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Art. 274 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

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969 provvedimenti

Altri anni per Art. 274 Codice di Procedura Penale

Sfruttamento del lavoro: arresti confermati nonostante il tempo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imprenditore contro la misura cautelare degli arresti domiciliari per il reato di sfruttamento del lavoro. La difesa sosteneva l'assenza di un pericolo attuale di recidiva, evidenziando il carattere sporadico delle condotte, risalenti a due anni prima, e l'incensuratezza dell'indagato. I giudici hanno invece confermato la continuità dello sfruttamento, realizzato in collaborazione con un intermediario ("caporale"). La Corte ha chiarito che il pericolo di reiterazione del reato è concreto e attuale, desumibile dalle modalità sistematiche della condotta e dalla personalità del soggetto, anche in assenza di occasioni immediate di ricaduta o a distanza di tempo dai fatti. L'Imprenditore perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sfruttamento del lavoro: arresti confermati per il titolare
Un imprenditore, operante come Datore di Lavoro, è stato sottoposto agli arresti domiciliari per il reato di sfruttamento del lavoro. L'indagato utilizzava un intermediario per reclutare cittadini extracomunitari in stato di bisogno, costringendoli a lavorare per un numero di ore superiore a quelle dichiarate e a restituire parte dello stipendio. La difesa ha sostenuto l'estranietà del titolare, attribuendo la responsabilità all'intermediario. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Datore di Lavoro. I giudici hanno confermato la misura cautelare, evidenziando la presenza di prove documentali, come i prospetti paga con la dicitura "differenza" scritti dall'imprenditore stesso, che dimostrano la sua piena consapevolezza e partecipazione attiva alla condotta illecita, oltre al concreto pericolo di reiterazione del reato.
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Misure cautelari personali: il tempo passa ma il carcere resta
La Corte di Cassazione ha confermato l'ordinanza di custodia in carcere per un indagato accusato di spaccio sistematico di stupefacenti. La difesa contestava l'utilizzabilità dei tabulati telefonici acquisiti prima della riforma del 2021 e l'attualità del pericolo di reiterazione del reato, dato il tempo trascorso dai fatti. I giudici hanno chiarito che le nuove norme sull'acquisizione dei tabulati si applicano anche retroattivamente, ma nel caso specifico gli elementi indiziari erano comunque sovrabbondanti grazie a pedinamenti e intercettazioni. Inoltre, la gravità e la frequenza delle cessioni (66 kg di marijuana in pochi mesi) giustificano l'applicazione delle misure cautelari personali di massimo rigore, poiché il pericolo di recidiva rimane concreto e attuale nonostante il decorso del tempo. Il ricorso è stato rigettato.
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Custodia cautelare in carcere: confermata anche dopo tre anni
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per Il Fornitore, accusato di traffico di stupefacenti all'interno di un centro di accoglienza. La difesa contestava l'utilizzabilità delle intercettazioni eseguite da remoto e dei tabulati telefonici acquisiti prima della riforma del 2021, nonché l'attualità del pericolo di reiterazione dopo tre anni dai fatti. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che l'ascolto da remoto della polizia giudiziaria è legittimo se la registrazione avviene sui server della Procura. Inoltre, i tabulati telefonici pregressi sono utilizzabili se corroborati da altri elementi di prova. Infine, il pericolo di recidiva rimane attuale, nonostante il tempo trascorso, a causa dell'ingente quantitativo di droga trattato e della pendenza di condanne definitive che hanno reso Il Fornitore irreperibile.
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Scaduto il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione
Il Tribunale di Venezia confermava l'applicazione della misura cautelare del divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione per cinque mesi a carico del Rappresentante Legale di un'azienda, accusato di turbativa d'asta e subappalto non autorizzato. L'imputato proponeva ricorso per cassazione contestando la sussistenza dei reati e delle esigenze cautelari. Nelle more del giudizio di legittimità, tuttavia, la misura interdittiva giungeva a naturale scadenza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse. I giudici hanno chiarito che la cessazione della misura fa venir meno l'interesse concreto a impugnare il provvedimento, non potendo tale interesse basarsi su generiche conseguenze amministrative o sulla riparazione per ingiusta detenzione, inapplicabile alle misure interdittive.
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Emissione di fatture per operazioni inesistenti: arresti validi
Due indagati, accusati del reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti, hanno impugnato l'ordinanza cautelare (arresti domiciliari e obbligo di dimora) contestando la competenza territoriale del Tribunale di Pisa e l'attualità delle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi. I giudici hanno chiarito che, ai fini della valutazione della pericolosità sociale e del rischio di reiterazione del reato, il giudice può legittimamente considerare il numero elevato di fatture false emesse, in quanto indice di un dolo intenso e di una spiccata capacità a delinquere. Inoltre, l'attualità del pericolo non richiede che la condotta illecita sia ancora in corso, ma si fonda su una prognosi di continuità del rischio basata sulla personalità del soggetto e sulle modalità del fatto.
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Sottrazione fraudolenta: conti in Svizzera ma arresti in Italia
La Corte di Cassazione ha confermato la misura degli arresti domiciliari per l'amministratore di fatto di una società, accusato del reato di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte. L'indagato aveva trasferito oltre due milioni di euro su un conto svizzero simulando l'acquisto di quote societarie per evitare il pagamento di IVA e IRES. La difesa contestava la mancata valutazione della sospensione condizionale della pena. I giudici hanno chiarito che il concreto pericolo di reiterazione del reato esclude automaticamente la prognosi favorevole necessaria per la sospensione della pena. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato e la misura cautelare confermata.
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Rivolta e fuga: confermato il pericolo di reiterazione del reato
Durante la rivolta carceraria del marzo 2020, un detenuto partecipava alle devastazioni, agevolava la fuga di altri reclusi, evadeva e compiva una rapina. Il Tribunale del Riesame disponeva la custodia in carcere, ma la difesa ricorreva in Cassazione contestando l'assenza di un pericolo di reiterazione del reato attuale e concreto, data la distanza di tre anni dai fatti. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'attualità del pericolo non coincide con l'imminenza di un nuovo reato, bensì con la persistenza nel tempo della pericolosità del soggetto. Nel caso specifico, la gravità delle condotte, i precedenti penali e la fuga violenta dimostrano un rischio concreto e costante, rendendo legittima la misura cautelare massima nonostante il tempo trascorso.
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Rivolta in carcere: c’ pericolo di reiterazione del reato
Durante la pandemia da Covid-19, si verifica una violenta sommossa nel carcere di Foggia. Il Detenuto, con gravi precedenti penali, partecipa attivamente come promotore della rivolta. Il Tribunale del Riesame dispone la custodia in carcere, ravvisando il pericolo di reiterazione del reato. Il Detenuto ricorre in Cassazione, sostenendo che il lungo tempo trascorso e l'eccezionalit del contesto pandemico escludano l'attualit del rischio. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano che la gravit della condotta violenta e la personalit aggressiva del soggetto dimostrano un rischio concreto e attuale di recidiva, non superato dal mero decorso del tempo o dalla particolarit del contesto storico. Il Detenuto perde la causa e viene condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Sguardo al bar e tentato omicidio: arresti confermati a mani nude
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per l'indagato, accusato di tentato omicidio aggravato da motivi abietti. L'uomo, insieme ad alcuni complici, aveva aggredito violentemente la vittima all'interno e all'esterno di un bar con calci e pugni diretti a zone vitali, in particolare alla testa, inseguendola poi in auto. La difesa sosteneva l'assenza di intenzione di uccidere, evidenziando l'uso delle sole mani nude. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la violenza dei colpi e il dolo alternativo (volontà di ferire o uccidere indifferentemente) integrano pienamente il reato di tentato omicidio. Il pericolo di recidiva è stato confermato anche sulla base di precedenti pendenze penali dell'aggressore.
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Carenza di interesse: la revoca della misura cancella il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile per carenza di interesse il ricorso presentato dal difensore di un indagato contro la misura degli arresti domiciliari. Nelle more del giudizio di legittimità, infatti, il Giudice per l'udienza preliminare aveva già revocato interamente la misura cautelare per il venir meno delle esigenze cautelari. La Suprema Corte ha chiarito che l'interesse all'impugnazione deve persistere fino al momento della decisione. Inoltre, ha rilevato l'inefficacia della rinuncia al ricorso presentata dal difensore privo di procura speciale, ribadendo che tale atto richiede un mandato specifico. Infine, non è stata disposta alcuna condanna alle spese o alle sanzioni pecuniarie, poiché la perdita di interesse è derivata da un provvedimento favorevole sopravvenuto.
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Tentata estorsione: la finta causa che incastra l’imprenditore
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imprenditore contro la misura cautelare per il reato di tentata estorsione. L'Imprenditore, attraverso una società schermo intestata a un prestanome, aveva avviato una causa civile del tutto infondata per bloccare una trattativa immobiliare de La Società Vittima. L'obiettivo era costringere quest'ultima a versare un milione e mezzo di euro e a cedere un hotel di lusso per chiudere la controversia. La difesa sosteneva si trattasse di una normale trattativa commerciale, ma i giudici hanno chiarito che l'uso strumentale di azioni legali per estorcere denaro configura una tentata estorsione, anche se inserita in un contesto di apparenti trattative professionali. L'Imprenditore, attualmente latitante, rimane soggetto alla misura cautelare e dovrà pagare le spese processuali.
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Misure cautelari personali: dai domiciliari all’obbligo di dimora
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure cautelari personali nei confronti di un uomo accusato di coltivazione e detenzione di oltre mille piante di cannabis. Il Tribunale del Riesame aveva precedentemente attenuato la custodia cautelare, sostituendo gli arresti domiciliari con l'obbligo di dimora. L'indagato ha proposto ricorso contestando l'utilizzabilità delle intercettazioni e l'attualità del pericolo di recidiva. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo i gravi indizi di colpevolezza solidamente provati dalle indagini e dalle conversazioni registrate. Inoltre, i giudici hanno confermato la sussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando la personalità del soggetto e i suoi collegamenti con il traffico di stupefacenti. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: incensurato resta dietro le sbarre
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un giovane indagato per traffico di droga e porto abusivo di armi clandestine. La difesa contestava la mancanza di un'autonoma valutazione da parte del giudice e l'assenza di prove fisiche oltre alle intercettazioni telefoniche. I giudici hanno stabilito che il richiamo agli atti d'indagine è legittimo se accompagnato da un giudizio critico. Inoltre, la gravità dei fatti e i legami con la criminalità organizzata giustificano la misura carceraria, escludendo l'adeguatezza degli arresti domiciliari anche per un soggetto incensurato.
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Custodia in carcere: il maxi carico nega i domiciliari
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia in carcere per un soggetto accusato del trasporto di oltre 500 kg di cocaina. L'indagato aveva richiesto la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari e l'applicazione del braccialetto elettronico, sostenendo che il licenziamento dal lavoro di autotrasportatore e l'impossibilità di accedere al porto avessero azzerato il rischio di commettere nuovi reati. I giudici hanno invece ritenuto sussistente un concreto e attuale pericolo di recidiva, evidenziando che l'uomo potrebbe comunque svolgere attività di intermediazione, detenzione o spaccio, data la sua inserzione in un contesto criminale organizzato. La Suprema Corte ha quindi rigettato il ricorso, confermando la legittimità della custodia in carcere.
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Lieve entità nel reato di droga: no allo sconto con i bilancini
Il Tribunale del Riesame ha applicato gli arresti domiciliari a un indagato trovato in possesso di oltre 360 grammi di marijuana e strumenti per il confezionamento. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, chiedendo la riqualificazione del fatto nella più mite fattispecie della lieve entità nel reato di droga e contestando la sussistenza delle esigenze cautelari, data la sua collaborazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la lieve entità nel reato di droga richiede una valutazione globale e non può essere concessa in presenza di un quantitativo significativo e di un'organizzazione professionale (bilancini, buste). Inoltre, il pericolo di recidiva è concreto, poiché l'indagato ha commesso il fatto mentre era già sottoposto all'obbligo di firma per reati analoghi.
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Faida familiare e pericolo di recidiva: carcere per il genero
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi relativi alle misure cautelari applicate a seguito di una violenta faida familiare. Il Marito, accusato di tentato omicidio per aver sparato contro i parenti della moglie, ha invocato la legittima difesa, ma i giudici l'hanno esclusa per la sproporzione della reazione e l'assenza di un pericolo imminente. La Corte ha confermato la custodia cautelare per quasi tutti gli indagati, ritenendo concreto e attuale il pericolo di recidiva a causa dell'accesa animosità tra le famiglie, non scalfita dal tempo trascorso. Ha invece accolto parzialmente il ricorso di un giovane parente, accusato solo di violenza privata: per lui il Tribunale dovrà valutare se l'incensuratezza consenta la sospensione condizionale della pena, che vieterebbe gli arresti domiciliari.
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Gravi indizi di colpevolezza: no al carcere per un semplice nome
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti di un indagato accusato di traffico di stupefacenti. L'accusa si basava esclusivamente su un'intercettazione ambientale tra terzi in cui veniva menzionato il nome di battesimo "Salvatore". Il Tribunale aveva identificato l'indagato basandosi solo sulla comune detenzione passata con un altro soggetto citato nella conversazione, retrodatando arbitrariamente il reato per far coincidere le date. La Suprema Corte ha stabilito che, sebbene per le misure cautelari basti una prova attenuata, l'identificazione del soggetto deve essere certa. Mancando riscontri oggettivi e univoci, i gravi indizi di colpevolezza non sono stati ritenuti sussistenti, disponendo così il rinvio al Tribunale per un nuovo esame.
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Custodia cautelare in carcere: il corriere della droga non esce
Il Tribunale di Catania ha confermato la custodia cautelare in carcere per Il Corriere, accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di droga tra Calabria e Sicilia. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo l'assenza di gravi indizi di colpevolezza e contestando la necessità della misura carceraria rispetto ai domiciliari. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per i reati associativi legati agli stupefacenti opera una presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere, superabile solo da prove contrarie non fornite dalla difesa. Inoltre, i numerosi viaggi monitorati tramite GPS e la consegna di telefoni criptati confermano il ruolo stabile dell'indagato nel gruppo criminale.
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Sostituzione di misura cautelare: dal carcere ai domiciliari negati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro il diniego di sostituzione di misura cautelare. L'Indagato, accusato di far parte di un'associazione dedita al narcotraffico, chiedeva la sostituzione della custodia in carcere con gli arresti domiciliari fuori regione con braccialetto elettronico. La difesa sosteneva l'attenuazione delle esigenze cautelari per il decorso del tempo. La Suprema Corte ha confermato che il semplice trascorrere del tempo non riduce la pericolosità sociale. Inoltre, L'Indagato aveva già violato i domiciliari in passato, continuando a gestire i traffici illeciti al telefono. Di conseguenza, i giudici hanno ritenuto inadeguata qualsiasi misura diversa dal carcere, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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