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Art. 3 Costituzione — Anno 2022

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456 provvedimenti

Altri anni per Art. 3 Costituzione

Arresti domiciliari dopo evasione: no se la condanna è recente
Un uomo, arrestato per trasporto di cocaina, ha chiesto la sostituzione della custodia in carcere con la misura meno afflittiva della detenzione domestica. Il Tribunale ha respinto la richiesta a causa di una precedente condanna definitiva per fuga. La Cassazione ha confermato il diniego, stabilendo che il quinquennio di arresti domiciliari dopo evasione (divieto previsto dalla legge) decorre dalla data in cui la condanna per evasione diventa irrevocabile, e non dal giorno in cui il fatto è stato commesso. Poiché la condanna era diventata definitiva meno di cinque anni prima del nuovo reato, la richiesta è stata rigettata.
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Ordine di demolizione: perché la casa va abbattuta dopo 20 anni
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di due fratelli, eredi del costruttore di un immobile abusivo, contro l'ordine di demolizione del fabbricato. Gli eredi chiedevano la revoca o la sospensione del provvedimento, invocando una domanda di condono pendente e la tutela del diritto all'abitazione. I giudici hanno stabilito che la sanatoria non era imminente e che il diritto alla casa non è assoluto. Poiché la condanna originaria risaliva a oltre venti anni prima, gli interessati hanno avuto tutto il tempo per trovare un'altra sistemazione. Di conseguenza, l'ordine di demolizione rimane pienamente valido ed efficace, e i ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese del giudizio.
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Revoca della patente di guida: confermata anche a bassa velocità
Il Conducente, dopo aver investito e ucciso un ciclista in pieno giorno su un rettilineo, ha concordato una pena per omicidio stradale. Il giudice ha disposto anche la revoca della patente di guida. Il Conducente ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il giudice avrebbe dovuto disporre la semplice sospensione della patente anziché la revoca, vista la bassa velocità e i soccorsi prestati. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la revoca della patente di guida è legittima e ben motivata. Nonostante la bassa velocità, la grave imprudenza del guidatore, che non ha compiuto alcuna manovra di emergenza e ha perso il controllo del mezzo in condizioni di perfetta visibilità, giustifica la sanzione più severa.
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Patteggiamento in appello: la pena è valida anche se identica
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due imputati condannati per traffico di stupefacenti e possesso di armi. I due avevano concordato la pena in secondo grado tramite il patteggiamento in appello. Successivamente, uno di loro ha contestato il calcolo della pena e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. L'altro ha sollevato una questione di legittimità costituzionale, lamentando che fosse stata applicata la stessa pena a entrambi nonostante le condotte diverse. La Cassazione ha chiarito che il patteggiamento in appello limita i motivi di ricorso ai soli casi di pena illegale. Inoltre, l'applicazione della stessa pena a coimputati con ruoli diversi è legittima, poiché il giudice valuta molti fattori oltre alla singola condotta. I ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Furto di energia elettrica: camper allacciati ma la condanna resta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per il reato di furto di energia elettrica. Gli imputati avevano collegato abusivamente i propri camper alla rete pubblica tramite prolunghe visibili, azzerando i consumi sul contatore. La difesa sosteneva la mancanza di prove sulla consapevolezza dell'illecito da parte di una delle imputate e contestava il divieto di prevalenza delle attenuanti generiche sulla recidiva. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità penale, evidenziando che l'evidenza dei cavi e l'assenza di bollette dimostrano la piena consapevolezza del furto. Inoltre, ha ribadito la legittimità del divieto di far prevalere le attenuanti generiche in presenza di recidiva reiterata. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Richiesta di patteggiamento: il no del G.U.P. non si impugna
Il G.U.P. ha dichiarato inammissibile la richiesta di patteggiamento avanzata da un imputato accusato di peculato e contrabbando, poiché non era stato restituito il profitto del reato. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la norma che impone la restituzione e lamentando l'ingiustizia del rinvio a giudizio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che non si può impugnare direttamente l'ordinanza che rigetta il patteggiamento o il decreto di rinvio a giudizio. L'imputato non perde però i suoi diritti: la richiesta di patteggiamento può essere riproposta direttamente davanti al giudice del dibattimento durante il processo. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Graduatorie ad esaurimento: laurea abilitante ma liste chiuse
Un gruppo di docenti, laureati in Scienze della Formazione Primaria tra il 2012 e il 2014, ha richiesto l'inserimento nelle graduatorie ad esaurimento per la scuola dell'infanzia e primaria. Il Ministero dell'Istruzione ha negato l'accesso poiché le graduatorie erano ormai chiuse ai nuovi iscritti successivi all'anno accademico 2007/2008. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei docenti, confermando che le graduatorie ad esaurimento sono a numero chiuso e che le deroghe temporanee si applicano solo a chi si era iscritto all'università prima della chiusura delle liste. La laurea successiva mantiene il valore abilitante per i concorsi pubblici, ma non garantisce il diritto all'inserimento automatico nelle graduatorie chiuse.
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Imposta di registro: il fisco non può unire atti diversi
L'Agenzia delle Entrate aveva riqualificato un conferimento d'azienda seguito dalla cessione delle quote sociali come un'unica cessione d'azienda, applicando una maggiore imposta di registro. I contribuenti hanno impugnato l'atto. La Corte di Cassazione, applicando la nuova formulazione dell'articolo 20 del Testo Unico dell'Imposta di Registro (introdotta nel 2017 e dotata di efficacia retroattiva), ha accolto il ricorso dei contribuenti. La Corte ha stabilito che l'imposta di registro deve essere applicata esclusivamente sulla base degli elementi desumibili dall'atto presentato alla registrazione, senza poter considerare atti collegati o elementi extratestuali. Di conseguenza, la Cassazione ha cassato la decisione sfavorevole ai contribuenti, annullando definitivamente la pretesa del fisco.
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Regime detentivo speciale: ammessa la spesa dei detenuti comuni
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del Ministero della Giustizia, confermando il diritto di un detenuto sottoposto a regime detentivo speciale di acquistare gli stessi generi alimentari previsti per i detenuti comuni (modello 72). I giudici hanno chiarito che le limitazioni alla spesa e alla scelta dei cibi per chi si trova in regime differenziato sono legittime solo se strettamente necessarie a impedire contatti con l'esterno o l'acquisizione di posizioni di supremazia all'interno del carcere. In assenza di tali pericoli concreti, vietare l'acquisto di determinati alimenti costituisce un ingiustificato surplus di afflittività, privo di base logica e giuridica.
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No al condono fiscale sul condono: il Fisco vince in Cassazione
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società in fallimento il mancato pagamento di imposte (IVA e IRAP) e di rate relative a un precedente condono fiscale. La società aveva cercato di sanare le rate scadute del primo condono sfruttando un secondo condono fiscale successivo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che il cosiddetto "condono di condono" non è ammesso nell'ordinamento italiano. Consentire questo meccanismo violerebbe i principi costituzionali di uguaglianza e capacità contributiva, favorendo ingiustamente chi non rispetta i pagamenti. Inoltre, i giudici hanno annullato la decisione sull'IRAP perché priva di motivazione. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Imposta di registro: il fisco perde contro le società collegate
L'Agenzia delle Entrate aveva riqualificato una serie di operazioni societarie collegate (costituzione di una nuova società, conferimento di rami d'azienda e vendita di quote) come un'unica cessione d'azienda, richiedendo una maggiore imposta di registro. La Corte di Cassazione, applicando le recenti riforme legislative e le sentenze della Corte Costituzionale, ha accolto il ricorso della società contribuente. I giudici hanno stabilito che l'imposta di registro deve essere applicata basandosi esclusivamente sugli elementi desumibili dal singolo atto presentato alla registrazione, senza poter considerare atti collegati o elementi esterni. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'avviso di liquidazione del fisco, confermando che la riqualificazione basata sul collegamento negoziale non ha più copertura normativa.
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Imposta di registro: il fisco non può unire contratti diversi
L'Agenzia delle Entrate aveva riqualificato una serie di operazioni societarie collegate (conferimento di ramo d'azienda, cessione di quote e fusione) effettuate da una società come un'unica cessione d'azienda, applicando l'imposta di registro in misura proporzionale anziché fissa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società contribuente. I giudici hanno stabilito che, a seguito delle riforme del 2017 e 2018 confermate dalla Corte Costituzionale, l'imposta di registro deve essere applicata basandosi esclusivamente sugli effetti giuridici del singolo atto presentato alla registrazione. È vietato per il fisco riqualificare l'operazione unendo atti diversi ma collegati tra loro o utilizzando elementi esterni al testo dell'atto stesso. Di conseguenza, l'avviso di liquidazione è stato definitivamente annullato, con vittoria della società.
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Dichiarazione di ricusazione: il ritardo costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da La Persona Offesa contro la decisione che rigettava la sua dichiarazione di ricusazione nei confronti del Giudice per le indagini preliminari. La Persona Offesa contestava la parzialità del Giudice, che aveva già emesso un decreto di archiviazione poi revocato. La Suprema Corte ha confermato l'inammissibilità per motivi formali e temporali: la richiesta non era stata depositata presso il giudice procedente ed era tardiva rispetto al termine di tre giorni. Inoltre, i giudici hanno ribadito che non sussiste alcuna incompatibilità per il magistrato chiamato a pronunciarsi nuovamente sulla richiesta di archiviazione dopo l'annullamento di un precedente provvedimento, escludendo ogni pregiudizio o condizionamento decisionale. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Clausola compromissoria: Ente Pubblico perde e paga 40mila €
Un Ente Pubblico ha affidato a un'Impresa la progettazione e la costruzione di una strada. Il contratto conteneva una clausola compromissoria per risolvere le liti tramite arbitrato. Insorta una controversia sulle riserve e sulle sospensioni dei lavori, il collegio arbitrale ha parzialmente accolto le richieste risarcitorie dell'Impresa. L'Ente Pubblico ha impugnato la decisione lamentando l'irregolare nomina degli arbitri e la nullità della clausola. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. La Corte di Cassazione ha confermato tale decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che i vizi sulla nomina degli arbitri vanno eccepiti subito durante l'arbitrato e che il ricorso deve rispettare il principio di autosufficienza, trascrivendo le clausole contestate.
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Sospensione condizionale della pena: la revoca per chi non paga
Il caso riguarda un uomo condannato per un incidente stradale mortale, al quale era stata concessa la sospensione condizionale della pena a patto che risarcisse le vittime con una provvisionale. Di fronte al mancato pagamento, il giudice dell'esecuzione ha revocato il beneficio. Il condannato ha fatto ricorso sostenendo di non avere le risorse economiche per pagare. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la revoca della sospensione condizionale della pena. I giudici hanno evidenziato che la Guardia di Finanza ha accertato la presenza di entrate economiche e che, in sette anni, l'uomo non ha mai cercato di risparmiare o pagare anche solo una minima parte del debito, dimostrando un colpevole disinteresse anziché un'assoluta impossibilità di adempiere.
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Assegno vitalizio vittime del dovere: lo Stato perde il ricorso
I familiari superstiti di un carabiniere, deceduto nel 1984 durante un conflitto a fuoco, hanno chiesto l'adeguamento dell'assegno vitalizio mensile da 258,23 euro a 500,00 euro. Il Ministero dell'Interno si è opposto, sostenendo che per le vittime del dovere l'importo dovesse rimanere fermo alla misura originaria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Ministero, confermando che l'assegno vitalizio vittime del dovere deve essere equiparato a quello previsto per le vittime del terrorismo e della criminalità organizzata. La decisione si fonda su un principio di equità e razionalità costituzionale, garantendo parità di trattamento economico tra categorie analoghe di servitori dello Stato. Il Ministero è stato condannato al pagamento delle spese di giudizio.
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Abuso di contratti a termine: ruolo ottenuto, no al risarcimento
Una lavoratrice della scuola ha chiesto il risarcimento dei danni per l'illegittima reiterazione di contratti a tempo determinato. La Corte d'Appello ha riconosciuto l'anzianità di servizio ma ha negato il risarcimento, poiché la successiva immissione in ruolo costituiva un ristoro sufficiente. La lavoratrice ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la stabilizzazione cancella le conseguenze dell'abuso di contratti a termine. Di conseguenza, la lavoratrice ha perso la causa ed è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Soggetto passivo IMU leasing: paga il proprietario senza possesso
Il Comune ha emesso avvisi di pagamento IMU contro una Società di Leasing per un immobile il cui contratto di locazione finanziaria era stato risolto nel 2012, ma rimasto nella materiale detenzione dell'utilizzatore fino al 2016. La Corte di Cassazione ha stabilito che il soggetto passivo IMU leasing, in caso di risoluzione del contratto, torna a essere immediatamente la società locatrice proprietaria, anche se non ha ancora recuperato la materiale disponibilità del bene. Per l'applicazione dell'imposta rileva infatti l'esistenza di un titolo giuridico e non la mera detenzione di fatto. Di conseguenza, la Suprema Corte ha accolto il ricorso del Comune, confermando l'obbligo di pagamento in capo alla società proprietaria.
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Agevolazione IMU abitazione principale: coniugi divisi e fisco
Un contribuente ha impugnato gli avvisi di accertamento IMU emessi da una società concessionaria per gli anni dal 2012 al 2014. La concessionaria aveva negato l'agevolazione IMU abitazione principale poiché il nucleo familiare del contribuente risiedeva in un altro Comune rispetto a quello dell'immobile in questione. La Commissione Tributaria Regionale ha dato ragione alla concessionaria, ritenendo necessaria la coabitazione dell'intero nucleo familiare. Il contribuente ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la violazione delle norme tributarie e costituzionali, sostenendo che l'agevolazione spetti anche ai coniugi con residenze diverse. La Corte di Cassazione, rilevando che la questione di legittimità costituzionale sulla norma è già al vaglio della Corte Costituzionale, ha deciso di rinviare la causa a nuovo ruolo in attesa della pronuncia della Consulta.
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Robin Tax: perché la tassa incostituzionale non viene rimborsata
Una società del settore energetico ha chiesto il rimborso dell'addizionale IRES, nota come Robin Tax, versata negli anni precedenti. La richiesta si basava sulla sentenza della Corte Costituzionale n. 10/2015, che aveva dichiarato illegittima tale tassa. Tuttavia, l'Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso e la Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. I giudici hanno chiarito che la dichiarazione di incostituzionalità della Robin Tax non ha valore retroattivo. La Corte Costituzionale ha infatti stabilito che gli effetti della sua decisione decorrono solo dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza. Di conseguenza, le somme versate in precedenza non possono essere restituite, anche se relative a procedimenti ancora in corso. La Cassazione ha quindi rigettato il ricorso della società, condannandola al pagamento delle spese di giudizio.
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