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Art. 309 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

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731 provvedimenti

Altri anni per Art. 309 Codice di Procedura Penale

Custodia cautelare in carcere: l’età avanzata batte la cella
Un uomo ultrasettantenne, accusato di scambio elettorale politico-mafioso e corruzione, ha impugnato l'ordinanza che confermava la sua custodia cautelare in carcere. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, concentrandosi sulla scelta della misura restrittiva. Per legge, l'applicazione della custodia cautelare in carcere a un indagato con più di settant'anni richiede la dimostrazione di esigenze cautelari di eccezionale rilevanza. I giudici di merito non hanno motivato adeguatamente la sussistenza di tale eccezionalità, limitandosi a considerazioni generiche sulla possibilità di utilizzare intermediari. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza limitatamente alla scelta della misura cautelare, disponendo il rinvio al Tribunale del Riesame per una nuova valutazione.
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Custodia cautelare in carcere: il video incastra la ladra
L'Indagata è accusata di furto in abitazione aggravato per aver svaligiato una villetta insieme a dei complici. Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere, decisione impugnata dalla difesa che lamentava la mancata trasmissione dei video di sorveglianza e l'assenza di un'autonoma valutazione del giudice. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il pubblico ministero non deve trasmettere i file video originali se i loro contenuti sono già descritti nei verbali di polizia. Inoltre, la custodia cautelare in carcere è pienamente giustificata dalla gravità del fatto, dai numerosi precedenti penali dell'indagata, dall'uso di falsi nomi e dal rischio concreto di fuga o di nuovi reati, rendendo inadeguati i semplici arresti domiciliari.
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Custodia cautelare in carcere: il video incastra il ladro
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di furto in abitazione aggravato. L'indagato era stato identificato grazie alle immagini ad alta risoluzione delle telecamere di sorveglianza della vittima, confrontate con le foto segnaletiche, e alla presenza della sua auto vicino alla villetta colpita. La difesa contestava la mancata trasmissione dei file video originali al Tribunale del Riesame e l'adeguatezza della misura. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile: la polizia aveva già descritto accuratamente i video nei verbali e la personalità del soggetto, gravato da tre condanne definitive per reati simili e privo di lavoro lecito, rende indispensabile la custodia cautelare in carcere per prevenire il rischio concreto di nuovi furti.
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Misure cautelari personali: arresti anche senza prove dirette
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure cautelari personali, nello specifico gli arresti domiciliari, nei confronti di un soggetto accusato di detenzione e cessione di sostanze stupefacenti. Sebbene la difesa sostenesse la mancanza di prove dirette sul contenuto di alcune buste sospette riprese dalle telecamere e l'assenza di attualità del pericolo di recidiva a distanza di tempo dai fatti, i giudici hanno ritenuto legittimo il provvedimento. La Suprema Corte ha chiarito che, nella fase cautelare, per valutare la gravità degli indizi non occorrono gli stessi rigorosi criteri richiesti per una condanna definitiva. I sistematici contatti dell'indagato con esponenti di un'associazione criminale dedita allo spaccio giustificano la misura restrittiva, confermando la decisione del Tribunale del Riesame.
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Estorsione aggravata dal metodo mafioso: dai domiciliari al carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'imputato aveva costretto un datore di lavoro a versargli somme di denaro per prestazioni lavorative in nero svolte all'estero. Nonostante il periodo trascorso agli arresti domiciliari senza violazioni, la condanna in secondo grado ha rafforzato la presunzione di pericolosità sociale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che il rispetto formale delle prescrizioni domiciliari non basta a superare la presunzione di pericolosità derivante da reati di stampo mafioso, confermando così la massima misura restrittiva.
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Misure cautelari personali: liberta e rischio improbabile
Il Tribunale del Riesame dichiarava inammissibile per carenza di interesse l'appello de L'Indagato contro la decisione del GIP, che aveva sostituito la custodia in carcere con gli arresti domiciliari. Il GIP aveva ritenuto sussistente il pericolo di reiterazione del reato, pur definendolo improbabile. L'Indagato contestava questa contraddizione, chiedendo la revoca totale della misura. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che sussiste un interesse concreto a impugnare le decisioni sulle misure cautelari personali qualora si contesti la reale sussistenza delle esigenze cautelari. La Corte ha quindi annullato il provvedimento, rinviando gli atti al Tribunale per un nuovo esame sulla reale sussistenza del pericolo.
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Associazione di tipo mafioso: il confine tra parentela e reato
Una giovane donna, indagata per associazione di tipo mafioso e concorso in estorsione, ha impugnato l'ordinanza che confermava i suoi arresti domiciliari. Secondo l'accusa, la donna fungeva da canale di comunicazione per lo zio, capo di una cosca e detenuto in carcere. Tra le sue attività vi erano la consegna di messaggi nascosti in sacchetti di patatine, il tentativo di procurare telefoni cellulari e la decifrazione di messaggi in codice. Inoltre, aveva sollecitato l'intervento del boss per risolvere una disputa personale, sfociata in un'estorsione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno stabilito che tali condotte, anche se compiute in un contesto familiare, dimostrano un contributo consapevole e attivo all'operatività del sodalizio criminale.
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Retrodatazione della custodia cautelare negata per il clan attivo
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso de Il Ricorrente contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa ed estorsione. La difesa invocava la retrodatazione della custodia cautelare ai sensi dell'articolo 297 del codice di procedura penale, sostenendo che i termini dovessero decorrere da un precedente arresto. I giudici hanno chiarito che, per i reati permanenti come l'associazione mafiosa, la retrodatazione della custodia cautelare non si applica se la condotta criminosa si è protratta anche dopo la prima cattura. La Suprema Corte ha confermato la solidità degli indizi di colpevolezza relativi alle estorsioni e all'affiliazione al clan, basati su intercettazioni e dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: scafisti fermati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di quattro presunti scafisti accusati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina per aver trasportato circa 600 migranti. I ricorrenti contestavano la giurisdizione italiana, poiché il soccorso era avvenuto in acque internazionali, e l'utilizzabilità delle dichiarazioni dei migranti. La Suprema Corte ha confermato la giurisdizione italiana: lo sbarco sul territorio nazionale costituisce l'evento del reato, e i trafficanti rispondono come autori mediati del trasporto operato dai soccorritori in stato di necessità. Inoltre, le dichiarazioni dei migranti sono pienamente utilizzabili come testimonianze oculari per fondare la custodia cautelare in carcere. I ricorrenti restano in carcere e sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Pericolo di reiterazione del reato: l’arma in casa e il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro la custodia in carcere per possesso di una pistola carica con matricola abrasa. La difesa contestava la sussistenza del pericolo di reiterazione del reato, sostenendo che mancassero occasioni prossime di commettere nuovi illeciti. La Suprema Corte ha chiarito che il pericolo di reiterazione del reato deve essere concreto e attuale, ma tale giudizio si basa sulla gravità del fatto e sulla personalità del soggetto, non sulla presenza di futuri stimoli esterni imprevedibili. Avendo trovato l'arma in casa, anche la richiesta di arresti domiciliari è stata respinta. L'Indagato perde il ricorso e viene condannato alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Traffico illecito di rifiuti: nullo l’arresto senza prove valutate
Il Tribunale del Riesame aveva confermato gli arresti domiciliari per un imprenditore accusato di associazione a delinquere e traffico illecito di rifiuti. Secondo l'accusa, l'indagato trasportava scarti di legno non conformi spacciandoli per biomassa pulita destinata a centrali elettriche. La difesa ha presentato documenti per dimostrare la regolarità dei materiali e dei contratti commerciali, ma i giudici del riesame hanno ignorato queste prove. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imprenditore, stabilendo che il giudice non può ignorare le prove della difesa con risposte generiche. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza di custodia cautelare e ha rinviato il caso al Tribunale per una nuova e reale valutazione delle prove difensive.
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Arresti annullati: quando mancano i gravi indizi di colpevolezza
Il caso riguarda un imprenditore, socio di un'azienda di trasporti, sottoposto agli arresti domiciliari per associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti e truffa, con l'aggravante di aver agevolato un clan mafioso. Il Tribunale del Riesame aveva confermato la misura cautelare. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato, annullando l'ordinanza con rinvio. I giudici di legittimità hanno rilevato gravi carenze logiche nella motivazione del Tribunale. In particolare, mancano i gravi indizi di colpevolezza circa l'effettiva partecipazione dell'imprenditore al sodalizio criminale. I suoi rapporti commerciali erano limitati a un solo ramo della famiglia coinvolta, senza prove di un reale collegamento con i vertici del clan o di una consapevolezza del disegno criminoso complessivo. Il Tribunale dovrà ora rivalutare interamente la posizione dell'indagato.
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Patto corruttivo: la consegna di denaro non basta per l’arresto
Il Tribunale di Catanzaro aveva confermato la misura degli arresti domiciliari per un Imprenditore, accusato di aver pagato cinquemila euro a un Funzionario Pubblico per favorire la propria attività economica. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando l'assenza di prove sul collegamento tra il denaro e l'attività del funzionario. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la semplice consegna di denaro non basta a dimostrare la colpevolezza. Per configurare il reato è indispensabile provare l'esistenza di un vero e proprio patto corruttivo, ossia il legame diretto tra il pagamento e l'asservimento della funzione pubblica. Di conseguenza, l'ordinanza cautelare è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Divieto di reformatio in peius: carcere confermato per l’indagato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro la custodia cautelare in carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il Tribunale aveva riqualificato il reato e dichiarato l'incompetenza territoriale, mantenendo la misura cautelare. La difesa lamentava la violazione del divieto di reformatio in peius. I giudici hanno chiarito che tale principio non viene violato se la riqualificazione giuridica del fatto non comporta l'applicazione di una misura cautelare più afflittiva rispetto a quella originaria. Di conseguenza, L'Indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Coltello in discoteca: è tentato omicidio anche con un solo colpo
Un giovane ha sferrato una coltellata al collo di un conoscente in discoteca ed è fuggito senza prestare soccorso. Il Tribunale ha disposto la custodia cautelare in carcere per tentato omicidio, ritenendo sussistente il pericolo di recidiva e l'inadeguatezza dei domiciliari. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'unicità del colpo dimostrasse solo un dolo eventuale o l'intenzione di ferire. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'unicità del fendente non esclude la volontà di uccidere, configurando un dolo alternativo (compatibile con il tentativo). Inoltre, portare un coltello in discoteca dimostra una fredda preordinazione e un'elevata pericolosità sociale, giustificando la massima misura cautelare. L'indagato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Tentativo di estorsione: quando l’atto preparatorio non è reato
La Corte di Cassazione ha annullato parzialmente l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti de L'Indagato, limitatamente ad alcuni episodi contestati come tentativo di estorsione. I giudici di merito avevano ritenuto sussistente il reato nonostante le richieste estorsive, affidate a intermediari, non fossero mai giunte alle vittime. La Suprema Corte ha stabilito che, per configurare il tentativo di estorsione, il giudice deve motivare rigorosamente l'idoneità e l'univocità degli atti, valutando se l'affidamento della richiesta a terzi avesse una reale probabilità di successo. Per i restanti reati, tra cui l'associazione mafiosa, il ricorso è stato rigettato. La causa è stata rinviata al Tribunale del Riesame per una nuova valutazione.
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Truffa sui risarcimenti: confermato il sequestro preventivo
Il caso riguarda un'organizzazione che raggirava le vittime di incidenti stradali. I complici facevano firmare contratti di quota lite svantaggiosi, trattenendo gran parte dei risarcimenti assicurativi. Il Tribunale di Milano disponeva il sequestro preventivo di novecentomila euro a carico di un indagato. La difesa ha impugnato il provvedimento, contestando l'utilizzo di una consulenza medica depositata in ritardo e la violazione del divieto di riproporre la misura cautelare. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'inutilizzabilità degli atti tardivi va eccepita subito e che una nuova consulenza tecnica costituisce un elemento di novità idoneo a superare il precedente rigetto. Il sequestro preventivo resta quindi confermato.
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Spaccio di lieve entità: no a ipotesi future contro prove reali
Il Tribunale di Napoli aveva confermato l'obbligo di firma per un uomo sorpreso a cedere circa quattro grammi di cocaina, rifiutando di qualificare il fatto come spaccio di lieve entità. Il rifiuto si basava sull'ipotesi, ancora da verificare, che l'indagato potesse far parte di una rete criminale più ampia. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa, stabilendo che la valutazione sulla gravità del reato deve fondarsi esclusivamente su prove concrete e già acquisite, non su semplici ipotesi investigative future. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento e ha ordinato al Tribunale del Riesame di rivalutare il caso applicando correttamente la legge.
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Indebita compensazione: arresti confermati anche dopo la vendita
La Corte di Cassazione ha confermato gli arresti domiciliari per un professionista accusato di associazione a delinquere finalizzata alla truffa fiscale. L'indagato creava falsi crediti d'imposta per corsi di formazione mai svolti, permettendo a diverse aziende l'indebita compensazione di debiti tributari. La difesa sosteneva l'insussistenza delle esigenze cautelari poiché l'indagato aveva venduto la società e l'associazione non era più operativa. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il pericolo di recidiva è concreto e attuale. Nonostante la cessione societaria, l'indagato ha continuato a percepire profitti illeciti e ha dimostrato una spiccata capacità organizzativa autonoma, rendendo concreto il rischio che possa commettere nuovamente reati della stessa specie.
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Scadenza dei termini nei giorni festivi: la PEC salva il ricorso
Il Tribunale del Riesame aveva dichiarato inammissibile, perché ritenuto tardivo, il ricorso presentato dal difensore di un indagato sottoposto agli arresti domiciliari. Il ricorso era stato inviato tramite PEC il lunedì successivo alla domenica in cui scadeva il termine di dieci giorni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato, stabilendo che la regola sulla scadenza dei termini nei giorni festivi si applica pienamente anche alle impugnazioni inviate tramite posta elettronica certificata. Di conseguenza, se il termine scade di domenica, la scadenza è prorogata di diritto al lunedì successivo. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza impugnata e ha rinviato gli atti al Tribunale per un nuovo esame del caso.
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