LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Art. 36 Costituzione — Anno 2025

Pagina 13 di 18

342 provvedimenti

Altri anni per Art. 36 Costituzione

Riorganizzazione aziendale: quando non è demansionamento
Un dirigente di un consorzio, dopo la fusione di quest'ultimo in un'entità regionale più grande, vedeva revocato il suo ruolo di Direttore. La Cassazione ha respinto il suo ricorso per demansionamento, chiarendo che una legittima riorganizzazione aziendale che porta all'estinzione dell'ente originario può causare la perdita di una posizione apicale specifica, senza che ciò costituisca un illecito, a condizione che al lavoratore vengano conservate la qualifica e le funzioni dirigenziali all'interno della nuova struttura.
Continua »
Rinnovo tacito incarico: quando non è dovuto il compenso
Una specialista medica ha continuato a svolgere le sue funzioni di responsabile di branca anche dopo la scadenza formale del suo incarico. Un nuovo accordo collettivo aveva però abolito la possibilità di un rinnovo tacito incarico. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di merito, negando il diritto della dottoressa a percepire l'indennità specifica. La Corte ha stabilito che, in assenza di un titolo contrattuale valido, non sorge alcun diritto alla remunerazione, poiché il rapporto di lavoro autonomo convenzionato non gode della tutela prevista per il lavoro di fatto subordinato.
Continua »
Conciliazione giudiziale: quando copre ogni pretesa
Un lavoratore ha citato in giudizio la sua azienda per il pagamento di straordinari, nonostante avesse precedentemente firmato una conciliazione giudiziale in un'altra causa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il suo ricorso, stabilendo che un accordo transattivo, se formulato con un linguaggio ampio e onnicomprensivo, può effettivamente coprire anche pretese non esplicitamente menzionate in esso, impedendo così future azioni legali per gli stessi periodi.
Continua »
Minimale contributivo: No a deroghe peggiorative
Una società cooperativa ha impugnato un avviso di addebito per oltre un milione di euro per omessi versamenti contributivi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il minimale contributivo, basato sul CCNL delle organizzazioni più rappresentative, non può essere derogato in peggio da accordi aziendali. Inoltre, ha stabilito che le indennità di trasferta sistematiche costituiscono retribuzione imponibile e che i contributi sono dovuti anche per le assenze non giustificate da legge o contratto collettivo.
Continua »
Ferie imposte dal datore: quando è legittimo?
Un dipendente scolastico ha contestato la decisione del proprio dirigente di collocarlo in ferie d'ufficio per due giorni di chiusura prefestiva della scuola. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che rientra nel potere organizzativo del datore di lavoro imporre le ferie per far fronte a esigenze aziendali, come una chiusura programmata. La decisione sulle ferie imposte è stata ritenuta legittima in quanto conforme al contratto collettivo, che permetteva il frazionamento delle ferie, e non pregiudicava il diritto al riposo del lavoratore.
Continua »
Minimale contributivo: CCNL per attività effettiva
La Corte di Cassazione rigetta il ricorso di due amministratori contro un avviso di addebito dell'INPS. La sentenza stabilisce che per il calcolo del minimale contributivo si deve applicare il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) corrispondente all'attività effettivamente svolta dall'impresa (in questo caso, industriale) e non quello (artigianale) scelto dalle parti. La Corte chiarisce che l'inquadramento ai fini previdenziali è oggettivo e non dipende da accordi privati, né può essere ridotto da assenze concordate non previste dalla legge.
Continua »
Minimale contributivo: CCNL basato su attività reale
Una società operante nel settore forestale ha contestato la richiesta di contributi previdenziali basata sul contratto collettivo agricolo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che per il calcolo del minimale contributivo si deve fare riferimento al CCNL corrispondente all'attività effettivamente svolta dall'impresa, un criterio oggettivo che non ammette scelte discrezionali da parte del datore di lavoro.
Continua »
Cessione ramo d’azienda illegittima: la retribuzione
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di cessione di ramo d'azienda illegittima, il lavoratore ha diritto all'intera retribuzione dal suo datore di lavoro originario, anche se non ha fisicamente lavorato. Questo perché il rifiuto del datore di lavoro di accettare la prestazione lavorativa lo pone in una situazione di mora credendi. Inoltre, le somme percepite dal lavoratore da un altro impiego nel frattempo non possono essere detratte, poiché non si tratta di un risarcimento del danno, ma del pagamento di una retribuzione dovuta. La sentenza conferma anche il diritto alla maturazione delle ferie.
Continua »
Cessione ramo d’azienda illegittima: la Cassazione
In un caso di cessione ramo d'azienda illegittima, la Corte di Cassazione ha stabilito che il lavoratore ha diritto alla retribuzione dal datore di lavoro originario (cedente) anche se ha lavorato per l'azienda acquirente (cessionaria). Le somme percepite dal nuovo datore di lavoro non devono essere detratte. Inoltre, è stato confermato il diritto del lavoratore a maturare le ferie, anche senza prestazione lavorativa effettiva, a causa del comportamento illegittimo dell'azienda che ha impedito lo svolgimento del rapporto di lavoro.
Continua »
Licenziamento orale: prova e oneri del lavoratore
Un lavoratore, impiegato presso una banca tramite una cooperativa in un appalto non genuino, ha agito in giudizio sostenendo un licenziamento orale da parte della banca. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la semplice cessazione delle mansioni presso la committente non è sufficiente a dimostrare un licenziamento orale. La Corte ha ribadito che l'onere di provare l'atto di recesso del datore di lavoro, manifestato con fatti concludenti, spetta al lavoratore. Inoltre, il licenziamento formalmente intimato dalla cooperativa non può essere automaticamente imputato alla banca committente.
Continua »
Uso aziendale: quando la prassi diventa un diritto
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto di un lavoratore a ricevere un'indennità forfettaria per straordinari, basandosi su un consolidato uso aziendale. Nonostante l'azienda sostenesse l'assenza di una prassi vincolante, i giudici hanno stabilito che un comportamento spontaneo, generalizzato e reiterato nel tempo, che offre un trattamento più favorevole rispetto al contratto collettivo, si trasforma in un obbligo per il datore di lavoro. Il ricorso dell'azienda è stato quindi respinto, consolidando il principio che la consuetudine aziendale è fonte di diritti quesiti per i dipendenti.
Continua »
Differenze retributive: no se manca l’atto aziendale
Un dirigente sanitario ha richiesto le differenze retributive sostenendo di aver svolto mansioni superiori. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che, nel pubblico impiego, il diritto alla retribuzione superiore non deriva dal mero svolgimento di fatto delle mansioni, ma richiede un atto aziendale formale che istituisca tale posizione nella dotazione organica dell'ente.
Continua »
Inquadramento superiore: No automatismo per pubblici
La Corte di Cassazione ha stabilito che un dipendente di un ente pubblico non economico non ha diritto all'inquadramento superiore automatico per aver svolto mansioni di livello più elevato. Anche se una legge regionale rinvia a un contratto collettivo di diritto privato che prevede tale automatismo, prevalgono i principi fondamentali del pubblico impiego, in particolare l'art. 52 del D.Lgs. 165/2001, che esclude promozioni senza concorso. La Corte ha cassato la sentenza d'appello che aveva concesso l'inquadramento al lavoratore, affermando la competenza esclusiva dello Stato in materia di ordinamento civile e rapporto di lavoro pubblico.
Continua »
Discriminazione part-time: no a carriera più lenta
La Corte di Cassazione ha stabilito che negare a una lavoratrice part-time la stessa progressione di carriera prevista per i colleghi a tempo pieno costituisce una forma di discriminazione part-time. La sentenza analizzata chiarisce che la progressione di carriera rientra tra le "condizioni di impiego" tutelate dal principio di non discriminazione di derivazione europea. Di conseguenza, un'interpretazione del contratto collettivo che escluda i lavoratori part-time dagli avanzamenti di livello automatici, basandosi sulla presunzione di una minore professionalità acquisita, è illegittima. La Corte ha cassato la decisione precedente, affermando il diritto della lavoratrice al corretto inquadramento e alle relative differenze retributive.
Continua »
Mansioni superiori: quando non spetta la paga extra?
Un dipendente pubblico ha richiesto il pagamento di differenze retributive per aver svolto mansioni superiori di tipo dirigenziale per oltre un decennio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, chiarendo aspetti cruciali sulla giurisdizione per le controversie a cavallo della privatizzazione del pubblico impiego e sull'onere della prova. La Corte ha stabilito che per il riconoscimento delle mansioni superiori non basta dimostrare di aver svolto compiti complessi, ma è necessario che esista formalmente una posizione dirigenziale nell'organigramma aziendale a cui fare riferimento.
Continua »
Giudicato e calcolo retributivo: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha stabilito che una precedente sentenza, anche se di condanna generica al pagamento di differenze retributive, può formare un giudicato vincolante anche sui criteri di calcolo. Nel caso specifico, un'azienda sanitaria aveva perso una causa per il riconoscimento di una categoria superiore a un dipendente. In seguito, ha tentato di contestare il metodo di quantificazione del dovuto, ma la Cassazione ha respinto il ricorso, affermando che la questione era già stata decisa e coperta da giudicato, in quanto l'azienda non aveva fornito prove contrarie nel primo processo.
Continua »
Ricorso inammissibile: requisiti di chiarezza
La Cassazione dichiara un ricorso inammissibile presentato da alcuni lavoratori contro licenziamento e trasferimento. La Corte sottolinea l'importanza dei nuovi requisiti di chiarezza e sinteticità del ricorso, affermando che la mancata specificazione dei motivi d'appello e l'errata formulazione delle censure procedurali portano all'inammissibilità, senza entrare nel merito della legittimità del trasferimento.
Continua »
Lavoro straordinario pubblico impiego: l’ok è d’obbligo
La Corte di Cassazione ha stabilito che, nel lavoro straordinario pubblico impiego, l'autorizzazione preventiva dell'amministrazione è un elemento costitutivo del diritto al compenso. Un dipendente di un'agenzia regionale aveva ottenuto il pagamento degli straordinari in primo e secondo grado. L'ente pubblico ha però fatto ricorso in Cassazione, sostenendo la mancanza di autorizzazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, affermando che la prova dell'autorizzazione è a carico del lavoratore e che la sua assenza può essere contestata dalla P.A. anche per la prima volta in appello, in quanto non si tratta di un'eccezione nuova ma di una difesa nel merito. La sentenza è stata cassata con rinvio.
Continua »
Autorizzazione lavoro straordinario: consenso implicito
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 13661/2025, ha stabilito un principio fondamentale in materia di autorizzazione lavoro straordinario. Il caso riguardava alcuni dipendenti di un museo che chiedevano il pagamento delle ore di straordinario svolte nei giorni festivi. La Corte d'Appello aveva negato il loro diritto, sostenendo la necessità di un'autorizzazione specifica e formale. La Cassazione ha ribaltato questa decisione, affermando che l'autorizzazione può essere anche implicita. È sufficiente che il lavoro sia stato svolto con il consenso del datore di lavoro e non a sua insaputa o contro la sua volontà ('non insciente o prohibente domino'). La sentenza è stata quindi cassata con rinvio per una nuova valutazione basata su questo principio.
Continua »
Inquadramento superiore: la prova in Cassazione
Un dipendente bancario ha rivendicato un inquadramento superiore basandosi sul fatto di svolgere mansioni di controllo su colleghi di livello gerarchico più alto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando le decisioni dei gradi precedenti. L'ordinanza stabilisce che per ottenere un inquadramento superiore non è sufficiente la mera comparazione con i soggetti controllati, ma è onere del lavoratore dimostrare in modo specifico e dettagliato la corrispondenza tra le mansioni effettivamente svolte e le declaratorie del contratto collettivo per il livello rivendicato.
Continua »