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Art. 2751-bis Codice Civile — Sezione Prima Civile

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310 provvedimenti

Altri anni per Art. 2751-bis Codice Civile

Credito retributivo o welfare? La Cassazione fissa i confini
Un'associazione di mutuo soccorso ha chiesto l'ammissione al passivo di un'azienda in amministrazione straordinaria per recuperare somme destinate al welfare aziendale non pagate. L'associazione pretendeva il privilegio speciale riservato ai lavoratori. Il Tribunale ha rigettato la richiesta, escludendo che tali prestazioni rientrassero nella nozione di credito retributivo, data la loro natura occasionale e non proporzionale al lavoro svolto. La Corte di Cassazione, rilevando che la questione riguarda esclusivamente l'esatta definizione di credito retributivo in ambito lavorativo, ha rimesso gli atti al Primo Presidente per assegnare la decisione finale alla sezione lavoro.
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Privilegio delle cooperative agricole: stop all’I.V.A. protetta
Un consorzio agrario chiede l'ammissione al passivo fallimentare di un credito per la vendita di mangimi, invocando il privilegio delle cooperative agricole. Il tribunale riconosce il privilegio sull'intero importo, compresa l'I.V.A. di rivalsa. Il Fallimento ricorre in Cassazione. La Suprema Corte stabilisce che il privilegio delle cooperative agricole spetta anche per la vendita di prodotti acquistati da terzi, purché l'attività sia strumentale allo scopo mutualistico. Tuttavia, esclude che tale privilegio possa estendersi al credito di rivalsa I.V.A., il quale deve essere ammesso solo in via chirografaria. La Cassazione accoglie parzialmente il ricorso, modificando la collocazione del credito I.V.A.
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Consulenza tecnica d’ufficio: prove tardive o verità dei fatti
Un ex dipendente di un istituto bancario in liquidazione coatta amministrativa ha proposto opposizione allo stato passivo per ottenere il riconoscimento di crediti previdenziali integrativi. La Corte d'Appello ha accolto la domanda basandosi su una consulenza tecnica d'ufficio che aveva acquisito direttamente dal lavoratore i cedolini paga non depositati in precedenza. L'istituto ha fatto ricorso in Cassazione, contestando l'utilizzo di tali documenti tardivi. La Suprema Corte ha rilevato che la questione sui limiti di acquisizione documentale da parte del consulente è oggetto di contrasto giurisprudenziale. Di conseguenza, ha rinviato la causa a nuovo ruolo in attesa della decisione chiarificatrice delle Sezioni Unite.
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Ammissione al passivo del TFR: paga il fallimento, non l’INPS
Un lavoratore ha impugnato l'esclusione di diversi crediti, tra cui il trattamento di fine rapporto e alcuni risarcimenti danni, dallo stato passivo del fallimento della propria azienda datrice di lavoro. Il Tribunale aveva escluso la quota di TFR ritenendo che il debitore fosse il Fondo Tesoreria dell'INPS. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso limitatamente a questa voce, stabilendo che il lavoratore ha pieno diritto all'ammissione al passivo del TFR anche per le quote maturate dopo il 2007 e non versate all'INPS. La Cassazione ha chiarito che il datore di lavoro fallito conserva la responsabilità del debito. Le altre richieste di risarcimento sono state dichiarate inammissibili per difetti formali del ricorso. La causa è stata rinviata al Tribunale per ricalcolare le somme spettanti al lavoratore.
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Condono aziendale e restituzione delle ritenute fiscali
Un lavoratore ha richiesto l'ammissione al passivo dell'azienda datrice di lavoro, in amministrazione straordinaria, per ottenere la restituzione delle ritenute fiscali operate sulla sua busta paga tra il 1990 e il 1992. L'azienda aveva beneficiato della sospensione dei tributi per il sisma del 1990 e, successivamente, aveva aderito a un condono fiscale pagando solo il 10% delle somme trattenute. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda, confermando che il lavoratore ha pieno diritto al rimborso del restante 90% delle somme trattenute e non versate allo Stato. La Corte ha inoltre stabilito che gli interessi e la rivalutazione monetaria decorrono dal momento in cui sono state effettuate le singole trattenute mensili, data la natura retributiva del credito.
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Insinuazione tardiva allo stato passivo: accordo chiude la lite
Un ex dirigente ha proposto un'insinuazione tardiva allo stato passivo di una banca in liquidazione coatta amministrativa per ottenere il pagamento di un bonus una tantum di 75.000 euro. Dopo il rigetto in primo grado, la Corte d'Appello ha accolto la domanda del lavoratore. La banca ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione. Nelle more del giudizio di legittimità, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo. Il dirigente ha formulato una proposta di transazione accettata dalla banca, che prevede la rinuncia al ricorso. La Suprema Corte, preso atto dell'accordo, ha rinviato la causa concedendo alle parti sessanta giorni per formalizzare l'atto di rinuncia.
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Ammissione al passivo con riserva: il lavoratore batte il fallimento
Un lavoratore ha chiesto l'ammissione al passivo dei propri crediti di lavoro (TFR, preavviso e differenze retributive) dopo il fallimento del datore di lavoro. Il giudice delegato ha disposto l'ammissione al passivo con riserva, rinviando la decisione all'esito di una causa di lavoro pendente. Il lavoratore ha proposto opposizione per rimuovere la riserva. Il Tribunale ha accolto la domanda del lavoratore, ritenendo la riserva atipica e quindi non apposta. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del Fallimento. La Suprema Corte ha chiarito che il curatore non può contestare il merito del credito solo difendendosi nel giudizio di opposizione promosso dal lavoratore, ma avrebbe dovuto proporre un'autonoma e tempestiva impugnazione contro il provvedimento del giudice delegato.
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Rivalutazione crediti di lavoro: spetta d’ufficio nel fallimento
Un dirigente (Il Lavoratore) ha chiesto l'ammissione al passivo del fallimento dell'Azienda per crediti di lavoro e per il risarcimento da licenziamento illegittimo. Il Tribunale ha negato parte dei crediti ritenendo che si fosse formato un giudicato sulla legittimità del licenziamento e ha escluso la rivalutazione monetaria e gli interessi perché non espressamente richiesti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Lavoratore, stabilendo che non vi era alcuna preclusione sul licenziamento e che la rivalutazione crediti di lavoro e gli interessi devono essere riconosciuti d'ufficio dal giudice, senza necessità di una domanda specifica del dipendente. La causa è stata rinviata al Tribunale per un nuovo esame.
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Compenso del professionista negato se l’attività è incompleta
Un professionista ha richiesto l'ammissione allo stato passivo di una società in liquidazione giudiziale per ottenere il compenso del professionista relativo ad attività di consulenza per un concordato preventivo. Il Tribunale ha respinto la domanda accogliendo l'eccezione di inadempimento, poiché il consulente non ha completato l'incarico né dimostrato l'utilità della prestazione, data l'assenza originaria di presupposti per la continuità aziendale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che il giudizio di legittimità non può essere utilizzato per richiedere una nuova valutazione delle prove di merito. Il ricorrente è stato condannato alle spese e a una sanzione per lite temeraria.
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Opposizione stato passivo: comunicazione incompleta non fa scattare la scadenza
Una lavoratrice presenta ricorso contro l'esclusione del suo TFR dallo stato passivo di un ente in liquidazione. Il Tribunale dichiara il ricorso tardivo, calcolando la scadenza da una prima comunicazione incompleta del liquidatore. La Cassazione ribalta la decisione, chiarendo un principio fondamentale: il termine di 30 giorni per l'opposizione stato passivo decorre solo dalla ricezione della comunicazione completa e ufficiale dello stato passivo esecutivo. Una comunicazione parziale o precedente è irrilevante. Di conseguenza, il ricorso della lavoratrice era tempestivo e il processo deve essere riesaminato.
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Esenzione revocatoria pagamenti lavoro: stipendio salvo dal fallimento
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale sull'esenzione revocatoria pagamenti lavoro. Un collaboratore aveva ricevuto il pagamento per prestazioni svolte anni prima, poco prima che l'azienda fallisse. Il curatore fallimentare ha tentato di revocare il pagamento, sostenendo che l'esenzione vale solo per retribuzioni 'contestuali' al lavoro e funzionali alla continuità aziendale. La Corte ha respinto questa tesi. Ha chiarito che la norma mira a tutelare il diritto costituzionale del lavoratore alla retribuzione, indipendentemente dal momento in cui avviene il pagamento. La finalità sociale di protezione del lavoratore prevale sulla necessità di continuità aziendale, che è solo un effetto indiretto. Di conseguenza, il pagamento è stato considerato legittimo e non revocabile.
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Revocatoria Fallimentare: Stipendi Arretrati Salvi Anche Post-Lavoro
Un lavoratore riceve il pagamento di stipendi arretrati dopo la cessazione del rapporto di lavoro. Successivamente, l'azienda fallisce e il curatore tenta di riprendersi quella somma tramite un'azione revocatoria. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'esenzione revocatoria crediti di lavoro protegge sempre il lavoratore. La finalità della norma non è garantire la continuità aziendale, ma tutelare il diritto costituzionale alla retribuzione. Pertanto, il pagamento è legittimo e non deve essere restituito, indipendentemente dal fatto che sia avvenuto dopo la fine del contratto. Il lavoratore ha vinto la causa.
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Azione revocatoria crediti di lavoro: stipendio tardivo è salvo
La Corte di Cassazione ha stabilito che il pagamento di uno stipendio, anche se avvenuto molto tempo dopo la fine del rapporto di lavoro, non è soggetto ad azione revocatoria crediti di lavoro in caso di fallimento dell'ex datore. La norma che protegge tali pagamenti ha come scopo principale la tutela sociale del lavoratore e del suo diritto a una retribuzione dignitosa, garantito dalla Costituzione. Questa finalità prevale sulla necessità di assicurare la continuità aziendale. Pertanto, il curatore fallimentare non può chiedere la restituzione delle somme legittimamente percepite dal lavoratore, anche se il pagamento è avvenuto nel 'periodo sospetto' prima del fallimento e a rapporto già cessato.
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Revocatoria crediti di lavoro: stipendi salvi anche se pagati tardi
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale sulla revocatoria fallimentare crediti di lavoro. Un'associazione fallita aveva chiesto indietro a una ex dipendente gli stipendi arretrati, pagati anni dopo la fine del rapporto di lavoro. Il fallimento sosteneva che la protezione legale valesse solo per pagamenti 'contestuali' alla prestazione. La Cassazione ha dato torto al fallimento, affermando che l'esenzione dalla revocatoria per i crediti di lavoro è assoluta e non dipende dal momento del pagamento. La finalità della norma è tutelare il diritto alla retribuzione del lavoratore, un valore costituzionale, e non la continuità aziendale. Di conseguenza, la lavoratrice ha vinto e ha potuto trattenere le somme ricevute.
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Compenso professionale avvocato: niente parcella se il piano è inutile
La Corte di Cassazione ha negato il diritto al compenso professionale a un avvocato che aveva assistito un'azienda nella preparazione di un piano di concordato preventivo, poi fallito. La Curatela del fallimento si era opposta al pagamento, sostenendo l'inutilità della prestazione. I giudici hanno confermato che se l'attività professionale è palesemente inadeguata e priva di possibilità di successo fin dall'inizio, il professionista viola il suo dovere di diligenza. Di conseguenza, il cliente (in questo caso, la Curatela) può legittimamente rifiutare il pagamento del compenso professionale dell'avvocato, sollevando l'eccezione di inadempimento.
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Stesso Giudice, Sentenza Nulla: il Principio di Alterità del Rinvio
Un professionista si è visto negare il pagamento dei suoi crediti da un'azienda fallita. La Corte di Cassazione ha annullato la prima decisione e ha rimandato il caso al Tribunale per un nuovo esame. Tuttavia, il collegio del nuovo giudizio includeva uno dei giudici che aveva emesso la sentenza annullata. Il professionista ha impugnato di nuovo la decisione. La Cassazione ha stabilito che questa composizione viola il principio di **alterità del giudice del rinvio**, che impone un giudice completamente diverso per garantire imparzialità. Di conseguenza, ha annullato anche la seconda sentenza, ordinando un terzo processo davanti a un collegio interamente nuovo.
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Onere della prova compenso avvocato: parcella negata senza prove
Un avvocato ha chiesto di essere pagato per intero da una società fallita per una precedente difesa legale. La curatela fallimentare ha riconosciuto solo una parte del compenso, contestando la mancanza di prove dettagliate sull'attività svolta. La Corte di Cassazione ha dato ragione alla curatela, stabilendo un principio chiave sull'onere della prova compenso avvocato. In assenza di un accordo scritto, non basta presentare una parcella basata sui parametri ministeriali. Il professionista deve dimostrare concretamente tutte le attività svolte, la loro complessità e le caratteristiche. L'avvocato ha quindi perso la causa perché non ha fornito prove sufficienti a giustificare la sua richiesta.
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Credito prededucibile: parcella negata se il concordato fallisce
La Corte di Cassazione ha negato il riconoscimento del credito prededucibile del professionista che aveva assistito un'azienda nella preparazione di una domanda di concordato preventivo. La domanda era stata dichiarata inammissibile per ben due volte, portando al fallimento della società. Secondo i giudici, la prestazione del professionista non può essere pagata con priorità se non è stata 'funzionale', cioè concretamente utile alla procedura. Poiché il concordato non è mai stato aperto, l'attività svolta non ha prodotto alcun beneficio per la massa dei creditori. Il professionista, inoltre, non ha fornito la prova necessaria a dimostrare il carattere indispensabile della sua opera, che quindi non gode di alcuna preferenza nel riparto delle somme ricavate dal fallimento.
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Credito privilegiato dell’artista: no della Cassazione alle royalties
La Corte di Cassazione ha negato il riconoscimento del credito privilegiato dell'artista per i compensi derivanti dall'utilizzo di fonogrammi musicali. Un artista aveva chiesto che il suo credito verso un istituto di gestione collettiva in liquidazione fosse ammesso in via privilegiata, come se fosse una retribuzione da lavoro. I giudici hanno stabilito che tali compensi non sono una remunerazione diretta per l'attività lavorativa, ma diritti di natura patrimoniale che derivano dallo sfruttamento economico successivo della prestazione già eseguita. Di conseguenza, il credito non gode di alcun privilegio e deve essere trattato come un normale credito chirografario, da pagare solo dopo quelli privilegiati.
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Privilegio Credito Artigiano: Iscrizione all’Albo Non Basta
Un fornitore di servizi agromeccanici chiede il riconoscimento del privilegio del credito artigiano nel fallimento di un'azienda cliente. I giudici di merito negano il privilegio basandosi sul superato criterio della prevalenza del capitale sul lavoro. La Corte di Cassazione ribalta la decisione, stabilendo un principio fondamentale: per definire un'impresa come artigiana non si usa più il vecchio criterio, ma si deve fare esclusivo riferimento ai requisiti della legge quadro sull'artigianato (L. 443/1985). La sola iscrizione all'albo delle imprese artigiane non è sufficiente. Il creditore deve dimostrare in concreto la sussistenza di tutti i presupposti di legge per ottenere il privilegio.
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