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Art. 273 Codice di Procedura Penale — Sezione Seconda Penale

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949 provvedimenti

Altri anni per Art. 273 Codice di Procedura Penale

Associazione di stampo mafioso: il silenzio non evita il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un uomo accusato del reato di associazione di stampo mafioso. Il ricorrente contestava la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, ritenendo le accuse basate solo su dichiarazioni di collaboratori di giustizia. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le dichiarazioni dei pentiti sono valide se confermate da comportamenti concreti. Nel caso specifico, le intercettazioni e la partecipazione attiva a riunioni per risolvere tensioni interne hanno dimostrato il ruolo operativo dell'indagato come "uomo d'onore riservato". Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso, resta in carcere e deve pagare le spese processuali oltre a una sanzione di tremila euro.
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Concorso in estorsione: il confine tra complicità e solidarietà
Un commerciante subisce l'incendio del proprio negozio e si rivolge a un conoscente per mediare con la criminalità locale e ottenere il permesso di riaprire. Il Mediatore interviene riportando le pesanti condizioni economiche imposte dagli estorsori. I giudici di merito dispongono la custodia cautelare per il Mediatore, ritenendo la sua attività prova di appartenenza alla cosca e di concorso in estorsione. La Cassazione annulla l'ordinanza con rinvio. La Corte stabilisce che l'attività di intermediazione non costituisce concorso in estorsione se mossa da sola solidarietà verso la vittima e senza volontà di favorire l'estorsore. Inoltre, l'appartenenza a un'associazione mafiosa non può fondarsi su semplici congetture presentate come regole di comune esperienza.
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Associazione per delinquere: condannato anche senza cassa comune
Il Tribunale di Bari confermava la misura cautelare dell'obbligo di firma nei confronti di un soggetto accusato di far parte di un'organizzazione dedita al riciclaggio di auto rubate. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo l'insussistenza del reato di associazione per delinquere a causa dell'assenza di una cassa comune, della mancanza di una rigida divisione dei ruoli e della presenza di interessi economici individuali e conflittuali tra i partecipanti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'associazione per delinquere non richiede una cassa comune né una rigida ripartizione dei compiti. Inoltre, l'esistenza di scopi personali o conflitti economici tra i membri non esclude il vincolo associativo, purché vi sia un accordo stabile per commettere più reati. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Associazione per delinquere: reato anche senza cassa comune
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare dell'obbligo di firma nei confronti di un indagato, accusato di far parte di un'associazione per delinquere finalizzata alla ricettazione e al riciclaggio di auto rubate. L'indagato sosteneva che si trattasse di un semplice concorso di persone, data l'autonomia dei singoli gruppi e l'assenza di una cassa comune. La Suprema Corte ha respinto il ricorso, chiarendo che l'associazione per delinquere sussiste anche senza una cassa comune o una rigida divisione dei compiti, purché vi sia un accordo stabile per commettere più reati e una struttura organizzativa minima. L'indagato, che gestiva i flussi finanziari tramite una carta prepagata per conto del gruppo, perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Associazione per delinquere: profitti singoli ma vincolo comune
Il Tribunale di Bari confermava la misura cautelare dell'obbligo di firma per un soggetto accusato di far parte di un'associazione per delinquere finalizzata alla ricettazione e al riciclaggio di auto rubate. L'indagato si occupava di smontare i veicoli e gestire i pezzi di ricambio. Ricorrendo in Cassazione, la difesa sosteneva che si trattasse di un semplice concorso di persone, evidenziando l'assenza di una cassa comune e la natura individualistica dei profitti dei singoli gruppi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la misura. I giudici hanno chiarito che l'associazione per delinquere richiede un vincolo stabile e un programma criminoso indeterminato, mentre non sono necessari né una cassa comune né una rigida divisione dei ruoli.
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Estorsione aggravata dal metodo mafioso: condannato il messaggero
Il Tribunale ha confermato la misura cautelare della custodia in carcere per un soggetto accusato di aver fatto da intermediario in un'estorsione. L'indagato sosteneva di essere un semplice messaggero inconsapevole delle richieste dello zio. Tuttavia, le intercettazioni telefoniche hanno dimostrato la sua piena consapevolezza e la partecipazione attiva alla riscossione del denaro. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la sussistenza dei gravi indizi per il reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Gravi indizi di colpevolezza: la libertà cede davanti al sospetto
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di rapina pluriaggravata in abitazione. La difesa sosteneva l'insufficienza degli elementi a carico dell'indagato, contestando i singoli indizi, tra cui il tracciamento telefonico e l'uso dell'auto dei rapinatori. La Suprema Corte ha però rigettato il ricorso, stabilendo che per l'applicazione delle misure cautelari non serve la certezza assoluta della colpevolezza, ma bastano gravi indizi di colpevolezza che dimostrino una qualificata probabilità di responsabilità. Tali indizi non vanno valutati singolarmente, ma in modo coordinato e complessivo. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e dovrà pagare le spese processuali.
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Estorsione aggravata: patto spontaneo o tangente del clan?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Capo del Clan contro la custodia cautelare in carcere. L'imputato era accusato di associazione mafiosa e di estorsione aggravata ai danni di un gestore di una piazza di spaccio. La difesa sosteneva che il pagamento di diecimila euro da parte della vittima fosse un accordo spontaneo di sottomissione al sistema criminale e non il frutto di una costrizione. La Suprema Corte ha invece confermato la presenza di gravi indizi di colpevolezza. I giudici hanno evidenziato che il pagamento è stato imposto con una violenta aggressione fisica, integrando pienamente il reato di estorsione aggravata e non un patto associativo. Il ricorrente resta in carcere e dovrà pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Associazione di tipo mafioso: ex politico resta in carcere
Un ex politico locale, accusato di associazione di tipo mafioso, ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale del Riesame. Inizialmente la Cassazione aveva annullato con rinvio la misura per carenza di riscontri individualizzanti. Nel giudizio di rinvio, il Tribunale ha confermato la misura cautelare valorizzando nuove intercettazioni in cui l'indagato ammetteva implicitamente il proprio coinvolgimento, definendolo una "scelta di vita", e riceveva soffiate riservate sulle rivelazioni di un collaboratore di giustizia. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso del politico, confermando che tali elementi dimostrano un inserimento stabile nel clan. Inoltre, per il reato di associazione di tipo mafioso opera la doppia presunzione di adeguatezza del carcere, superabile solo provando la rescissione del legame con la cosca.
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Custodia cautelare in carcere: confermato l’arresto per usura
Il Tribunale di Torino ha confermato la custodia cautelare in carcere per due indagati, accusati a vario titolo di usura, autoriciclaggio ed estorsione. Gli indagati hanno proposto ricorso in Cassazione, sostenendo la mancanza di gravi indizi e contestando l'adeguatezza della misura carceraria. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili perché generici. I giudici hanno evidenziato che la decisione del Tribunale si fondava su solide prove, tra cui intercettazioni ambientali e flussi bancari tracciati (come il bonifico degli interessi usurari su un conto societario). La gravità dei fatti, i precedenti penali degli indagati e il rischio di reiterazione giustificano pienamente la custodia cautelare in carcere, escludendo misure meno afflittive. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali.
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Gravi indizi di colpevolezza: la Cassazione ferma il carcere.
Il Pubblico Ministero ha impugnato la decisione del Tribunale del Riesame che aveva annullato la custodia in carcere per due indagati, accusati di estorsione e associazione a delinquere. Il Tribunale aveva ritenuto carenti i gravi indizi di colpevolezza, inquadrando la vicenda in una faida familiare ventennale con accuse reciproche e poco attendibili. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. I giudici di legittimita hanno chiarito che la Cassazione non puo rivalutare i fatti o l'attendibilita dei testimoni, ma deve solo controllare la logica della motivazione. Poiche la decisione del Riesame era ben motivata e coerente, gli indagati rimangono liberi dalla misura cautelare.
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Custodia cautelare per associazione mafiosa: il peso del passato
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare per associazione mafiosa nei confronti di un indagato, respingendo il suo ricorso. La difesa sosteneva che, dopo una precedente condanna definitiva, non vi fossero prove attuali della sua persistente partecipazione al clan. I giudici hanno invece stabilito che la precedente condanna costituisce un valido antecedente storico. Questo elemento, unito a nuove prove come intercettazioni, incontri riservati con altri esponenti e il ruolo attivo dell'indagato nella risoluzione di conflitti interni secondo le regole del clan, dimostra la continuità del vincolo associativo. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la misura restrittiva in carcere e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Sostituzione misura cautelare: arresti revocati ma ricorso respinto
Un uomo, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, ha impugnato l'ordinanza che confermava la misura degli arresti domiciliari. Durante il giudizio di Cassazione, è intervenuta la sostituzione misura cautelare con il più lieve obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I primi motivi di ricorso sono stati ritenuti troppo generici, mentre i restanti motivi, relativi all'adeguatezza della vecchia misura, sono stati dichiarati privi di interesse concreto proprio a causa della sopravvenuta sostituzione misura cautelare. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: reato vecchio ma pericolo attuale
L'Indagato è stato sottoposto alla custodia cautelare in carcere per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, commessa nel 2014 e, secondo l'accusa iniziale, anche tra il 2016 e il 2020. Il Tribunale del Riesame ha accertato che l'uomo ha partecipato solo all'episodio del 2014, ma ha comunque confermato la misura per l'intero periodo. La Corte di Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso dell'indagato, disponendo l'annullamento senza rinvio della misura per i fatti successivi al 2014. Tuttavia, la Suprema Corte ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'episodio del 2014: nonostante il tempo trascorso, la gravità del fatto, i legami familiari con il clan mafioso che ha continuato l'estorsione e i gravi precedenti penali del soggetto dimostrano l'attualità del pericolo di reiterazione del reato.
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Tentata estorsione aggravata: il silenzio non salva il complice
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per il reato di tentata estorsione aggravata ai danni di una famiglia di imprenditori. La difesa sosteneva la tesi della mera presenza passiva dell'indagato. Tuttavia, i giudici hanno confermato la gravità degli indizi, evidenziando la sua partecipazione attiva a pedinamenti delle mogli delle vittime, la conoscenza di lettere minatorie contenenti proiettili e la presenza fisica a un incontro cruciale in cui si pretendeva il pagamento di centomila euro. La Suprema Corte ha confermato la sussistenza del metodo mafioso e l'elevato rischio di reiterazione del reato, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Dall’assoluzione alla condanna: serve la motivazione rafforzata
L'Imputato, assolto in primo grado dall'accusa di tentata estorsione ai danni di un commerciante, veniva condannato in appello. L'accusa si basava sul ritrovamento di una sua impronta digitale sulla busta contenente la lettera minatoria. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna, evidenziando che il giudice d'appello ha violato l'obbligo di motivazione rafforzata. Per ribaltare un'assoluzione, infatti, non basta una diversa lettura degli indizi, ma serve una forza persuasiva superiore che escluda ogni ragionevole dubbio. Nel caso specifico, la sola impronta sulla busta, senza tracce sul foglio interno, non prova la colpevolezza dell'Imputato. Il processo dovrà quindi essere rifatto.
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Gravi indizi di colpevolezza: il peso delle intercettazioni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa ed estorsione. La difesa contestava l'identificazione dell'uomo nelle intercettazioni e la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'interpretazione delle intercettazioni spetta esclusivamente al giudice di merito e non può essere ridiscussa in Cassazione, salvo evidente illogicità. Inoltre, per i reati di mafia opera la presunzione di adeguatezza della misura carceraria, non superata nel caso di specie. L'indagato resta quindi in carcere e dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Misure cautelari interdittive: stop all’imprenditore vicino al clan
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione di misure cautelari interdittive nei confronti de L'Imprenditore, accusato di turbativa d'asta aggravata dal metodo mafioso. Inizialmente sottoposto ad arresti domiciliari, il Tribunale del Riesame aveva ridotto la sanzione, disponendo il divieto temporaneo di esercitare l'attività imprenditoriale nel settore alimentare per un anno. L'indagato ha proposto ricorso contestando la sussistenza dei gravi indizi e delle esigenze cautelari. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, evidenziando come i contatti documentati tra L'Imprenditore e L'Esponente Mafioso per modificare i requisiti di un bando comunale dimostrassero chiaramente il pericolo di reiterazione del reato, giustificando pienamente la misura applicata.
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Custodia cautelare in carcere: violare i domiciliari porta dentro
Il Tribunale di Brescia applicava la custodia cautelare in carcere a un indagato per rapina aggravata e resistenza a pubblico ufficiale. L'indagato aveva ripetutamente violato le precedenti misure meno afflittive, tra cui l'obbligo di firma e gli arresti domiciliari, da cui era evaso. La difesa proponeva ricorso in Cassazione, lamentando il mancato rispetto del principio di gradualità e sostenendo che un futuro rito alternativo avrebbe ridotto la pena sotto i tre anni, rendendo inapplicabile la misura estrema. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le violazioni sistematiche delle prescrizioni precedenti dimostrano l'inadeguatezza di misure diverse dal carcere. Inoltre, la prognosi sulla pena deve basarsi su elementi attuali e concreti, escludendo calcoli ipotetici legati a riti alternativi futuri.
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Associazione e traffico di stupefacenti: la parentela non salva
Un uomo, accusato di far parte di un'organizzazione criminale dedita allo spaccio di droga, ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare confermata dal Tribunale del Riesame. La difesa sosteneva che i contatti con il capo dell'organizzazione fossero sporadici e dovuti solo a legami di parentela. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno chiarito che, per configurare il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, è sufficiente una collaborazione continuativa e consapevole nella vendita o fornitura di droga, anche con ruoli esecutivi o contabili. La Cassazione non può rivalutare le prove di fatto, come le intercettazioni telefoniche, se la motivazione del giudice di merito è logica e coerente.
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