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Art. 309 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

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731 provvedimenti

Altri anni per Art. 309 Codice di Procedura Penale

Deposito atti penali tramite PEC: la Cassazione salva il riesame
Il Tribunale di Milano aveva dichiarato inammissibile la richiesta di riesame di una misura cautelare (divieto di avvicinamento) presentata dal difensore dell'indagato, ritenendo errato l'indirizzo PEC utilizzato per l'invio. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'indagato. I giudici hanno chiarito che il difensore ha correttamente eseguito il deposito atti penali tramite PEC inviando l'atto a uno dei sei indirizzi ufficiali assegnati al Tribunale dal provvedimento ministeriale DGSIA. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato il provvedimento di inammissibilità e ha ordinato al Tribunale di Milano di riesaminare il caso nel merito.
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Custodia cautelare in carcere: confermata la misura per mafia
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione mafiosa ed estorsione aggravata. Il Tribunale del Riesame aveva ritenuto sussistenti i gravi indizi di colpevolezza basandosi sulle dichiarazioni attendibili di alcuni collaboratori di giustizia e sulle intercettazioni telefoniche. L'indagato fungeva da intermediario e referente per la riscossione del dazio estorsivo. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, evidenziando che i giudici di merito hanno motivato la decisione in modo logico e coerente. Inoltre, per i reati di stampo mafioso opera la presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere, non superata da elementi contrari. Di conseguenza, l'indagato rimane in stato di arresto.
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Concorso nella detenzione di stupefacenti: dormire lì non basta
Un uomo, ospite saltuario in un appartamento, viene arrestato dopo il ritrovamento di cocaina in una stanza diversa dalla sua. Nella sua camera la polizia trova solo sostanza da taglio. Il Tribunale del Riesame conferma la custodia in carcere, ipotizzando il concorso nella detenzione di stupefacenti. La Corte di Cassazione annulla l'ordinanza. I giudici chiariscono che la semplice coabitazione o la presenza sul luogo non bastano a dimostrare la complicità. Senza un contributo attivo, materiale o morale, si configura solo una connivenza non punibile. Anche le risposte reticenti dell'indagato non possono sostituire la mancanza di prove oggettive del suo coinvolgimento.
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Aggravante del metodo mafioso: carcere solo per i fatti recenti
Il Tribunale di Catania applicava la custodia in carcere a un uomo accusato di tentata estorsione per fatti del 2020, estendendo però la misura anche a episodi precedenti commessi dal padre tra il 2014 e il 2019. L'indagato contestava sia il coinvolgimento nei vecchi fatti sia l'aggravante del metodo mafioso, sostenendo di essere fuori dal clan dal 2012. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso. Ha annullato la misura cautelare per i fatti antecedenti al 2020, confermando però la validità dell'aggravante del metodo mafioso per l'episodio del 2020. La condotta recente, finalizzata a raccogliere soldi per i detenuti, dimostra infatti un legame ancora attivo con l'associazione criminale.
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Carenza di interesse: omicidio confessato e ricorso inutile
Un uomo, dopo aver confessato l'omicidio di un conoscente avvenuto presso un distributore di benzina, è stato sottoposto alla misura della custodia in carcere. L'imputazione provvisoria contestava l'omicidio aggravato da premeditazione e futili motivi. La difesa ha proposto istanza di riesame contestando esclusivamente la sussistenza delle due circostanze aggravanti. Il Tribunale del Riesame ha dichiarato inammissibile la richiesta per carenza di interesse, decisione poi confermata dalla Corte di Cassazione. I giudici hanno stabilito che l'eventuale esclusione delle aggravanti non avrebbe modificato la situazione cautelare dell'indagato. Infatti, anche per il reato di omicidio semplice permane la presunzione di adeguatezza della custodia in carcere e la durata massima della misura rimane identica. Il ricorso è stato quindi dichiarato inammissibile.
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Autoriciclaggio tramite criptovalute: il bitcoin non salva il reo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza cautelare per associazione a delinquere, truffa, spaccio e autoriciclaggio tramite criptovalute. L'indagato contestava la competenza territoriale del giudice e la sussistenza dei gravi indizi. La Suprema Corte ha confermato che l'acquisto di bitcoin con i proventi di truffe online, effettuato tramite portafogli virtuali crittografati, integra pienamente il reato di autoriciclaggio tramite criptovalute, poiché idoneo a ostacolare la tracciabilità del denaro sporco. Inoltre, le questioni di competenza territoriale non possono essere sollevate davanti al Tribunale del Riesame dopo l'esercizio dell'azione penale. Di conseguenza, l'indagato perde il ricorso e resta soggetto alla misura cautelare, oltre a dover pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Competenza territoriale nei reati associativi: decide la regia
Un indagato per traffico di droga ha contestato la decisione del Tribunale del Riesame di Roma, che aveva confermato la sua custodia in carcere ritenendo Roma competente a giudicare il caso. La difesa ha sostenuto che la competenza spettasse a Firenze, poiché la base operativa e decisionale del gruppo criminale si trovava a Prato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la competenza territoriale nei reati associativi si determina nel luogo in cui si pianificano e si dirigono le attività illecite, e non dove si consumano i singoli reati. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza con rinvio per una nuova valutazione.
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Sequestro preventivo: quote bloccate nonostante la revoca precedente
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo delle quote di una società controllata, rigettando il ricorso della società finanziaria capogruppo. La vicenda nasce dall'affitto di un ramo d'azienda ritenuto distrattivo in danno dei creditori di altre società fallite dello stesso gruppo imprenditoriale, oltre che finalizzato alla sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte. La difesa contestava la reiterazione della misura cautelare dopo una precedente revoca, invocando il giudicato cautelare e l'abuso del processo da parte del Pubblico Ministero. I giudici di legittimità hanno invece chiarito che non vi è alcuna preclusione se i presupposti della nuova misura si fondano su un quadro fattuale più ampio e su una valutazione unitaria delle condotte illecite. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato e la società ricorrente condannata alle spese.
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Sequestro preventivo: lecito il blocco anche di soldi puliti
Il Tribunale ha confermato il sequestro preventivo di trentamila euro a carico di un soggetto indagato per bancarotta fraudolenta. L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancanza di motivazione del primo giudice e sostenendo la provenienza lecita della somma sequestrata sul proprio conto corrente. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il tribunale d'appello può sanare i difetti di motivazione del primo provvedimento. Inoltre, trattandosi di denaro, il sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta del profitto del reato è sempre legittimo, a prescindere dalla dimostrazione dell'origine lecita delle specifiche somme depositate sul conto. L'Indagato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Gravi indizi di colpevolezza: il sospetto non basta per l’arresto
Il Tribunale del Riesame aveva confermato gli arresti domiciliari per un indagato accusato di spaccio di droga, basandosi su un'intercettazione telefonica tra terzi in cui si parlava di un locale a lui riconducibile e di merce 'asciutta come l'origano'. La difesa ha impugnato il provvedimento contestando la mancanza di prove concrete. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che una conversazione ambigua e riassunta dalla polizia non basta a integrare i gravi indizi di colpevolezza richiesti per limitare la libertà personale. I giudici non possono colmare le lacune delle indagini usando come prova una condanna subita dall'indagato in un altro processo. La Cassazione ha quindi annullato la misura cautelare, ordinando un nuovo esame del caso.
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Gravi indizi di colpevolezza: l’origano non basta per l’arresto
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un indagato sottoposto agli arresti domiciliari per traffico di stupefacenti. La difesa ha contestato la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, evidenziando che l'accusa si basava esclusivamente su un'intercettazione telefonica tra terzi, interpretata in modo arbitrario dalla polizia giudiziaria senza riscontri oggettivi. Gli ermellini hanno rilevato che la motivazione del Tribunale del Riesame era gravemente lacunosa e carente, poiché fondata su passaggi laconici e privi di una reale consequenzialità logica. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza cautelare, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo esame che valuti correttamente la reale consistenza degli elementi d'accusa.
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Esigenze cautelari: no al carcere per vecchi errori del passato
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un uomo sottoposto a custodia in carcere per tentata estorsione aggravata. La difesa ha contestato la misura cautelare evidenziando che i fatti risalivano a due anni prima e che non vi era alcun pericolo attuale di reiterazione del reato. Il Tribunale del Riesame aveva giustificato la misura basandosi su una vecchia sanzione disciplinare del 2011. La Suprema Corte ha accolto il ricorso limitatamente a questo punto. I giudici hanno stabilito che le esigenze cautelari richiedono una valutazione concreta e attuale del pericolo, orientata al futuro e non basata solo su fatti passati e lontani nel tempo. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame.
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Riesame delle misure cautelari: forma contro sostanza in carcere
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di due soggetti accusati di tentato omicidio e porto abusivo di armi, confermando la custodia in carcere. La difesa lamentava la mancata trasmissione della registrazione audio dell'interrogatorio di garanzia al Tribunale del riesame. La Suprema Corte ha chiarito che, in sede di riesame delle misure cautelari, l'indagato che contesta la mancata trasmissione di atti favorevoli ha l'onere di specificarne il contenuto concreto. Non basta denunciare una generica violazione formale se l'atto non contiene elementi oggettivamente utili a scagionare l'accusato o a confutare le accuse. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti e i due indagati rimangono in carcere.
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Utilizzabilità delle intercettazioni: no al ricorso del complice
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un soggetto accusato di aver aiutato un latitante a sfuggire alla giustizia, fornendogli supporto logistico, auto e denaro per favorire un clan mafioso. La difesa contestava l'utilizzabilità delle intercettazioni provenienti da un altro procedimento penale. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la riforma legislativa consente l'utilizzabilità delle intercettazioni per reati gravi, inclusi quelli aggravati dall'agevolazione mafiosa. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: lo scafista resta in cella
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per uno scafista accusato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina per aver trasportato 87 migranti. Il Tribunale del Riesame aveva ritenuto sussistenti sia il pericolo di recidiva, data la gravità del fatto e l'assenza di fissa dimora, sia il rischio di inquinamento probatorio, avendo l'indagato tentato di convincere i migranti a mentire alle autorità. La difesa contestava la mancanza di attualità del pericolo di reiterazione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la valutazione del pericolo di recidiva si basa su una prognosi concreta della personalità del soggetto e delle modalità del fatto, senza richiedere l'imminenza di una specifica occasione per delinquere. Lo scafista resta quindi in carcere e dovrà pagare le spese processuali.
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Appello cautelare: la Cassazione cancella i formalismi inutili
Il Tribunale del Riesame dichiarava inammissibile l'appello proposto da un soggetto sottoposto a misura cautelare, lamentando la mancanza della dichiarazione o elezione di domicilio prevista dal nuovo art. 581, comma 1-ter, c.p.p. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del difensore, stabilendo che tale adempimento formale non si applica all'appello cautelare. La norma restrittiva riguarda infatti solo le impugnazioni contro le sentenze del processo di cognizione e non la fase cautelare, che segue regole proprie e più agili per garantire la rapidità del contraddittorio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio l'ordinanza impugnata, ordinando la trasmissione degli atti al Tribunale di Venezia affinché esamini l'appello cautelare nel merito.
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Autonoma valutazione delle esigenze cautelari: carcere confermato
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione mafiosa. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione lamentando la mancata autonoma valutazione delle esigenze cautelari da parte del giudice del riesame e l'insufficienza dei gravi indizi. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'obbligo di autonoma valutazione delle esigenze cautelari e dei gravi indizi di colpevolezza riguarda esclusivamente il giudice che emette la misura iniziale, e non il Tribunale del Riesame. Quest'ultimo deve solo motivare in modo logico e coerente la propria decisione. Di conseguenza, l'indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: sanzione evitata
L'Indagato ha proposto ricorso per cassazione contro la misura cautelare del divieto di dimora applicata per presunte frodi carosello. Successivamente, il Giudice per le indagini preliminari ha revocato tale misura. Di conseguenza, il difensore dell'Indagato ha presentato formale rinuncia al ricorso per cassazione, essendo venuto meno l'interesse a impugnare il provvedimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per rinuncia, condannando il ricorrente alle sole spese processuali ed escludendo la sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende, poiché la rinuncia è dipesa da un evento successivo e favorevole all'indagato.
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Scambio elettorale politico-mafioso: no al carcere su sospetti
Un candidato alle elezioni regionali viene sottoposto a custodia in carcere per l'ipotesi di scambio elettorale politico-mafioso, avendo presumibilmente accettato il sostegno di un clan in cambio di denaro. Successivamente, il GIP attenua la misura concedendo gli arresti domiciliari, poich" lo svolgimento delle elezioni ha ridotto il pericolo di reiterazione del reato. Il Tribunale, su appello del Pubblico Ministero, ripristina il carcere basandosi sul solo dispositivo di un'altra decisione non ancora motivata. La Corte di Cassazione annulla il provvedimento di ripristino, stabilendo che il giudice non pu" basarsi su supposizioni senza aver letto le motivazioni scritte del provvedimento precedente. Inoltre, per questo reato non vige una presunzione assoluta di adeguatezza del carcere, consentendo al giudice di valutare elementi di novit per alleggerire la misura.
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Misure cautelari personali: la barba tagliata non ferma l’arresto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava le misure cautelari personali degli arresti domiciliari per estorsione. La difesa contestava la sussistenza dei gravi indizi, evidenziando discrepanze fisiche (la presenza di una folta barba il giorno prima del reato) e nuovi elementi emersi successivamente (tracciati telefonici e altezza dell'autore del reato incompatibili). La Suprema Corte ha stabilito che le contestazioni sulla barba erano generiche, non avendo smentito la tesi logica del Tribunale secondo cui l'indagato avrebbe potuto radersi per crearsi un alibi. Inoltre, i nuovi elementi di fatto non possono essere valutati nel giudizio di legittimità, ma devono essere presentati tramite apposita istanza di revoca o modifica della misura al giudice competente. L'Indagato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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