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Art. 273 Codice di Procedura Penale — Sezione Seconda Penale

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Altri anni per Art. 273 Codice di Procedura Penale

Solo autista o complice: la partecipazione ad associazione mafiosa
L'Indagato ha proposto ricorso contro la custodia in carcere, sostenendo di aver solo accompagnato in auto il cognato, esponente di spicco di un clan, perché privo di patente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno chiarito che i legami familiari, uniti alla costante disponibilità a fare da autista e uomo di fiducia, costituiscono gravi indizi di colpevolezza. Tali elementi dimostrano una stabile partecipazione ad associazione mafiosa, anche se con un ruolo esecutivo. La Suprema Corte ha ribadito che non può rivalutare i fatti già esaminati nei gradi precedenti, ma deve solo verificare la logicità della motivazione fornita dal Tribunale del Riesame, che in questo caso è risultata solida e priva di contraddizioni.
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Estorsione ambientale: quando il silenzio costringe a pagare
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di associazione mafiosa ed estorsione. La difesa contestava la sussistenza dei gravi indizi, sostenendo che i pagamenti delle vittime fossero spontanei o legati a rapporti privati e che le riunioni intercettate fossero semplici incontri familiari. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, chiarendo che l'estorsione ambientale si configura anche senza minacce esplicite, poiché la vittima agisce sotto l'influenza del clima di intimidazione mafiosa. Inoltre, le intercettazioni hanno dimostrato il ruolo attivo dell'indagato nella risoluzione di conflitti interni alla cosca, confermando la permanenza del vincolo associativo.
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Custodia in carcere: bastano i gravi indizi di colpevolezza
Il Tribunale di Milano ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di rapina pluriaggravata. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando l'insufficienza degli elementi d'accusa, tra cui la scarsa qualità dei video di sorveglianza e la mancanza di un riconoscimento fotografico ufficiale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per l'applicazione delle misure cautelari, bastano i gravi indizi di colpevolezza, intesi come una qualificata probabilità di responsabilità dell'indagato, e non serve la prova piena richiesta per la condanna definitiva. La Cassazione non può rivalutare i fatti se la decisione precedente è logica e coerente. L'indagato resta quindi in carcere e deve pagare le spese di giudizio.
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Rapina ed ex dipendente: bastano i gravi indizi di colpevolezza
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per L'Indagato, accusato di rapina. La Vittima lo ha riconosciuto, nonostante il volto coperto, grazie alla voce, ai versi gutturali e alle movenze, avendolo avuto in passato come dipendente. La difesa contestava l'identificazione e l'alibi dell'indagato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, chiarendo che nella fase cautelare non serve la prova piena del reato, ma bastano i gravi indizi di colpevolezza. Le dichiarazioni coerenti della persona offesa e il ritrovamento di indumenti compatibili a casa dell'indagato costituiscono elementi sufficienti a confermare la misura restrittiva.
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Gravi indizi di colpevolezza: il carcere batte l’atto incompleto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro la custodia in carcere per illecita concorrenza e tentata estorsione aggravate dal metodo mafioso. L'Indagato aveva minacciato i dipendenti di un'agenzia funebre concorrente per impedirne l'apertura, agendo su mandato di un esponente di spicco della criminalita organizzata. La difesa lamentava la mancanza di una pagina nella notifica dell'ordinanza e l'assenza di gravi indizi di colpevolezza. I giudici hanno chiarito che l'errore di notifica non comporta nullita, potendo il difensore ritirare l'atto in cancelleria. Inoltre, per l'applicazione delle misure cautelari non serve la prova piena del reato, ma bastano gravi indizi di colpevolezza, ossia elementi che dimostrino una qualificata probabilita di responsabilita, ampiamente documentati dalle minacce coordinate per bloccare la concorrenza commerciale.
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Gravi indizi di colpevolezza: quando la Cassazione non li rivaluta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato sottoposto all'obbligo di firma. L'uomo era accusato di associazione a delinquere finalizzata alla ricettazione e al riciclaggio. La difesa contestava la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, sostenendo l'autonomia delle imprese coinvolte e l'assenza di un patto criminale comune. La Suprema Corte ha chiarito che il giudizio di legittimità non può rivalutare i fatti o le prove già esaminati dai giudici di merito. Poiché il Tribunale del Riesame aveva motivato in modo logico e coerente il ruolo di spicco dell'indagato, definito il braccio destro del capo dell'organizzazione, la decisione cautelare rimane valida. L'indagato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Malversazione a danno dello Stato: barca usata in Sicilia
Un'azienda ha ottenuto un finanziamento pubblico dalla Regione Calabria per l'acquisto di un'imbarcazione da diporto destinata a potenziare i servizi turistici locali. Tuttavia, l'imbarcazione è stata utilizzata stabilmente in Sicilia per attività di noleggio privato, violando il vincolo di destinazione territoriale. La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto del reato. I giudici hanno stabilito che si configura il reato di malversazione a danno dello Stato anche prima della scadenza del termine del progetto se si verifica una sistematica e prolungata distrazione del bene dai fini pubblici concordati. L'utilizzo difforme e immediato del bene viola gli obblighi contrattuali assunti all'atto dell'ammissione al contributo pubblico.
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Custodia cautelare in carcere: dai domiciliari alla cella
Il Tribunale del Riesame ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato, accusato di estorsione aggravata. L'uomo aveva minacciato gravemente alcuni pastori per costringerli ad abbandonare determinati terreni di pascolo a favore di un complice. La difesa ha richiesto la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari, evidenziando la distanza della propria azienda dai terreni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la custodia cautelare in carcere. I giudici hanno sottolineato che l'indagato ha commesso i fatti mentre era già agli arresti domiciliari per un altro reato, dimostrando l'inadeguatezza di misure meno severe e la sussistenza di un concreto pericolo di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove.
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Rapina impropria: lo speronamento dopo il furto costa il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di rapina impropria. L'indagato, dopo aver forzato dei distributori automatici di bevande per rubarne il contenuto, ha speronato l'auto del gestore dell'attività che lo stava inseguendo per assicurarsi la fuga. La difesa sosteneva che l'impatto fosse una manovra difensiva e contestava la gravità delle esigenze cautelari. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, evidenziando la pericolosità del soggetto, desunta dal tentativo di forzare un posto di blocco, dai precedenti penali specifici e dalla mancanza di un lavoro stabile. L'indagato resta in carcere e dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Intestazione fittizia di beni: carcere confermato alla prestanome
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per una donna accusata del reato di intestazione fittizia di beni, aggravato dalla finalità di agevolare un'associazione mafiosa. La ricorrente agiva come prestanome per una società di fatto gestita da un noto esponente della criminalità organizzata, già colpito da misure di prevenzione patrimoniale. La difesa contestava la consapevolezza della donna e la proporzionalità della misura cautelare, evidenziando il già avvenuto sequestro della società. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, rilevando la piena consapevolezza della donna circa la caratura criminale dei reali gestori e confermando il concreto pericolo di recidiva, dato che il sodalizio criminale utilizzava un sistema seriale di apertura e chiusura di imprese per eludere i controlli.
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Intestazione fittizia di beni: il carcere batte i prestanome
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un'indagata accusata del reato di intestazione fittizia di beni, aggravato dalla finalità di agevolare un'associazione mafiosa. La donna, insieme al marito, aveva investito capitali non tracciati in un'attività commerciale a Roma, fittiziamente intestata a terzi ma gestita da un noto capomafia. La difesa contestava la gravità degli indizi e la consapevolezza dell'agevolazione mafiosa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, rilevando la solidità del quadro indiziario e la piena consapevolezza della caratura criminale del boss da parte dell'indagata. Di conseguenza, la misura cautelare in carcere resta confermata e la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Estorsione ambientale: no al carcere se manca la prova del legame
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Procura contro l'annullamento della custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'accusa si fondava su una perentoria richiesta di incontro rivolta a un imprenditore, preceduta dal ritrovamento di una bottiglia incendiaria e seguita dal rogo di tre betoniere. Il Tribunale del Riesame ha escluso la sussistenza di gravi indizi, rilevando che gli atti intimidatori potevano essere collegati al rifiuto di assunzioni di soggetti vicini ai clan, estranei all'indagato. La Cassazione ha confermato tale impostazione, stabilendo che, sebbene l'estorsione ambientale si configuri anche con minacce implicite legate al contesto mafioso, nel caso specifico mancava un collegamento certo e univoco tra la richiesta di incontro e la pretesa estorsiva, rendendo plausibili ricostruzioni alternative.
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Misure cautelari personali: la barba tagliata non ferma l’arresto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava le misure cautelari personali degli arresti domiciliari per estorsione. La difesa contestava la sussistenza dei gravi indizi, evidenziando discrepanze fisiche (la presenza di una folta barba il giorno prima del reato) e nuovi elementi emersi successivamente (tracciati telefonici e altezza dell'autore del reato incompatibili). La Suprema Corte ha stabilito che le contestazioni sulla barba erano generiche, non avendo smentito la tesi logica del Tribunale secondo cui l'indagato avrebbe potuto radersi per crearsi un alibi. Inoltre, i nuovi elementi di fatto non possono essere valutati nel giudizio di legittimità, ma devono essere presentati tramite apposita istanza di revoca o modifica della misura al giudice competente. L'Indagato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Truffa all’INPS: confermato il sequestro preventivo al consulente
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un Consulente del Lavoro contro il sequestro preventivo di oltre 197mila euro. L'uomo era indagato per truffa ai danni dell'INPS, avendo trasmesso comunicazioni di assunzione per rapporti di lavoro inesistenti, inclusi quelli della convivente e della cognata, e avendo guidato una finta lavoratrice tramite messaggi. La difesa contestava la mancanza di indizi e di profitto personale. La Suprema Corte ha chiarito che per il sequestro preventivo basta il fumus commissi delicti (la compatibilità astratta del reato) e che il profitto della truffa può andare a vantaggio di terzi. Il sequestro è stato quindi confermato.
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Offerta di sostanze stupefacenti: arresti anche senza droga
Il Tribunale del Riesame confermava la misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti de L'Indagato, accusato di aver proposto in vendita circa cento grammi di cocaina. La difesa ricorreva in Cassazione sostenendo l'assenza di gravità indiziaria, poiché L'Indagato non aveva l'effettiva disponibilità immediata della droga al momento della trattativa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reato di offerta di sostanze stupefacenti si perfeziona nel momento in cui il soggetto manifesta la disponibilità a procurare la droga a terzi. Non rileva la mancata consegna immediata o l'accettazione dell'acquirente, purché sussista la possibilità concreta di reperire la sostanza in tempi ragionevoli. Di conseguenza, L'Indagato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Gravi indizi di colpevolezza: dal tracciamento GPS al carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di rapina aggravata e ricettazione di targhe rubate. Il Tribunale del Riesame aveva ritenuto sussistenti i gravi indizi di colpevolezza grazie a pedinamenti digitali, intercettazioni e geolocalizzazione, che collocavano l'indagato nel gruppo criminale. La difesa contestava l'identificazione e la scelta della misura carceraria rispetto ai domiciliari. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il giudice di legittimità non può rivalutare il merito dei fatti se la motivazione del giudice di merito è logica e coerente. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: rapina da 50 euro costa la cella
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di rapina aggravata in concorso. L'indagato, insieme a un complice, aveva rapinato una persona sottraendole 50 euro dopo averla bloccata contro un muro. La difesa contestava la gravità degli indizi e la proporzionalità della misura rispetto alla modesta somma sottratta. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che le dichiarazioni della vittima, se coerenti e riscontrate dal ritrovamento della banconota durante la fuga, sono sufficienti a fondare i gravi indizi. Inoltre, la custodia cautelare in carcere è giustificata dall'elevato rischio di recidiva, desunto dai numerosi precedenti penali del soggetto e dalla violazione di precedenti misure restrittive.
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Aggravante dell’agevolazione mafiosa: carcere per l’imprenditore
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un imprenditore accusato di far parte di un'associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d'asta nel settore degli appalti sanitari. I giudici hanno ritenuto pienamente utilizzabili le intercettazioni tramite captatore informatico e hanno confermato la sussistenza della gravità indiziaria. In particolare, la Suprema Corte ha convalidato l'applicazione della aggravante dell'agevolazione mafiosa, evidenziando come il versamento periodico di una quota dei profitti alle cosche locali per ottenere protezione e commesse pubbliche integri pienamente la finalità di favorire il sodalizio mafioso. Il ricorso dell'indagato è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese processuali.
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Uso o associazione finalizzata al traffico di stupefacenti?
Il Tribunale del Riesame aveva confermato la custodia in carcere per un indagato, ritenendolo partecipe di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti sulla base di alcune intercettazioni telefoniche. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, accogliendo il ricorso della difesa. I giudici di legittimità hanno rilevato che le conversazioni dimostravano unicamente l'acquisto ripetuto di piccolissimi quantitativi di droga per uso personale da un singolo fornitore. La Corte ha chiarito che l'acquisto per consumo personale non basta a dimostrare l'inserimento stabile nella struttura criminale o la consapevolezza di favorire il gruppo. Il caso è stato quindi rinviato al Tribunale per una nuova e più rigorosa valutazione degli elementi indiziari.
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Sfruttamento del lavoro: dipendenti in cella al posto del capo
Tre lavoratori con mansioni di capo operaio e operaio sono stati sottoposti a custodia cautelare in carcere per i reati di estorsione e sfruttamento del lavoro. Gli indagati avevano reclutato dei connazionali delle vittime, pretendendo da queste ultime somme di denaro per farle assumere. La difesa ha sostenuto che il reato di sfruttamento del lavoro potesse essere commesso solo da datori di lavoro formali e non da semplici dipendenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che questo reato può essere commesso da chiunque, indipendentemente dal ruolo aziendale rivestito, poiché la legge punisce chiunque recluti o utilizzi manodopera sfruttandone il bisogno. Di conseguenza, la misura cautelare in carcere è stata confermata e i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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