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Art. 360 Codice di Procedura Civile — Anno 2023

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7014 provvedimenti

Altri anni per Art. 360 Codice di Procedura Civile

Cartella di pagamento: il fisco sbaglia atto e perde il ricorso
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso una cartella di pagamento nei confronti della Società, basandola su un primo avviso di accertamento ritenuto definitivo. Tuttavia, l'ente impositore aveva notificato un secondo avviso di accertamento per le stesse imposte, sul quale pendeva ancora un contenzioso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Società, rilevando che la cartella di pagamento faceva esplicito riferimento al secondo atto e non al primo. Di conseguenza, non essendosi ancora formato un titolo definitivo su tale secondo atto, la cartella di pagamento è stata dichiarata illegittima. La Suprema Corte ha cassato la decisione d'appello e, decidendo nel merito, ha annullato la cartella esattoriale.
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Inerenza dei costi: la Cassazione frena i soci della srl estinta
I soci di una società estinta hanno impugnato due avvisi di accertamento per IRES, IRAP e IVA. L'Agenzia delle Entrate aveva contestato la deducibilità di alcune provvigioni pagate a un intermediario. La Commissione Tributaria Regionale ha confermato il recupero a tassazione, ritenendo non dimostrata l'inerenza dei costi. I soci hanno proposto ricorso in Cassazione, lamentando l'omesso esame di documenti decisivi e la nullità della sentenza di primo grado perché intestata alla società ormai cancellata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che l'interpretazione della sentenza spetta al giudice di merito e che, in presenza di una doppia decisione conforme nei gradi precedenti, non è possibile ridiscutere in sede di legittimità la valutazione delle prove sull'inerenza dei costi.
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IVA di rivalsa: il Comune perde contro la società immobiliare
Una società immobiliare e un ente pubblico stipulano un accordo che unisce una permuta immobiliare e una convenzione per l'edilizia popolare. La società cede un locale e richiede il pagamento dell'IVA di rivalsa per un importo di 170.000 euro. L'ente pubblico si oppone, ritenendo l'operazione esente da imposte. La Corte d'Appello dà ragione alla società, evidenziando che la permuta e la convenzione sono contratti distinti e che l'esenzione copre solo quest'ultima. La Corte di Cassazione conferma questa decisione, rigettando il ricorso dell'ente pubblico. I giudici ribadiscono che l'addebito dell'IVA di rivalsa è obbligatorio per legge e che l'interpretazione dei contratti spetta esclusivamente ai giudici di merito, non potendo essere ridiscussa in sede di legittimità. L'ente pubblico perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Licenziamento collettivo: legittima la scelta per competenze
I Lavoratori hanno impugnato il licenziamento collettivo intimato dall'Azienda, contestando i criteri di scelta basati sulla polivalenza delle mansioni e sulla crisi del settore smartphone. Essi sostenevano inoltre l'esistenza di un unico centro di interessi tra due società collegate per evitare i licenziamenti. La Corte d'Appello ha ritenuto legittimo il provvedimento, evidenziando che la riconversione aziendale verso i pannelli LED richiedeva competenze specifiche possedute solo da alcuni dipendenti formati. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei Lavoratori, confermando la decisione precedente. I giudici hanno stabilito che i criteri di scelta aziendali erano chiari, oggettivi e coerenti con le esigenze produttive, e che le contestazioni dei dipendenti miravano a una inammissibile rivalutazione dei fatti già accertati nei precedenti gradi di giudizio.
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Ricostruzione della carriera: precari ATA contro il Ministero
Una dipendente ATA ha chiesto il riconoscimento dell'anzianità di servizio maturata durante i contratti a tempo determinato prima dell'assunzione di ruolo, con conseguente ricostruzione della carriera e pagamento delle differenze stipendiali. Il Ministero ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'impossibilità di valorizzare il precariato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che la normativa europea impone di equiparare il servizio a termine a quello indeterminato. Di conseguenza, i giudici nazionali devono disapplicare le norme interne contrastanti e riconoscere l'intero servizio effettivo prestato. La lavoratrice ottiene così la corretta ricostruzione della carriera e il pagamento delle differenze retributive, mentre il Ministero viene condannato a pagare le spese di giudizio.
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Principio del favor rei: sanzioni ridotte nonostante l’errore IVA
L'Azienda ha impugnato un avviso di accertamento con cui l'Amministrazione Finanziaria contestava l'errata applicazione dell'inversione contabile e di aliquote IVA agevolate. La Corte di Cassazione ha rigettato i motivi riguardanti la qualificazione dei contratti e l'accertamento dei ricavi, ritenendoli accertamenti di fatto non sindacabili in sede di legittimità. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso in merito alle sanzioni applicate. Ha stabilito che, essendo il processo ancora in corso, il giudice d'appello avrebbe dovuto applicare retroattivamente il principio del favor rei, rideterminando le sanzioni secondo la disciplina più favorevole introdotta nel 2015. La sentenza è stata cassata con rinvio limitatamente alla quantificazione delle sanzioni.
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Responsabilità professionale dell’architetto: risarcimento dovuto
Un committente ha citato in giudizio il proprio architetto per gravi inadempimenti nei lavori di ristrutturazione di un immobile. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno accertato la responsabilità professionale dell'architetto, condannandolo a risarcire oltre cinquantaduemila euro e rigettando la richiesta di essere coperto dalla propria assicurazione. L'architetto ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la valutazione delle prove e il rifiuto di una nuova perizia tecnica. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il diritto a ricevere il compenso non prova la corretta esecuzione dei lavori e che la scelta di disporre una perizia spetta solo al giudice. L'architetto perde definitivamente la causa e deve pagare le spese legali.
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Tutela possessoria della servitù di passaggio: vince il fatto
I Vicini utilizzavano da anni una strada per accedere ai propri terreni. La Proprietaria confinante ha installato paletti e catene per bloccare il transito veicolare. I Vicini hanno quindi promosso un'azione di spoglio per ottenere la rimozione dei blocchi. La Proprietaria si è difesa sostenendo che l'azione fosse fuori tempo massimo e che una precedente sentenza avesse ridefinito i confini della sua proprietà. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Proprietaria. I giudici hanno chiarito che la tutela possessoria della servitù di passaggio protegge lo stato di fatto esistente al momento dello spoglio, indipendentemente dall'effettiva proprietà del suolo. Inoltre, il termine di un anno per agire decorre solo da quando l'ostacolo diventa effettivo e permanente. La Proprietaria è stata condannata a rimuovere i paletti e a pagare le spese legali.
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Contributi previdenziali socio accomandatario: l’INPS vince
L'INPS ha richiesto il pagamento di contributi previdenziali a un socio accomandatario di una società in accomandita semplice, ritenendo che svolgesse attività lavorativa abituale e prevalente all'interno dell'azienda. La Corte d'Appello ha confermato la pretesa dell'ente previdenziale basandosi su presunzioni semplici e sulla dichiarazione dei redditi. Il socio ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'uso delle presunzioni e la valutazione dei documenti fiscali. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che la valutazione delle prove e l'uso delle presunzioni spettano esclusivamente al giudice di merito e non possono essere riesaminati in sede di legittimità. Di conseguenza, il socio perde la causa ed è condannato a pagare i contributi previdenziali socio accomandatario e le spese processuali.
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Sospensione del processo tributario: tregua sui costi black list
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione favorevole a una società di spedizioni circa la deducibilità di costi per operazioni con paesi in black list. Durante il giudizio di Cassazione, la società ha richiesto la sospensione del processo tributario per valutare la convenienza della definizione agevolata della controversia, ai sensi della legge di bilancio. La Corte di Cassazione ha accolto l'istanza, disponendo la sospensione del giudizio per consentire alle parti di verificare la fattibilità dell'accordo transattivo con il fisco.
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Costi black list e tregua fiscale: la Cassazione sospende il giudizio
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento contro una Società di spedizioni internazionali, contestando la deducibilità di alcuni costi black list per l'anno 2008. La Commissione Tributaria Regionale ha dato ragione alla Società, ritenendo che la scelta di vettori esteri fosse giustificata da reali esigenze commerciali dei clienti. L'Amministrazione Finanziaria ha quindi proposto ricorso in Cassazione, mentre la Società ha presentato ricorso incidentale. Nelle more del giudizio, la Società ha chiesto la sospensione del processo per valutare l'adesione alla definizione agevolata della controversia. La Corte di Cassazione ha accolto l'istanza, disponendo la sospensione del giudizio.
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Sbalzo elettrico e responsabilità per attività pericolosa
La Società Utente ha chiesto il risarcimento dei danni causati da uno sbalzo di corrente elettrica nei propri impianti. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, rilevando che il danno derivava da un imprevedibile calo di tensione e che la società non aveva installato i dispositivi di protezione obbligatori per legge. La Società Utente ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando una presunta confusione tra sbalzo e calo di tensione e invocando la responsabilità per attività pericolosa del fornitore. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che contestare la ricostruzione tecnica dei fatti operata nei gradi precedenti non è consentito in sede di legittimità, confermando che spetta all'utente proteggere i propri impianti secondo le normative tecniche vigenti.
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Plusvalenza da cessione di terreni: il valore definitivo vince
Un contribuente vende un terreno agricolo in fase di cambio di destinazione d'uso, omettendo di dichiarare la plusvalenza da cessione di terreni. L'Agenzia delle Entrate emette un avviso di accertamento basandosi sul valore del terreno già rettificato e reso definitivo ai fini dell'imposta di registro, poiché non impugnato dal contribuente. L'erede del contribuente ricorre in Cassazione, sostenendo che tale valore non potesse essere utilizzato automaticamente per le imposte dirette. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso, stabilendo che il valore accertato in via definitiva per l'imposta di registro costituisce un valido parametro per determinare la plusvalenza tassabile. L'erede perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Responsabilità per cose in custodia: colpa di Comune e portiere
Un giovane calciatore è rimasto gravemente ferito durante una partita di calcetto in un impianto comunale, dopo essersi aggrappato alla traversa della porta, che gli è caduta addosso. La Corte d'Appello ha ripartito la colpa attribuendo il 70% al comportamento imprudente del ragazzo, il 20% all'impresa appaltatrice dei lavori e il 10% al Comune. La Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando sia il ricorso del Comune sia quello del danneggiato. La Corte ha ribadito che l'affidamento dei lavori in appalto non esclude la responsabilità per cose in custodia in capo all'ente pubblico proprietario, specialmente se quest'ultimo ha consentito l'uso del campo prima del collaudo. Allo stesso tempo, l'azione del giocatore, pur non integrando un caso fortuito totale, ha configurato un rilevante concorso di colpa.
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Valore in dogana delle merci: royalties incluse nei dazi
L'Agenzia delle Dogane ha sanzionato un'importante Società per non aver incluso le royalties pagate ai licenzianti nel calcolo del valore in dogana delle merci importate dalla Cina. La Commissione Tributaria Regionale aveva dato ragione alla Società, ritenendo che i licenzianti non controllassero direttamente i produttori esteri. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Agenzia. I giudici hanno stabilito che, per determinare il corretto valore in dogana delle merci, occorre verificare se il pagamento dei diritti di licenza costituisca una condizione di vendita. Tale condizione sussiste se il licenziante esercita un potere di controllo, anche indiretto, sul produttore, desumibile da clausole contrattuali come l'approvazione preventiva dei fabbricanti o ispezioni periodiche. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Deducibilità dei costi black list: scontro tra fisco e impresa
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società di spedizioni internazionali la deducibilità dei costi black list, ossia le spese per operazioni commerciali con paesi a fiscalità privilegiata nell'anno 2007. La Commissione Tributaria Regionale aveva dato ragione alla società, riconoscendo l'effettivo interesse economico delle operazioni di trasporto richieste dai clienti. L'Agenzia ha proposto ricorso in Cassazione. Tuttavia, la società contribuente ha chiesto la sospensione del processo per valutare l'adesione alla tregua fiscale tramite la definizione agevolata delle liti pendenti. La Corte di Cassazione ha accolto la richiesta, disponendo la sospensione del giudizio per consentire la definizione della controversia.
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Comunicazione di irregolarità: il fisco sbaglia atto e perde
L'Amministrazione Finanziaria ha inviato una comunicazione di irregolarità a una società per recuperare un credito IVA acquistato tramite cessione di ramo d'azienda e ritenuto indebitamente compensato. La Commissione Tributaria Regionale ha annullato l'atto per difetto di motivazione e perché l'ufficio avrebbe dovuto notificare un formale avviso di accertamento anziché utilizzare la procedura semplificata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del fisco. L'ente impositore ha infatti contestato solo la carenza di motivazione, omettendo di impugnare la decisione sulla necessità dell'avviso di accertamento. Su questo punto si è formato il giudicato interno, determinando la vittoria definitiva del contribuente e la condanna del fisco alle spese.
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Sospensione del processo tributario: tregua tra Fisco e azienda
Un'azienda di spedizioni internazionali ha impugnato un avviso di accertamento con cui l'Amministrazione Finanziaria recuperava a tassazione i costi per servizi di trasporto eseguiti da vettori residenti in paesi a fiscalità privilegiata. Dopo che la Commissione Tributaria Regionale ha dato ragione alla società, ritenendo i costi inerenti e giustificati dalle esigenze dei clienti, l'ente impositore ha proposto ricorso in Cassazione. Nelle more del giudizio, l'azienda ha chiesto la sospensione del processo tributario per valutare la convenienza di aderire alla definizione agevolata delle liti pendenti. La Corte di Cassazione ha accolto l'istanza, disponendo la sospensione del giudizio per consentire la definizione della controversia.
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Minimi tariffari forensi: la Cassazione corregge il giudice
Due cittadine hanno ottenuto un indennizzo per l'eccessiva durata di un processo. Il Ministero della Giustizia si è opposto inutilmente. La Corte d'Appello ha condannato il Ministero a pagare le spese legali, dichiarando di applicare i minimi tariffari vigenti, ma ha liquidato una cifra inferiore alla soglia di legge per lo scaglione di riferimento. Le cittadine si sono rivolte alla Corte di Cassazione. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso, confermando che il giudice non può scendere sotto i minimi tariffari forensi stabiliti dal decreto ministeriale se dichiara di volerli applicare. La Cassazione ha quindi rideterminato l'importo dei compensi, aumentandolo a favore del difensore delle cittadine.
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Rimborso IVA società incorporata: la Cassazione batte il Fisco
L'Amministrazione Finanziaria ha negato parzialmente il rimborso IVA richiesto da una società che aveva assorbito un'altra impresa, a sua volta frutto di una precedente fusione. Il diniego riguardava i crediti d'imposta maturati dalle prime società incorporate negli anni precedenti alla fusione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, confermando che la società incorporante è l'unico soggetto legittimato a richiedere il rimborso IVA società incorporata. Con la fusione, infatti, la società assorbita si estingue e trasferisce tutti i suoi diritti e obblighi alla società incorporante. Quest'ultima può quindi utilizzare le dichiarazioni fiscali delle incorporate per dimostrare il credito e ottenerne il rimborso, rendendo irrilevante la mancata indicazione del credito nelle proprie vecchie dichiarazioni.
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