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Art. 274 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

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969 provvedimenti

Altri anni per Art. 274 Codice di Procedura Penale

Giurisdizione penale nazionale: arresti per droga oltre confine
Il Tribunale di Catanzaro ha applicato la misura degli arresti domiciliari a un soggetto accusato di traffico di cocaina acquistata in Italia e rivenduta in Svizzera. La difesa ha impugnato il provvedimento contestando la sussistenza della giurisdizione penale nazionale, sostenendo che la condotta si fosse interamente consumata all'estero. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno chiarito che la giurisdizione penale nazionale sussiste sia perché l'accordo per l'acquisto della droga si è perfezionato in Italia, sia perché, trattandosi di un cittadino italiano rintracciato nel territorio dello Stato per un reato punito con reclusione superiore a tre anni, si applica l'articolo 9 del codice penale. Confermata anche l'attualità delle esigenze cautelari per il concreto pericolo di recidiva.
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Misure cautelari personali: carcere per chi è irreperibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame, che aveva disposto la custodia in carcere per il reato di ricettazione. La difesa contestava la sussistenza delle esigenze legate alle misure cautelari personali, in particolare il pericolo di fuga e di recidiva. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso è aspecifico perché non contesta in modo puntuale le motivazioni del giudice di merito. Quest'ultimo aveva correttamente evidenziato la gravità del caso, desunta dall'ingente valore della refurtiva, dai precedenti penali recenti dell'indagato e dal suo stato di irreperibilità, elementi che giustificano pienamente la custodia cautelare in carcere. Di conseguenza, l'indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Metodo mafioso: il finto favore in gioielleria costa il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di tentata estorsione ai danni di un gioielliere. L'azione era aggravata dall'utilizzo del metodo mafioso. Il ricorrente aveva minacciato la vittima evocando il nome del figlio di un noto boss locale. La difesa sosteneva che l'aggravante non fosse applicabile a un singolo individuo senza legami associativi provati. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il metodo mafioso si configura quando la minaccia evoca, anche implicitamente, la forza intimidatrice di un gruppo criminale, a prescindere dall'effettiva appartenenza dell'autore all'associazione. Date le numerose condanne precedenti dell'indagato e la mancanza di reale pentimento, la misura del carcere è stata ritenuta proporzionata e necessaria.
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Misure cautelari personali: arresti validi anche senza droga
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure cautelari personali, nello specifico gli arresti domiciliari, nei confronti di un soggetto accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'indagato aveva contestato la gravità degli indizi e l'attualità del pericolo di reiterazione del reato. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'interpretazione dei messaggi criptici spetta al giudice di merito e che il pericolo di recidiva è concreto e attuale quando esiste una reale e vicina opportunità di commettere nuovi reati, desumibile dal ruolo attivo dell'indagato nel gruppo criminale. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato.
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Misure cautelari personali: tra legami familiari e ruolo nel clan
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'indagata contro l'ordinanza che disponeva le misure cautelari personali degli arresti domiciliari. L'indagata era accusata di associazione mafiosa e narcotraffico, con il ruolo di cassiera del clan e compiti sostitutivi dopo l'arresto dei vertici. La difesa contestava la gravità degli indizi, sostenendo che i contatti fossero solo di natura familiare. La Suprema Corte ha stabilito che la valutazione delle prove e delle intercettazioni spetta ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità, confermando la solidità dell'impianto indiziario e la correttezza della misura applicata.
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Manifestazione e violenza privata: il blocco stradale è reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di tre manifestanti contro le misure cautelari dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. I soggetti erano indagati per i reati di violenza privata e resistenza a pubblico ufficiale. Durante una protesta, i manifestanti avevano bloccato la marcia di alcuni camion diretti a un cantiere pubblico, costringendo i conducenti a mostrare i documenti di trasporto. Inoltre, uno di loro aveva coperto con la mano l'obiettivo della fotocamera di un poliziotto per impedirgli di filmare i disordini. La Suprema Corte ha confermato che il blocco stradale finalizzato a costringere i conducenti a subire controlli abusivi integra pienamente il reato di violenza privata. Ha inoltre ribadito la legittimità delle misure cautelari applicate per il concreto pericolo di recidiva.
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Revoca degli arresti domiciliari: no al confronto con i complici
Un uomo, condannato in primo grado per associazione a delinquere e reati tributari legati al contrabbando di alcolici, ha richiesto la revoca degli arresti domiciliari. La difesa sosteneva che la condanna parziale e la scarcerazione di alcuni coimputati costituissero elementi nuovi idonei a far venir meno le esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla revoca degli arresti domiciliari deve basarsi esclusivamente sulla posizione del singolo imputato, senza alcun automatismo legato al trattamento dei coimputati. Inoltre, la gravità delle condotte e il rischio di reiterazione escludono l'attenuazione della misura, nonostante lo stato di incensuratezza formale del soggetto.
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Tentato omicidio in famiglia: la Cassazione conferma il carcere
Durante una violenta rissa familiare, l'Indagato aggrediva la Vittima con calci, pugni e lanciandole un mobile di vetro alla testa, causandole un arresto cardiaco. Il Tribunale applicava la custodia cautelare in carcere per l'ipotesi di tentato omicidio con dolo alternativo. L'Indagato ricorreva in Cassazione, lamentando l'inutilizzabilità di alcune testimonianze e l'eccessiva severità della misura cautelare rispetto agli arresti domiciliari. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del carcere. I giudici hanno chiarito che le dichiarazioni erano utilizzabili e che la gravità dell'aggressione, unita ai precedenti dell'indagato, rende inadeguata ogni misura diversa dalla custodia in carcere, escludendo anche l'uso del braccialetto elettronico.
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Custodia cautelare in carcere: la pena lieve cancella la cella
L'Imputato, mentre si trovava agli arresti domiciliari, veniva trovato in possesso di hashish. Il Tribunale di Gela riqualificava il reato come fatto di lieve entità, sostituendo la custodia cautelare in carcere con l'obbligo di dimora. Il Pubblico Ministero proponeva appello e il Tribunale del Riesame ripristinava il carcere, ritenendo che la pendenza dell'impugnazione escludesse il limite dei tre anni di pena previsto dalla legge. La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza del Riesame. I giudici di legittimità hanno stabilito che la custodia cautelare in carcere non può essere mantenuta se sopravviene una sentenza, anche non definitiva, che infligge una pena inferiore ai tre anni. Il principio di proporzionalità deve infatti sempre prevalere, impedendo la massima misura restrittiva se la pena finale prevista è inferiore al limite di legge.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: scatta l’arresto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame, confermando la misura degli arresti domiciliari. L'indagato era stato accusato del reato di detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio, avendo in casa e in cantina 107 grammi di marijuana (circa 460 dosi), oltre a un bilancino con tracce di cocaina e 3.450 euro in contanti. La difesa sosteneva l'uso personale, esibendo un vecchio certificato medico e contestando la riconducibilità della cantina. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso per cassazione non può richiedere una nuova valutazione delle prove se la motivazione dei giudici di merito è logica e coerente. Nel caso specifico, il collegamento tra l'indagato e la droga in cantina era provato da una foto sul suo cellulare.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di far parte di un'associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. L'indagato, considerato figura di vertice del gruppo, contestava la sussistenza del pericolo di reiterazione del reato, evidenziando il tempo trascorso dall'ultimo fatto contestato e l'arresto del capo dell'organizzazione. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo il principio della doppia presunzione relativa. Per questa tipologia di reati gravi, la legge presume la necessità della misura carceraria; spetta alla difesa dimostrare elementi concreti capaci di superare tale presunzione, non essendo sufficiente il mero decorso del tempo in assenza di nuove condotte criminose.
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Doppia presunzione relativa: il tempo non cancella il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato per associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina contro la custodia in carcere. La difesa sosteneva l'assenza di pericolo di reiterazione del reato a causa del tempo trascorso dai fatti. La Suprema Corte ha invece confermato la validità della doppia presunzione relativa prevista per i reati associativi gravi. Questa regola inverte l'onere della prova: spetta all'indagato dimostrare elementi concreti che superino la presunzione di pericolosità, e il semplice decorso del tempo senza nuove condotte non è sufficiente a escludere le esigenze cautelari. L'indagato perde il ricorso ed è condannato alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: la Cassazione frena i ricorsi
Due fratelli accusati di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, con l'aggravante di aver agevolato un clan mafioso, hanno impugnato l'ordinanza che disponeva la loro custodia cautelare in carcere. I ricorrenti lamentavano una motivazione carente e un'errata valutazione delle intercettazioni telefoniche e delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla gravità degli indizi spetta solo ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità. Inoltre, non sono stati presentati elementi concreti per superare la presunzione di pericolosità legata alla criminalità organizzata. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere è stata confermata e i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Gravi indizi di colpevolezza: in carcere la reggente del clan
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'Indagata, ritenuta figura di vertice di un'associazione mafiosa. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione contestando la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, sostenendo che le intercettazioni fossero indirette e che mancassero prove dirette del suo ruolo di comando. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione degli elementi indiziari, comprese le intercettazioni e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, spetta esclusivamente al giudice di merito. La motivazione del Tribunale è risultata logica, coerente e dettagliata, evidenziando come l'Indagata avesse assunto la reggenza del clan dopo la morte del marito e l'arresto del figlio. Di conseguenza, la misura cautelare in carcere è stata confermata.
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Estorsione aggravata dal metodo mafioso: il ricorso fallisce
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia in carcere per Il Ricorrente, accusato di estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni di commercianti di un mercato rionale. Secondo l'accusa, l'indagato imponeva pagamenti illeciti per conto di un clan locale. La difesa contestava l'identificazione vocale dell'indagato nelle intercettazioni e l'attualità del pericolo di recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che l'identificazione tramite intercettazioni, supportata dalle dichiarazioni di un complice e da precedenti penali, è pienamente valida. Inoltre, per i reati di criminalità organizzata opera una presunzione di adeguatezza della misura carceraria, superabile solo provando la rottura definitiva dei legami con il clan. Il Ricorrente perde il ricorso e resta in carcere, pagando le spese e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per l’indagato
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo indagato per spaccio di sostanze stupefacenti, respingendo la richiesta di sostituzione con gli arresti domiciliari. La difesa sosteneva l'assenza di esigenze cautelari, evidenziando l'esito negativo della perquisizione domiciliare, la revoca di una precedente dichiarazione di pericolosità sociale e lo status di lavoratore autonomo dell'indagato. I giudici hanno ritenuto legittima la custodia cautelare in carcere a causa dei gravi indizi di colpevolezza, dei precedenti specifici e dei contatti stabili con reti criminali dedite al narcotraffico. La Corte ha chiarito che l'esito negativo della perquisizione e la qualifica di imprenditore non escludono il concreto pericolo di reiterazione del reato, confermando l'adeguatezza della misura carceraria.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il reato
Il caso riguarda un uomo condannato in appello a cinque anni di reclusione per spaccio di stupefacenti, che ha richiesto la revoca o la sostituzione della custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che il mero decorso del tempo avesse affievolito le esigenze cautelari e che si dovesse valutare la futura concessione di benefici penitenziari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in presenza di un giudicato cautelare e di una condanna, il semplice passaggio del tempo non basta a revocare la misura. Occorrono elementi concreti che dimostrino un effettivo cambiamento di vita o la rottura dei legami con la criminalità. Inoltre, la custodia cautelare in carcere preclude la sospensione automatica della pena. Il ricorrente resta in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Pericolo di reiterazione del reato: carcere pur senza occasioni
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un detenuto che aveva partecipato attivamente a una violenta rivolta carceraria durante la pandemia da Covid-19. Il ricorrente aveva danneggiato la struttura con spranghe di ferro e tentato di aggredire il direttore. Il giudice di primo grado aveva escluso le esigenze cautelari ritenendo la situazione eccezionale e irripetibile. Tuttavia, la Suprema Corte ha chiarito che il pericolo di reiterazione del reato deve basarsi sulla personalità antisociale del soggetto e sulla gravità dei suoi precedenti, non sulla presenza di un'immediata occasione per delinquere. Di conseguenza, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del detenuto, confermando la legittimità della misura cautelare massima applicata dal Tribunale del Riesame.
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Rivolta in cella e pericolo di reiterazione del reato
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un detenuto accusato di devastazione durante una rivolta in un istituto penitenziario. Il soggetto aveva divelto un cancello d'ingresso, agevolando l'evasione di altri reclusi. Nonostante la difesa sostenesse l'eccezionalità del contesto pandemico in cui si erano svolti i fatti, i giudici hanno ritenuto sussistente un concreto e attuale pericolo di reiterazione del reato. Tale valutazione si fonda sulla gravità della condotta, sul ruolo organizzativo del soggetto e sui suoi numerosi precedenti penali per reati violenti. La Suprema Corte ha stabilito che l'attualità del pericolo non richiede l'imminenza di una nuova occasione per delinquere, ma si desume dalla spiccata propensione a violare la legge e dall'inadeguatezza di misure meno severe.
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Appello cautelare: arresti ripristinati anche senza querela
L'Imputato, accusato di lesioni gravi, otteneva la revoca degli arresti domiciliari per mancanza di querela. Il Pubblico Ministero proponeva appello, sostenendo la procedibilità d'ufficio del reato. Il Tribunale del Riesame accoglieva l'impugnazione e ripristinava la misura. L'Imputato ricorreva in Cassazione, lamentando che il Tribunale non avesse valutato l'attualità delle esigenze cautelari. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. Nel giudizio di appello cautelare, infatti, i poteri del giudice sono limitati esclusivamente ai punti contestati dalle parti. Poiché l'Imputato non aveva sollevato contestazioni specifiche sulle esigenze cautelari nel giudizio di appello, il Tribunale non poteva esaminarle d'ufficio. Di conseguenza, l'Imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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