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Art. 3 Convenzione EDU

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511 provvedimenti

Proroga del regime 41-bis: annullamento per clan dissolto.
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza che disponeva la proroga del regime 41-bis nei confronti di un detenuto, evidenziando gravi lacune motivazionali. Il Tribunale di Sorveglianza aveva ignorato prove decisive circa lo scioglimento dell'organizzazione criminale di appartenenza, avvenuto anni prima. Inoltre, i giudici non avevano considerato una relazione positiva della struttura carceraria che attestava il percorso di revisione critica del passato e l'assenza di collegamenti attuali con la criminalità organizzata. La decisione sottolinea che la proroga del regime 41-bis non può fondarsi su automatismi o su una biografia criminale datata, ma deve basarsi sulla prova concreta e attuale della capacità del detenuto di mantenere contatti con il clan, presupponendo che tale gruppo sia ancora operativo e vitale sul territorio.
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Regime 41-bis e uso fornelli: la Cassazione nega deroghe
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un detenuto soggetto al regime di carcere duro che chiedeva di poter tenere in cella fornello e pentole oltre gli orari consentiti. Il ricorrente sosteneva che tale limitazione fosse discriminatoria rispetto ai detenuti comuni. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che il regime 41-bis e uso fornelli prevede restrizioni legittime e giustificate da esigenze di sicurezza. Non è stata ravvisata alcuna violazione dei diritti fondamentali, poiché la differenziazione degli orari di cottura risponde a finalità preventive specifiche del regime speciale. La decisione si allinea a un orientamento giurisprudenziale ormai stabile, portando alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Risarcimento per detenzione inumana: i termini
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso presentato da un detenuto che richiedeva il risarcimento per detenzione inumana per periodi di carcerazione risalenti agli anni 2009-2015. La domanda era stata presentata solo nel 2021, ben oltre il termine di sei mesi previsto dalla legge. Il ricorrente sosteneva che l'emissione di un provvedimento di cumulo delle pene avesse riaperto i termini per la richiesta, ma i giudici hanno ribadito che la decadenza decorre dalla cessazione di ogni singolo periodo di detenzione sofferto in violazione dei diritti fondamentali. La successiva unificazione delle condanne non ha alcun effetto sulla riapertura dei termini processuali già scaduti, rendendo il ristoro non più ottenibile né in forma monetaria né come riduzione della pena residua.
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Notifica dell’udienza camerale: quando il vizio si sana
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un detenuto che lamentava l'omessa notifica dell'udienza camerale a uno dei suoi due difensori di fiducia. Il caso riguardava un procedimento di sorveglianza per il risarcimento del danno da detenzione inumana (Art. 3 CEDU). La Suprema Corte ha chiarito che tale omissione configura una nullità a regime intermedio. Poiché in udienza era presente un sostituto dell'altro difensore che non ha sollevato alcuna eccezione immediata, il vizio deve considerarsi sanato. La decisione conferma che la partecipazione del difensore (o di un suo sostituto delegato anche oralmente) senza rilievi preclude la possibilità di far valere il difetto di notifica in sede di legittimità.
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41-bis: sì alle videochiamate con i figli detenuti
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Ministero della Giustizia contro l'autorizzazione a colloqui in videochiamata per un detenuto in regime di 41-bis con il figlio, anch'egli ristretto in alta sicurezza. La Corte ha stabilito che la sottoposizione al regime differenziato non annulla il diritto fondamentale al mantenimento dei rapporti familiari. Attraverso l'uso di piattaforme certificate e controllate a distanza, è possibile bilanciare le esigenze di sicurezza nazionale con la tutela della vita affettiva, impedendo scambi di messaggi illeciti senza isolare totalmente il detenuto dai propri congiunti.
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Rimedi risarcitori detenzione: rigetto per genericità
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità di un ricorso relativo ai rimedi risarcitori detenzione richiesti da un soggetto ristretto. Il ricorrente lamentava condizioni di vita degradanti dovute alle dimensioni ridotte della cella, ma non aveva fornito indicazioni specifiche sui periodi di detenzione, sugli istituti coinvolti o sulle misure effettive degli spazi. La Suprema Corte ha ribadito che la domanda risarcitoria deve essere fondata su fatti materiali precisi e circostanziati, non potendosi limitare a doglianze generiche prive di elementi concreti necessari per l'istruttoria.
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Detenzione degradante: i limiti del risarcimento
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un detenuto che lamentava una detenzione degradante presso un istituto penitenziario. Il ricorrente contestava lo spazio vitale ridotto e disservizi quali il malfunzionamento dell'aerazione e limitazioni nell'uso delle docce. La Suprema Corte ha confermato che, per ottenere il risarcimento ex art. 35-ter Ord. pen., non basta un generico disagio, ma occorre superare una soglia minima di gravità che renda il trattamento inumano secondo i parametri della CEDU. Nel caso specifico, lo spazio superiore ai 3 mq e la mancanza di prove su sofferenze eccedenti la normale detenzione hanno portato al rigetto della richiesta.
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Giudicato esecutivo: limiti al risarcimento detenzione
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un detenuto che richiedeva il risarcimento per condizioni carcerarie inumane, confermando l'operatività del giudicato esecutivo. L'istanza era stata dichiarata inammissibile in quanto mera riproposizione di una domanda già respinta nel 2016. La Suprema Corte ha chiarito che il mutamento giurisprudenziale invocato dal ricorrente non costituiva un elemento di novità (novum) idoneo a superare la preclusione processuale, poiché i criteri di calcolo dello spazio minimo vitale erano già consolidati nella giurisprudenza precedente.
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Rimedio risarcitorio detenzione: termini di decadenza
La Corte di Cassazione ha affrontato il tema della decadenza dal rimedio risarcitorio detenzione per chi ha subito condizioni carcerarie inumane. Un detenuto si era visto rigettare l'istanza poiché, secondo il Magistrato di Sorveglianza, erano decorsi i sei mesi dalla fine della custodia cautelare. La Suprema Corte ha annullato tale decisione, stabilendo che il termine di decadenza inizia a decorrere solo dalla cessazione definitiva dello stato di detenzione relativo al medesimo titolo di reato. Se il soggetto è ancora ristretto per la pena definitiva derivante dallo stesso reato, il termine non può considerarsi decorso.
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Sovraffollamento carcerario: limiti al risarcimento
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un detenuto che richiedeva il risarcimento per sovraffollamento carcerario ai sensi dell'art. 35-ter Ord. pen. Il ricorrente sosteneva che una nuova interpretazione giurisprudenziale delle Sezioni Unite costituisse un elemento di novità tale da superare i precedenti rigetti. Tuttavia, la Suprema Corte ha chiarito che non vi è stato alcun mutamento interpretativo sostanziale riguardo al calcolo dello spazio minimo di 3 mq, confermando che la mera riproposizione di istanze già decise, in assenza di reali novità, è inammissibile per la preclusione derivante dal giudicato esecutivo.
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Ergastolo ostativo: limiti al rimedio straordinario
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un detenuto che chiedeva l'applicazione dell'art. 628-bis c.p.p. per annullare i precedenti dinieghi alla liberazione condizionale legati al regime dell'ergastolo ostativo. La Corte ha stabilito che tale rimedio straordinario è limitato alle sentenze di condanna e non ai provvedimenti di sorveglianza, i quali possono essere superati tramite una nuova istanza basata sulla recente riforma legislativa che ha rimosso gli automatismi preclusivi.
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Mandato di arresto europeo: spazio minimo e diritti
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della consegna di un cittadino straniero alle autorità estere in esecuzione di un mandato di arresto europeo. Il ricorrente contestava il rischio di trattamenti inumani a causa del sovraffollamento carcerario nello Stato richiedente. La Suprema Corte ha stabilito che la garanzia di uno spazio minimo individuale di 3 mq, al netto degli arredi fissi, unita a fattori compensativi come la libertà di movimento durante il giorno, esclude la violazione dei diritti fondamentali. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile poiché le doglianze erano generiche e non evidenziavano lacune reali nelle informazioni fornite dallo Stato emittente.
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Estradizione e rischi carcerari: la decisione
La Corte di Cassazione ha confermato l'estradizione verso uno Stato estero di un individuo accusato di furto aggravato. Il ricorrente contestava la validità degli indizi di colpevolezza e paventava il rischio di trattamenti inumani nelle carceri straniere. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, sottolineando che il controllo giurisdizionale italiano deve limitarsi a una delibazione sulla fondatezza dell'accusa e che le lamentele sulle condizioni carcerarie erano troppo generiche, non dimostrando un pericolo concreto e attuale per il soggetto specifico.
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Congelamento dei beni: limiti al controllo del giudice
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi contro un provvedimento di congelamento dei beni emesso su richiesta dell'autorità giudiziaria rumena. I ricorrenti contestavano la competenza territoriale del Tribunale di Brescia e lamentavano la violazione del principio del ne bis in idem. La Suprema Corte ha chiarito che, ai sensi del Regolamento UE 2018/1805, la competenza si radica nel luogo dove si trovano i beni al momento della richiesta e che lo Stato di esecuzione non può sindacare il merito della decisione estera, inclusa la proporzionalità della misura, spettando tale valutazione esclusivamente allo Stato di emissione.
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Estradizione e diritti umani: la decisione della Corte
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del provvedimento di estradizione verso la Moldavia per un soggetto condannato per truffa aggravata. Il ricorrente aveva eccepito il rischio di trattamenti inumani nelle carceri moldave e il pericolo derivante dalla vicinanza al conflitto bellico in Ucraina. La Suprema Corte ha rigettato tali doglianze, rilevando che i recenti rapporti del Comitato anti-tortura del Consiglio d'Europa non evidenziano più criticità sistemiche. Inoltre, è stata ribadita l'inapplicabilità delle garanzie del mandato di arresto europeo ai rapporti con Stati non appartenenti all'Unione Europea.
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Mandato di arresto europeo e carceri estere
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della consegna di un cittadino straniero in esecuzione di un Mandato di arresto europeo emesso dalla Romania per reati di droga. Il ricorrente contestava il rischio di subire trattamenti inumani e degradanti a causa delle note criticità del sistema carcerario romeno. La Suprema Corte ha però stabilito che le informazioni individualizzate fornite dalle autorità estere, che garantiscono uno spazio minimo di 3-4 mq e condizioni igieniche adeguate, sono sufficienti a superare la presunzione di rischio. La decisione ribadisce che il rifiuto della consegna è un'eccezione basata su carenze sistemiche non riscontrate nel caso specifico.
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Regime 41-bis: quando la proroga è legittima
La Corte di Cassazione ha confermato la proroga del Regime 41-bis per un detenuto condannato all'ergastolo per reati associativi di stampo mafioso. Nonostante la lunga detenzione e la condotta carceraria positiva, i giudici hanno ritenuto che la posizione di vertice ricoperta e l'assenza di segni di dissociazione giustifichino il mantenimento della misura. La sentenza chiarisce che il semplice decorso del tempo non elimina il rischio di ripristino dei contatti con l'associazione criminale ancora operativa sul territorio.
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Regime 41-bis: legittima l’area riservata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto sottoposto al Regime 41-bis che contestava la sua allocazione in una cosiddetta area riservata. Il ricorrente lamentava una violazione dei diritti umani e del principio di umanità del trattamento a causa dell'isolamento e delle ridotte dimensioni degli spazi. La Suprema Corte ha stabilito che la distribuzione dei detenuti all'interno degli istituti risponde a criteri di organizzazione e sicurezza che rientrano nella discrezionalità amministrativa, non sindacabile in assenza di una prova concreta di lesione dei diritti fondamentali.
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Spazio minimo individuale e risarcimento detenuti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto riguardante il risarcimento per condizioni detentive inadeguate. Il ricorrente lamentava la violazione dello spazio minimo individuale, ma il Tribunale di Sorveglianza aveva accertato che la libertà di movimento esterna compensava il disagio. La Suprema Corte ha rilevato che il ricorso era aspecifico, limitandosi a ripetere argomentazioni già respinte senza contestare efficacemente la motivazione del giudice di merito.
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Ergastolo ostativo: la guida alla nuova sentenza
La sentenza analizza l'applicazione dell'ergastolo ostativo in relazione all'accesso ai benefici penitenziari, stabilendo che la mancata collaborazione non preclude automaticamente il percorso rieducativo se supportato da prove di ravvedimento. La decisione sottolinea la necessità di superare gli automatismi legislativi in favore di una valutazione concreta del percorso individuale del detenuto.
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