione all'associazione. Di conseguenza, la Cassazione ha ordinato l'immediata scarcerazione dell'indagato.
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Estorsione aggravata: la Cassazione annulla la scarcerazione
Il Procuratore della Repubblica ha impugnato l'ordinanza con cui il Tribunale del Riesame aveva annullato la custodia cautelare in carcere per un indagato, accusato di concorso in estorsione aggravata dal metodo mafioso. Secondo l'accusa, l'indagato aveva costretto il direttore di un villaggio turistico ad assumere soggetti vicini alla criminalità organizzata e ad affidare il servizio lavanderia a una specifica ditta. Il Tribunale aveva escluso i gravi indizi valorizzando solo una dichiarazione della vittima che parlava di semplici suggerimenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore, rilevando che il giudice del riesame ha omesso di valutare l'intero quadro indiziario, comprese le altre dichiarazioni della vittima sulle minacce subite e le intercettazioni telefoniche. L'ordinanza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Gravi indizi di colpevolezza: la Cassazione cancella il carcere
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti de L'Indagato, accusato di associazione mafiosa ed estorsione. I giudici hanno stabilito che il Tribunale ha errato nel ritenere sussistenti i gravi indizi di colpevolezza. Riguardo al reato associativo, i giudici hanno dato per presupposta l'appartenenza del soggetto al clan senza dimostrarla con fatti concreti. Per l'estorsione, la semplice presenza de L'Indagato che accompagnava un altro soggetto non prova la sua consapevolezza del fine illecito (concorso morale). La Cassazione ha inoltre chiarito che il vizio di un'intercettazione non si estende automaticamente a quelle successive. Il caso torna al Tribunale di Catanzaro per una nuova valutazione.
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Aggravante del metodo mafioso: scatta anche senza un vero clan
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per un agguato armato volto a controllare il territorio. La difesa contestava l'applicazione dell'aggravante del metodo mafioso, sostenendo la mancanza di prove sull'esistenza di un vero e proprio clan. I giudici hanno chiarito che l'aggravante del metodo mafioso non richiede la presenza di un'associazione criminale formalmente costituita. È sufficiente che la violenza o la minaccia siano attuate con modalità tipicamente intimidatorie, capaci di evocare la forza del vincolo mafioso per imporre la propria supremazia. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Fungibilità della pena: nessun credito per i reati futuri
Il Condannato, dopo aver subito una condanna per associazione mafiosa ed aver espiato un periodo di detenzione in eccesso, pretendeva di scomputare tale eccedenza e i relativi giorni di liberazione anticipata dalla pena inflitta con una seconda condanna per fatti successivi, nonostante il riconoscimento del reato continuato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la fungibilità della pena non è applicabile se il secondo reato è stato commesso dopo la detenzione subita per il primo. Ammettere il contrario creerebbe un inammissibile credito di pena per reati futuri, incentivando la commissione di nuovi illeciti. Il Condannato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Doppia condanna e ne bis in idem: la Cassazione annulla
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del ne bis in idem o, in subordine, della continuazione dei reati tra due condanne definitive per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La Corte d'Appello di Napoli aveva respinto la richiesta ritenendo i fatti diversi a causa di mutamenti territoriali e di ruoli interni al clan. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Condannato, annullando la decisione con rinvio. I giudici di legittimità hanno chiarito che le variazioni interne o territoriali di un'associazione criminale non interrompono la continuità del sodalizio, a meno che non vi sia prova di un nuovo patto criminale o di un evento traumatico di rottura. Di conseguenza, la sovrapposizione temporale delle condotte imponeva una valutazione più rigorosa.
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Continuazione dei reati: il tempo non cancella il disegno unico
Il Condannato ha chiesto il riconoscimento della continuazione dei reati per unificare le pene di cinque sentenze definitive. La Corte d'appello ha respinto la richiesta basandosi solo sulla distanza di tempo tra i fatti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, annullando la decisione. I giudici di legittimità hanno chiarito che il giudice deve verificare con attenzione se esista un unico disegno criminoso, analizzando le prove fornite dalla difesa, come la vicinanza a un'associazione criminale e il traffico di armi. Inoltre, la Cassazione ha ricordato che la continuazione dei reati può essere applicata anche solo a una parte dei reati commessi, se questi risultano collegati tra loro. Il caso torna ora alla Corte d'appello per un nuovo esame.
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Reato continuato: no allo sconto di pena dopo anni di silenzio
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contro la decisione del Giudice dell'esecuzione che aveva respinto la richiesta di applicazione del reato continuato per reati giudicati con sentenze diverse. La Corte di Appello aveva ritenuto l'istanza inammissibile perché identica a una precedente già rigettata, evidenziando che i reati erano distanti nel tempo e interrotti da un'assoluzione per associazione mafiosa. La Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che, per riconoscere il reato continuato in fase esecutiva, non basta la somiglianza dei reati, ma serve una pianificazione unitaria iniziale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Metodo mafioso per motivi passionali: carcere confermato
Un esponente di un clan criminale ha ferito alle gambe un rivale in amore sparandogli in pieno giorno sulla pubblica via. Nonostante il movente passionale, la vittima e i testimoni hanno taciuto per paura di ritorsioni della cosca. La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'indagato, ritenendo pienamente configurabile l'aggravante del metodo mafioso. I giudici hanno chiarito che l'uso della violenza in pubblico, unito al clima di omertà generato dalla fama criminale del clan, evoca la forza intimidatrice dell'associazione mafiosa. Il ricorso dell'indagato è stato dichiarato inammissibile, confermando la misura cautelare e condannandolo al pagamento delle spese processuali.
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Estorsione aggravata dal metodo mafioso: condannato il messaggero
Il Tribunale ha confermato la misura cautelare della custodia in carcere per un soggetto accusato di aver fatto da intermediario in un'estorsione. L'indagato sosteneva di essere un semplice messaggero inconsapevole delle richieste dello zio. Tuttavia, le intercettazioni telefoniche hanno dimostrato la sua piena consapevolezza e la partecipazione attiva alla riscossione del denaro. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la sussistenza dei gravi indizi per il reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Intercettazioni tra terzi: il silenzio non salva il fornitore
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per Il Fornitore, accusato di aver venduto una pistola a un esponente della criminalità organizzata. La difesa contestava la mancanza di prove fisiche dell'arma e l'assenza di riscontri esterni alle conversazioni registrate. La Suprema Corte ha stabilito che le intercettazioni tra terzi, registrate regolarmente a loro insaputa, costituiscono una fonte diretta di prova e non necessitano di riscontri esterni per fondare la colpevolezza dell'indagato, purché siano valutate con criteri di linearità logica. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la misura cautelare per Il Fornitore.
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