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Art. 2751-bis Codice Civile — Anno 2026

67 provvedimenti

Altri anni per Art. 2751-bis Codice Civile

Lavori eseguiti ma nessun privilegio crediti cooperativa appalto
Una società cooperativa appaltatrice ha richiesto l'ammissione al passivo della liquidazione giudiziale di un fondo immobiliare. Il credito riguardava il saldo dei lavori di urbanizzazione e il risarcimento per la sospensione dei cantieri. L'impresa pretendeva la garanzia del privilegio crediti cooperativa appalto per l'intero importo. I giudici hanno rigettato le richieste risarcitorie e negato il privilegio. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che il privilegio riservato alle cooperative di produzione e lavoro non spetta per gli appalti di opere, ma solo per la vendita di beni o la prestazione di servizi. Di conseguenza, il credito residuo è stato riconosciuto solo in via ordinaria senza alcuna precedenza sui beni della debitrice.
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Postergazione finanziamento soci nelle cooperative in crisi
Una Società Socia ha richiesto l'ammissione al passivo di una Cooperativa in Liquidazione per finanziamenti erogati e per crediti commerciali derivanti da vendite con lunghi rinvii di pagamento. Il Tribunale ha applicato la postergazione finanziamento soci collocando tali crediti dopo i creditori ordinari. La Corte di Cassazione ha cassato il decreto precisando che la postergazione finanziamento soci prevista per le s.r.l. si applica alle cooperative solo se l'assetto organizzativo concreto assicura al socio un potere informativo analogo a quello previsto per le s.r.l. Non basta la mera conoscenza della crisi, ma occorre verificare la struttura societaria. Le dilazioni commerciali anomale possono integrare finanziamenti atipici postergabili. La causa torna al Tribunale per un nuovo esame dell'organizzazione concreta della cooperativa.
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Indennità di fine rapporto agenzia: negata senza le prove
Una società agente ha chiesto l'ammissione al passivo di un'azienda in amministrazione straordinaria per riscuotere l'Indennità di fine rapporto agenzia e altre indennità contrattuali, invocando il privilegio legale. Il Tribunale ha respinto le richieste per indennità di clientela e il privilegio, ammettendo il solo credito per provvigioni e preavviso in via chirografaria. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla società agente. I giudici hanno chiarito che, ai fini dell'Indennità di fine rapporto agenzia, l'agente deve sempre dimostrare di aver apportato nuovi clienti o sviluppato gli affari, anche se il contratto richiama la contrattazione collettiva. Inoltre, una società di persone non gode del privilegio sui crediti se non dimostra che il lavoro dei soci prevale sul capitale aziendale.
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Ammissione al passivo TFR: diritto tutelato nel fallimento
Una lavoratrice ha dimesso il proprio incarico chiedendo l'ammissione al passivo TFR per oltre 11.000 euro nei confronti dell'azienda fallita. Il Tribunale aveva inizialmente respinto la richiesta operando una distinzione tra le quote maturate prima e dopo la riforma del 2007. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della dipendente, precisando che il datore di lavoro risponde del TFR non versato indipendentemente dalla data di maturazione. L'ammissione al passivo TFR costituisce inoltre il presupposto indispensabile per ottenere il successivo intervento del Fondo di Garanzia INPS. Decidendo nel merito, la Suprema Corte ha ammesso l'intero credito della lavoratrice allo stato passivo con collocazione privilegiata e interessi di legge.
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Bancarotta preferenziale compensi amministratore: no al privilegio
La Suprema Corte ha confermato la condanna per bancarotta fraudolenta e bancarotta preferenziale a carico dell'amministratore di una società fallita. L'imputato aveva sottratto due autocarri azionando fittizie compravendite e triangolazioni a favore di una nuova impresa familiare. Inoltre, aveva prelevato dalle casse sociali somme a titolo di compenso per sé e per il fratello prima del fallimento. La Cassazione ha ribadito che la bancarotta preferenziale compensi amministratore si configura poiché i compensi di gestione non godono del privilegio riservato ai lavoratori subordinati ai sensi dell'articolo 2751-bis del codice civile. Trattandosi di un rapporto organico e non di lavoro dipendente, il pagamento dei compensi in situazione di dissesto finanziario danneggia la massa dei creditori.
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Simulazione del rapporto di lavoro: stop ai crediti nel fallimento
Una lavoratrice ha richiesto l'ammissione tardiva allo stato passivo del fallimento aziendale per oltre 57.000 euro di stipendi e TFR non pagati. Il curatore fallimentare si è opposto eccependo la simulazione del rapporto di lavoro. I giudici di merito hanno respinto la richiesta creditoria accertando la totale inesistenza della prestazione lavorativa. I colleghi di lavoro hanno confermato l'assenza della donna dai locali aziendali e sono emersi ampi poteri dispositivi sulle quote societarie incompatibili con la subordinazione. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto. I giudici hanno escluso la necessità di attendere l'esito del processo penale per bancarotta e hanno sancito che il contratto simulato non attribuisce alcun diritto di credito verso la procedura fallimentare.
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Dimissioni per giusta causa: conta la paga reale, non teorica
Un dirigente rassegna le dimissioni per giusta causa a causa del mancato pagamento di stipendi e contributi da parte dell'azienda, successivamente fallita. Il lavoratore chiede l'ammissione al passivo fallimentare delle indennità di preavviso e supplementare, pretendendo che siano calcolate sulla retribuzione teorica originaria di 260.000 euro anziché su quella ridotta di 150.000 euro, accettata in un precedente accordo novativo. Il Tribunale calcola le indennità sulla retribuzione effettiva di 150.000 euro ed esclude il demansionamento. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso del lavoratore: l'interpretazione dei contratti spetta ai giudici di merito. Il lavoratore perde la causa e le indennità restano calcolate sulla retribuzione inferiore.
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Revocazione dello stato passivo: fallimento sconfitto
Il Curatore di un fallimento ha proposto istanza di revocazione dello stato passivo contro l'ammissione dei crediti di due professionisti, sostenendo di aver scoperto condotte illecite degli stessi. Il Tribunale ha rigettato la domanda ritenendo le prove (una perizia contabile e dichiarazioni del legale rappresentante) insufficienti. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione del Tribunale, rigettando il ricorso del fallimento. La Corte ha chiarito che il giudice di merito ha correttamente valutato l'inadeguatezza delle prove offerte nella fase rescindente, escludendo la necessità di procedere alla fase rescissoria. Di conseguenza, il fallimento perde la causa e viene condannato a pagare le spese di giudizio.
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Lavoro subordinato dell’amministratore: contratto vs realtà
Un ex amministratore e liquidatore ha proposto opposizione allo stato passivo della società in liquidazione giudiziale, chiedendo l'ammissione di crediti di lavoro subordinato come dirigente. Il Tribunale ha respinto la domanda per mancanza di prova del vincolo di subordinazione e delle mansioni distinte rispetto alle cariche societarie rivestite. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la formale sottoscrizione di un contratto e il versamento di contributi previdenziali non bastano a dimostrare il lavoro subordinato dell'amministratore. Per ottenere il riconoscimento del credito, il lavoratore avrebbe dovuto fornire prove specifiche e non generiche sulle mansioni effettivamente svolte sotto la direzione altrui. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Compensazione delle spese legali: chi perde parzialmente paga
Due avvocati hanno chiesto l'ammissione al passivo di un fallimento per le loro competenze professionali, pretendendo un rango privilegiato. Il tribunale e la Corte d'appello hanno accolto la domanda solo in minima parte, qualificando il credito principale come chirografario e ponendo a carico dei professionisti il novanta per cento delle spese processuali. Gli avvocati hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la mancata compensazione delle spese legali, sostenendo che l'accoglimento parziale imponesse una diversa ripartizione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la valutazione sulla proporzione della soccombenza e sulla compensazione delle spese legali rientra nel potere discrezionale del giudice di merito e non è sindacabile in sede di legittimità, purché le spese non siano poste a carico della parte totalmente vittoriosa. I ricorrenti sono stati condannati anche a pesanti sanzioni pecuniarie.
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Opposizione allo stato passivo: termini salvi se manca l’elenco
Un lavoratore ha proposto opposizione allo stato passivo dell'Ente in liquidazione coatta amministrativa per ottenere il riconoscimento di differenze retributive non ammesse. Il Tribunale ha dichiarato il ricorso inammissibile perché tardivo, calcolando il termine di trenta giorni da una prima comunicazione generica del commissario liquidatore. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che il termine per l'opposizione allo stato passivo decorre solo dalla ricezione della comunicazione ufficiale corredata dall'elenco completo dei crediti ammessi o respinti. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il decreto del Tribunale e ha rinviato la causa per un nuovo esame, confermando la tempestività dell'impugnazione del creditore.
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Opposizione allo stato passivo: lavoratore batte l’ente in crisi
Un lavoratore ha proposto opposizione allo stato passivo della procedura di liquidazione coatta amministrativa del suo ex datore di lavoro per ottenere il pagamento di crediti di lavoro non riconosciuti. Il Tribunale ha dichiarato il ricorso tardivo, calcolando il termine di trenta giorni da una prima comunicazione generica. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che il termine per l'opposizione allo stato passivo decorre esclusivamente dalla ricezione della comunicazione completa contenente l'elenco dei crediti ammessi e respinti, e non da avvisi precedenti privi di tali allegati. Di conseguenza, l'opposizione presentata dal lavoratore è stata dichiarata tempestiva e la causa è stata rinviata al Tribunale per l'esame nel merito.
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Opposizione allo stato passivo: vince il lavoratore sul termine
Un lavoratore ha proposto opposizione allo stato passivo dell'ente datore di lavoro in liquidazione coatta amministrativa per ottenere il pagamento di retribuzioni arretrate. Il Tribunale ha dichiarato il ricorso inammissibile perché tardivo, calcolando il termine di trenta giorni dal generico deposito in cancelleria dello stato passivo. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che il termine per l'opposizione allo stato passivo decorre esclusivamente dal giorno in cui la comunicazione del deposito viene effettivamente notificata al difensore presso il domicilio eletto, e non dalla data del mero deposito in cancelleria o da comunicazioni non recapitate. Di conseguenza, il ricorso del lavoratore è stato dichiarato tempestivo e la causa è stata rinviata al Tribunale per l'esame del merito del credito.
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Compenso del professionista negato se l’attività è incompleta
Un professionista ha richiesto l'ammissione allo stato passivo di una società in liquidazione giudiziale per ottenere il compenso del professionista relativo ad attività di consulenza per un concordato preventivo. Il Tribunale ha respinto la domanda accogliendo l'eccezione di inadempimento, poiché il consulente non ha completato l'incarico né dimostrato l'utilità della prestazione, data l'assenza originaria di presupposti per la continuità aziendale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che il giudizio di legittimità non può essere utilizzato per richiedere una nuova valutazione delle prove di merito. Il ricorrente è stato condannato alle spese e a una sanzione per lite temeraria.
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TFR Cessione d’Azienda Fallimento: Quando il Credito Non È Subito Esigibile
Una lavoratrice ha chiesto l'ammissione del suo credito per TFR e altre retribuzioni al passivo fallimentare di un'azienda. L'azienda aveva ceduto un ramo d'azienda prima del fallimento. La Corte di Cassazione ha stabilito che il credito per TFR non può essere ammesso al passivo fallimentare del cedente se il rapporto di lavoro è proseguito con l'azienda acquirente. Il TFR, infatti, matura progressivamente ma diventa esigibile solo alla cessazione definitiva del rapporto di lavoro. La sentenza ha quindi rigettato il ricorso della lavoratrice, confermando che la TFR cessione d'azienda fallimento non rende immediatamente esigibile il credito.
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Esigibilità TFR in Cessione d’Azienda e Fallimento: Quando è Dovuto?
Un Lavoratore ha chiesto il pagamento del Trattamento di Fine Rapporto (TFR) e altri crediti retributivi a un'Azienda in fallimento. L'Azienda aveva precedentemente ceduto un ramo d'azienda. Il curatore fallimentare aveva escluso il TFR, sostenendo che il rapporto di lavoro era proseguito con la nuova società e quindi il TFR non era ancora esigibile. La Corte di Cassazione ha confermato che il credito per il TFR non può essere ammesso al passivo fallimentare del cedente se il rapporto di lavoro è continuato con il cessionario. Il TFR diventa esigibile solo alla cessazione definitiva dell'unico rapporto di lavoro.
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Tassazione Interessi Moratori: il Fisco vince sulla parcella
La Corte di Cassazione ha stabilito la piena legittimità della tassazione degli interessi moratori percepiti da un professionista sulla propria parcella, anche se pagata nell'ambito di una procedura fallimentare. Un consulente aveva omesso di dichiarare gli interessi ricevuti per il ritardato pagamento del suo compenso, ritenendoli non tassabili. L'Agenzia delle Entrate ha contestato l'omissione. La Cassazione ha dato ragione al Fisco, affermando un principio chiaro: gli interessi seguono la natura del credito principale. Poiché il credito era un reddito da lavoro autonomo, anche gli interessi maturati su di esso devono essere tassati come tali, secondo il principio di cassa, cioè al momento dell'effettivo incasso.
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Responsabilità Avvocato: Scelta Perdente non è Colpa | Cassazione
Un cliente cita in giudizio il proprio legale per aver scelto una strategia di recupero crediti rivelatasi inefficace. La Corte di Cassazione ha escluso la responsabilità professionale dell'avvocato, stabilendo un principio fondamentale: la scelta di una linea difensiva, anche se non porta al successo, non costituisce colpa se risulta adeguata e ponderata al momento della decisione (valutazione 'ex ante'). Nel caso specifico, le alternative proposte dal cliente (come l'esecuzione del contratto preliminare) erano impraticabili a causa di pesanti ipoteche sull'immobile. La Corte ha quindi confermato che l'avvocato aveva agito con la dovuta diligenza, rigettando la richiesta di risarcimento del cliente.
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Opposizione stato passivo: comunicazione incompleta non fa scattare la scadenza
Una lavoratrice presenta ricorso contro l'esclusione del suo TFR dallo stato passivo di un ente in liquidazione. Il Tribunale dichiara il ricorso tardivo, calcolando la scadenza da una prima comunicazione incompleta del liquidatore. La Cassazione ribalta la decisione, chiarendo un principio fondamentale: il termine di 30 giorni per l'opposizione stato passivo decorre solo dalla ricezione della comunicazione completa e ufficiale dello stato passivo esecutivo. Una comunicazione parziale o precedente è irrilevante. Di conseguenza, il ricorso della lavoratrice era tempestivo e il processo deve essere riesaminato.
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Esenzione revocatoria pagamenti lavoro: stipendio salvo dal fallimento
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale sull'esenzione revocatoria pagamenti lavoro. Un collaboratore aveva ricevuto il pagamento per prestazioni svolte anni prima, poco prima che l'azienda fallisse. Il curatore fallimentare ha tentato di revocare il pagamento, sostenendo che l'esenzione vale solo per retribuzioni 'contestuali' al lavoro e funzionali alla continuità aziendale. La Corte ha respinto questa tesi. Ha chiarito che la norma mira a tutelare il diritto costituzionale del lavoratore alla retribuzione, indipendentemente dal momento in cui avviene il pagamento. La finalità sociale di protezione del lavoratore prevale sulla necessità di continuità aziendale, che è solo un effetto indiretto. Di conseguenza, il pagamento è stato considerato legittimo e non revocabile.
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