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Art. 380 Codice di Procedura Civile — Anno 2024

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Altri anni per Art. 380 Codice di Procedura Civile

Tempo tuta: quando va pagato? La Cassazione decide
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 14848/2024, ha stabilito che il tempo impiegato da un lavoratore tra la timbratura del cartellino all'ingresso e il login alla propria postazione, così come il percorso inverso a fine turno, deve essere considerato orario di lavoro effettivo e quindi retribuito. Il caso riguardava alcuni dipendenti di una società di telecomunicazioni. La Corte ha rigettato il ricorso dell'azienda, affermando che questo lasso di tempo, definito 'tempo tuta', rientra nell'orario di lavoro quando le attività preparatorie sono necessarie, obbligatorie e soggette al potere direttivo del datore di lavoro, che decide l'organizzazione della sede e le procedure da seguire.
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Orario di lavoro effettivo: il tempo per il login vale
Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha stabilito che il tempo impiegato da un lavoratore tra la timbratura del cartellino all'ingresso e il login alla postazione di lavoro deve essere considerato orario di lavoro effettivo e, di conseguenza, retribuito. La Corte ha respinto il ricorso di una grande società di telecomunicazioni, la quale sosteneva che tale periodo non fosse sotto il suo diretto potere di controllo. Secondo i giudici, tutte le attività preparatorie, necessarie e obbligatorie per l'inizio della prestazione, rientrano a pieno titolo nell'orario di lavoro, poiché il dipendente è già a disposizione dell'azienda.
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Orario di lavoro: il tempo per log-in è retribuito
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 14843/2024, ha stabilito che il tempo impiegato dal lavoratore per spostarsi dall'ingresso aziendale alla postazione e per avviare i sistemi informatici rientra a pieno titolo nell'orario di lavoro e deve essere retribuito. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso di una grande società di telecomunicazioni, confermando la nullità della clausola del contratto aziendale che escludeva tale periodo dal computo delle ore lavorate. Si tratta di attività preparatorie essenziali, svolte sotto la direzione del datore di lavoro, e quindi da considerarsi prestazione lavorativa effettiva.
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Giudicato esterno: limiti alla riproposizione della domanda
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un lavoratore che chiedeva un inquadramento superiore, già negato in un precedente giudizio. La decisione si fonda sul principio del giudicato esterno, che impedisce di ridiscutere questioni già decise con sentenza definitiva tra le stesse parti, anche se la nuova domanda si riferisce a un periodo lavorativo successivo ma basato sulla medesima causa petendi (le stesse mansioni).
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Criteri scelta CIGS: legittimità e accordi sindacali
Una lavoratrice ha impugnato il suo collocamento in Cassa Integrazione a zero ore, sostenendo la genericità dei criteri di scelta adottati dall'azienda. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo la legittimità dei criteri scelta CIGS basati sulla non fungibilità delle mansioni e concordati con le organizzazioni sindacali. Secondo la Corte, tali criteri, seppur non nominativi, erano sufficientemente specifici da consentire una verifica ex ante e non arbitraria, escludendo dalla rotazione le posizioni professionali infungibili e strategiche per la riorganizzazione aziendale.
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Rimborso definizione agevolata: il giudicato prevale
Una società aveva richiesto il rimborso delle somme versate per una definizione agevolata, dopo aver ottenuto sentenze definitive favorevoli sui debiti tributari originari. L'Agenzia delle Entrate aveva negato il rimborso. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14453/2024, ha stabilito che un giudicato favorevole al contribuente, anche se successivo alla definizione, prevale su di essa. Di conseguenza, le somme pagate diventano un versamento non dovuto e devono essere restituite, configurando un diritto al rimborso definizione agevolata.
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Lavoro discontinuo badante: quando spetta lo straordinario
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 14438/2024, ha chiarito le condizioni per il riconoscimento dello straordinario nel caso di lavoro discontinuo badante notturno. Una lavoratrice, impiegata con orario 20:30-8:30 a settimane alterne, chiedeva differenze retributive sostenendo di essere stata pagata solo per 40 ore settimanali a fronte di 84 ore di presenza. La Corte ha rigettato il ricorso, confermando la decisione d'appello. È stato stabilito che la paga mensile forfettizzata prevista dal CCNL per l'assistenza notturna discontinua compensa l'intera disponibilità e non le singole ore. Per ottenere il pagamento dello straordinario, la lavoratrice avrebbe dovuto provare che le ore di lavoro *effettivo* superavano i limiti contrattuali o che la prestazione era particolarmente gravosa, senza le pause tipiche del lavoro discontinuo, prova che nel caso di specie non è stata fornita.
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Compenso lavoro festivo: la tripla retribuzione
La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'azienda sul calcolo del compenso lavoro festivo. La Corte ha confermato la corretta interpretazione del CCNL, che prevede una tripla retribuzione (paga normale, paga per il lavoro svolto e maggiorazione) per le festività lavorate, sottolineando la formazione di un giudicato interno sulla questione.
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Lavoro festivo: diritto alla tripla retribuzione
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto di un lavoratore a una tripla retribuzione per il lavoro festivo svolto. L'ordinanza chiarisce l'interpretazione del CCNL di settore, stabilendo che al lavoratore spettano tre componenti: la retribuzione per la prestazione, una maggiorazione specifica e la normale paga per la giornata festiva. Il ricorso dell'azienda, che sosteneva un'interpretazione riduttiva, è stato rigettato.
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Retribuzione di posizione: no diritto senza graduazione
Una dirigente medico ha citato in giudizio un'azienda sanitaria locale per la riduzione della sua retribuzione di posizione variabile a seguito di una fusione aziendale. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso, stabilendo che il diritto a tale emolumento sorge solo dopo che il datore di lavoro ha completato la necessaria 'graduazione delle funzioni'. In assenza di tale adempimento, il dirigente può richiedere solo il risarcimento del danno per perdita di chance, non il pagamento diretto della somma.
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Ripetizione di indebito: onere della prova del pagamento
Una società ferroviaria ha chiesto la restituzione di una somma versata a un lavoratore, a seguito della riforma di una sentenza. La Cassazione ha respinto il ricorso della società per mancata prova del pagamento, confermando le decisioni dei gradi inferiori. La Corte ha chiarito che le buste paga non quietanzate non sono sufficienti a dimostrare l'effettiva corresponsione della somma. Ha inoltre dichiarato inammissibile il ricorso incidentale del lavoratore sui costi legali perché presentato fuori termine, ribadendo l'importanza del rispetto dei termini processuali per la ripetizione di indebito.
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Licenziamento giusta causa: social e reintegro
La Corte di Cassazione ha confermato il licenziamento per giusta causa di un lavoratore che, subito dopo aver ottenuto un ordine di reintegrazione, aveva pubblicato contenuti diffamatori contro l'azienda sul proprio profilo social. La Corte ha stabilito che il rapporto di lavoro si considera legalmente ripristinato dal momento dell'ordine del giudice, rendendo il lavoratore immediatamente soggetto agli obblighi di lealtà. La condotta del dipendente è stata ritenuta una grave violazione del rapporto fiduciario, tale da giustificare il recesso immediato.
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Mancata rotazione CIGS: il risarcimento del danno
Una società farmaceutica non ha applicato i criteri di rotazione durante un periodo di Cassa Integrazione (CIGS) per un suo informatore scientifico. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di merito che riconosceva un risarcimento parziale. Il caso chiarisce un principio fondamentale: il danno da mancata rotazione CIGS non corrisponde all'intera retribuzione persa, ma solo alla differenza retributiva per i periodi in cui il lavoratore avrebbe dovuto effettivamente lavorare se la rotazione fosse stata applicata, evitando così un ingiusto arricchimento.
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Caparra confirmatoria e risoluzione: si può chiedere?
La Corte di Cassazione ha stabilito che la parte adempiente in un contratto preliminare può chiedere il doppio della caparra confirmatoria anche se il contratto si è già risolto di diritto per inadempimento della controparte. I giudici hanno chiarito che la domanda di recesso per ottenere la caparra non è incompatibile con la constatazione della risoluzione, purché non si chieda anche il risarcimento del danno ulteriore. Questa decisione corregge l'orientamento dei giudici di merito, che avevano erroneamente dichiarato inammissibili le domande ritenendole cumulative e incompatibili.
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Concorso di colpa: la banca risponde per i controlli?
In un caso di danno patrimoniale causato da un dipendente, la Corte di Cassazione ha stabilito un importante principio sul concorso di colpa. La Corte ha annullato la sentenza d'appello che escludeva la responsabilità della banca, affermando che spetta all'istituto di credito, e non al lavoratore, dimostrare di aver adottato adeguate misure di controllo interno per prevenire l'illecito. La mancanza di tali prove può configurare un concorso di colpa della banca, riducendo l'obbligo risarcitorio del dipendente.
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Lavori extra-contratto: pagamento e forma scritta
Una società costruttrice ha eseguito opere aggiuntive rispetto a un contratto d'appalto. Il committente si è rifiutato di pagare, appellandosi a una clausola che richiedeva l'autorizzazione scritta per qualsiasi modifica. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 13600/2024, ha chiarito che è fondamentale distinguere tra semplici 'varianti' e veri e propri 'lavori extra-contratto'. Mentre le prime possono essere soggette alla forma scritta prevista dal contratto, i secondi possono costituire un nuovo accordo, valido anche se verbale. La Corte ha cassato la precedente sentenza per 'motivazione apparente', in quanto non aveva operato questa distinzione essenziale.
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Imputazione pagamento: acconti prima su interessi
In una controversia su una fornitura, la Corte di Cassazione ha corretto la Corte d'Appello su due punti cruciali: l'imputazione del pagamento degli acconti, che deve avvenire prima sugli interessi e poi sul capitale, e l'applicazione degli interessi moratori commerciali, già stabiliti in primo grado e non appellati. La sentenza impugnata è stata annullata con rinvio per un nuovo calcolo del debito residuo.
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Prova del credito: il concordato non basta nel fallimento
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'inclusione di un credito nell'elenco di un concordato preventivo non costituisce prova del credito sufficiente in un successivo fallimento. Una lavoratrice si è vista rigettare la richiesta di ammissione al passivo per competenze di fine rapporto, poiché non adeguatamente provata. La Corte ha chiarito che la verifica nel concordato ha natura amministrativa e non sostituisce l'onere della prova nel procedimento fallimentare, dove il giudice può sollevare eccezioni anche d'ufficio.
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Ripartizione cognitoria: Lavoro e Fallimento, il caso
Un lavoratore ha chiesto il riconoscimento del suo rapporto di lavoro con una società italiana, poi fallita. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 13530/2024, ha stabilito che quando l'accertamento del rapporto è finalizzato solo a ottenere un pagamento, la competenza spetta esclusivamente al giudice fallimentare. Questa decisione chiarisce i confini della ripartizione cognitoria tra le due giurisdizioni.
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Improcedibilità ricorso cassazione: termini perentori
Un lavoratore ha impugnato l'esclusione dei propri crediti da lavoro dallo stato passivo di una società fallita. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'improcedibilità del ricorso cassazione in quanto depositato oltre il termine perentorio di legge. La decisione chiarisce che la sospensione feriale dei termini non si applica alle controversie di lavoro nell'ambito delle procedure fallimentari.
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