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Art. 3 Convenzione EDU — Anno 2025

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111 provvedimenti

Altri anni per Art. 3 Convenzione EDU

Ricorso mandato arresto europeo: quando è inammissibile
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile un ricorso mandato arresto europeo presentato oltre il termine di cinque giorni. La sentenza chiarisce che i motivi di appello sono limitati a vizi di legge, escludendo censure sulla valutazione di merito delle condizioni detentive dello Stato richiedente.
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Errore giudiziario: no a risarcimento con colpa grave
La Corte di Cassazione conferma il diniego alla riparazione per errore giudiziario a un avvocato, assolto in sede di revisione da un'accusa di bancarotta. La decisione si fonda sul principio che il diritto al risarcimento è escluso quando il soggetto ha causato l'errore con un comportamento connotato da colpa grave. Nel caso di specie, la gestione irregolare e non tracciabile di somme di denaro per conto di un cliente è stata ritenuta una condotta gravemente colposa, direttamente collegata alla condanna ingiusta.
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Differimento pena: la delega alla sanità non basta
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza di un Tribunale di Sorveglianza che aveva negato il differimento pena a un detenuto malato, delegando alla direzione sanitaria carceraria la verifica sull'idoneità delle cure. La Suprema Corte ha stabilito che il giudice ha il dovere di verificare concretamente l'adeguatezza del trattamento sanitario, senza poter delegare tale compito, in linea con i principi della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo.
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Spazio vitale detenuto: Cassazione e risarcimento
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna del Ministero della Giustizia al risarcimento dei danni in favore di un ex detenuto, recluso in una cella con uno spazio vitale inferiore a 3 mq. Il ricorso del Ministero è stato dichiarato inammissibile per un vizio procedurale, ma la Corte ha colto l'occasione per ribadire che dal calcolo dello spazio vitale detenuto devono essere detratti gli arredi fissi, come i letti a castello.
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Mandato di arresto europeo: i limiti del ricorso
Un cittadino rumeno, destinatario di un mandato di arresto europeo per riciclaggio, si opponeva alla consegna sostenendo il proprio radicamento in Italia. La Corte di Appello di Venezia accoglieva la richiesta di consegna. La Corte di Cassazione, investita del ricorso, lo ha dichiarato inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che, a seguito della riforma del 2021, la valutazione sul radicamento dell'interessato nel territorio nazionale è una questione di fatto, non sindacabile in sede di legittimità. Il ricorso avverso le decisioni in materia di mandato di arresto europeo è ora limitato ai soli vizi di violazione di legge, escludendo ogni riesame del merito.
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Corrispondenza detenuti 41-bis: quando è legittimo
Un detenuto in regime speciale 41-bis ha impugnato il provvedimento che bloccava una sua lettera per il sospetto che contenesse un messaggio criptato. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando che il controllo sulla corrispondenza detenuti 41-bis permette di trattenere la posta se vi è un fondato sospetto di comunicazioni illecite, basato su elementi concreti come simboli o linguaggio anomalo, al fine di tutelare l'ordine e la sicurezza pubblica.
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Estradizione USA: frode postale e garanzie legali
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di concedere l'estradizione verso gli USA per un individuo accusato di una vasta frode postale legata a servizi di chiaroveggenza. La sentenza respinge i motivi di ricorso basati sulla presunta assenza di doppia incriminazione, sulla mancata garanzia del principio di specialità da parte del sistema statunitense e sul rischio di trattamenti inumani. La Corte ha ritenuto che i fatti costituissero reato di truffa anche per l'ordinamento italiano e che le garanzie fornite dagli Stati Uniti fossero sufficienti a tutelare i diritti dell'estradando.
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Ricorso detenuto: inammissibile se generico
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto in regime di 41-bis contro un'ordinanza che limitava l'acquisto di aromi per dolci. Il ricorso detenuto è stato respinto perché ritenuto aspecifico, meramente rivalutativo dei fatti e privo della dimostrazione di un grave pregiudizio a un diritto soggettivo, confermando la decisione del Tribunale di Sorveglianza.
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Ricorso generico detenuto: inammissibile dalla Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto che lamentava condizioni di detenzione inumane. La Corte ha stabilito che un ricorso generico detenuto, privo di argomentazioni specifiche e limitato a riproporre questioni già esaminate o a citare in modo vago nuove prove, non può essere accolto. La decisione sottolinea il principio fondamentale secondo cui i motivi di ricorso devono essere dettagliati e direttamente correlati alla decisione impugnata, senza richiedere alla Corte una nuova valutazione dei fatti.
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Estradizione per l’estero: quando è legittima?
Un uomo, destinatario di una richiesta di estradizione per l'estero dall'Albania per reati quali truffa e incendio, ricorre in Cassazione lamentando la violazione della doppia incriminabilità e il rischio di trattamenti disumani. La Corte rigetta il ricorso, affermando che per l'estradizione è sufficiente che il fatto concreto sia reato in entrambi gli Stati, anche con diversa qualificazione giuridica. Escluso anche il rischio di trattamenti disumani sulla base di rapporti internazionali.
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Riparazione per ingiusta detenzione: quale rimedio?
La Corte di Cassazione ha stabilito che un detenuto che sconta un periodo di isolamento diurno ingiustamente inflitto deve chiedere la riparazione per ingiusta detenzione ai sensi dell'art. 314 cod. proc. pen. e non il rimedio previsto per le condizioni detentive inumane dall'art. 35-ter ord. pen. La Corte ha chiarito che l'isolamento è una pena e la sua esecuzione illegittima configura un'ingiusta detenzione, non un problema di condizioni carcerarie.
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Revoca indulto: quando decorre la prescrizione?
La Corte di Cassazione affronta il tema della revoca indulto a seguito della commissione di un nuovo reato. Un soggetto, beneficiario di un indulto, si vedeva revocare il beneficio dopo una nuova condanna. Nel ricorso, sosteneva che la pena originaria fosse prescritta. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo un principio cruciale: il termine di prescrizione della pena originaria, sospesa per effetto dell'indulto, inizia a decorrere non dalla data del reato, ma dal momento in cui la nuova sentenza di condanna diventa definitiva. Questo perché solo da quel momento la pena originaria torna ad essere eseguibile, attivando la condizione risolutiva della revoca indulto.
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Riparazione per ingiusta detenzione: quando è negata
Un soggetto, assolto dall'accusa di reati legati agli stupefacenti, si è visto negare la riparazione per ingiusta detenzione a causa della sua condotta. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che l'aver tenuto conversazioni telefoniche con linguaggio criptico, tali da generare un fondato sospetto di colpevolezza, costituisce una colpa grave che esclude il diritto al risarcimento, pur in presenza di una successiva sentenza di assoluzione.
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Rescissione del giudicato: quando l’assenza è colpa
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un condannato per bancarotta fraudolenta che chiedeva la rescissione del giudicato, sostenendo di non essere stato a conoscenza del processo. La Corte ha stabilito che la mancata conoscenza non era incolpevole, ma derivava dalla negligenza dell'imputato, il quale, pur avendo nominato un difensore di fiducia ed eletto domicilio presso il suo studio, non si è poi preoccupato di mantenere i contatti per seguire gli sviluppi del procedimento. La rinuncia al mandato da parte del primo avvocato non esonera l'imputato dal suo dovere di diligenza.
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Spazio vitale in cella: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un detenuto che lamentava la violazione dello spazio vitale in cella in due istituti penitenziari. Per il primo istituto, pur con uno spazio tra 3 e 4 mq, i giudici hanno ritenuto sufficienti i fattori compensativi. Per il secondo, hanno qualificato come 'sporadica' la detenzione con tre persone in una cella, ritenendo legittime le condizioni detentive complessive.
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Detenzione inumana: i limiti del risarcimento
Un detenuto ha fatto ricorso per ottenere un risarcimento per presunta detenzione inumana, lamentando le condizioni subite in un istituto penitenziario per un periodo di circa cinque anni. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Secondo la Corte, per ottenere un risarcimento per detenzione inumana, non basta qualsiasi disagio, ma è necessaria una sofferenza che ecceda quella inevitabilmente legata allo stato detentivo. Nel caso specifico, la valutazione complessiva delle condizioni, incluso lo spazio pro capite (sempre superiore a 3mq), non ha rivelato una violazione dell'art. 3 CEDU. Il ricorso è stato ritenuto generico perché si limitava a ripetere le stesse lamentele senza contestare specificamente le motivazioni della decisione precedente.
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Detenzione inumana: ricorso inammissibile
Un detenuto ha richiesto un risarcimento per detenzione inumana, lamentando le condizioni di un istituto penitenziario. La sua richiesta è stata respinta sia dal Magistrato di Sorveglianza sia in sede di reclamo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il successivo ricorso inammissibile, poiché il ricorrente si è limitato a ripetere le stesse argomentazioni senza contestare specificamente le motivazioni della decisione precedente, la quale aveva escluso la violazione sulla base dello spazio pro capite superiore a 3 mq e degli interventi di manutenzione effettuati.
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Trattamento inumano in carcere: quando è inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto che lamentava un trattamento inumano in carcere per le condizioni sofferte in un penitenziario milanese. La Corte ha stabilito che i motivi del ricorso erano generici e infondati. In particolare, ha confermato che disagi come orari ridotti fuori dalla cella o sovraffollamento delle aree comuni non costituiscono una violazione dell'art. 3 CEDU se viene garantito lo spazio minimo vitale di 3 mq pro capite e l'accesso ai servizi essenziali.
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Proroga 41-bis: la Cassazione chiarisce i criteri
Un detenuto in ergastolo, ex figura di spicco di un'organizzazione mafiosa, contesta la proroga del regime 41-bis. La Corte di Cassazione respinge il ricorso, ritenendo legittima la decisione del Tribunale di Sorveglianza. La sentenza sottolinea come, per la proroga 41-bis, siano determinanti il ruolo apicale ricoperto in passato, l'operatività attuale del clan e il persistente rischio di contatti con l'esterno, elementi che superano la presunta dissociazione del detenuto.
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Ergastolo: è possibile la conversione in pena a 30 anni?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto che chiedeva la conversione della pena dell'ergastolo in una reclusione di trent'anni. La Suprema Corte ha ribadito che non esiste alcuna norma di legge che consenta tale commutazione, sottolineando come i precedenti della Corte Europea, come il caso Scoppola, si applichino solo a specifiche situazioni processuali (rito abbreviato) non riscontrate nel caso di specie. La pronuncia conferma che l'ergastolo, grazie a istituti come la liberazione condizionale, non è una pena inumana o senza prospettiva di reinserimento.
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