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Art. 273 Codice di Procedura Penale — Sezione Seconda Penale

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949 provvedimenti

Altri anni per Art. 273 Codice di Procedura Penale

Associazione mafiosa: la Cassazione sul tempo silente
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare per un indagato accusato di associazione mafiosa legata a una locale operante a Roma. La difesa contestava la competenza territoriale e l'attualità del pericolo, invocando il tempo silente. I giudici hanno stabilito che la competenza spetta al tribunale dove il sodalizio manifesta operatività autonoma. Per il reato di associazione mafiosa, la presunzione di pericolosità non decade per il solo decorso del tempo, richiedendo la prova di una rescissione stabile dei legami con il clan.
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Custodia cautelare: integrazione della motivazione
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del provvedimento che dispone la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di tentata estorsione aggravata e incendio. La difesa contestava la mancanza di motivazione del giudice di primo grado e l'attendibilità delle intercettazioni ambientali. La Suprema Corte ha stabilito che il Tribunale del Riesame ha il potere di integrare la motivazione carente se l'appello investe il merito della vicenda. Inoltre, l'ascolto diretto delle registrazioni da parte dei giudici ha confermato la gravità degli indizi, rendendo il ricorso inammissibile.
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Gravità indiziaria: il valore di GPS e tabulati
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia in carcere per un indagato accusato di rapina, rigettando il ricorso basato sulla presunta carenza di gravità indiziaria. Nonostante la difesa sostenesse l'irrilevanza dei dati GPS e dei tabulati telefonici, i giudici hanno ritenuto che la sovrapponibilità dei tracciati e il ruolo di supporto dell'indagato giustificassero la misura cautelare, definendo la tesi difensiva come eccessivamente frammentata e priva di logica d'insieme.
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Rinuncia al ricorso: effetti e inammissibilità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un soggetto sottoposto a custodia cautelare per reati associativi legati al traffico di stupefacenti. La decisione scaturisce dalla formale rinuncia al ricorso depositata dai difensori dell'indagato. Tale rinuncia è stata motivata dall'intervenuta sentenza di condanna emessa dal Giudice per l'udienza preliminare durante la pendenza del giudizio di legittimità. La Suprema Corte ha confermato che la rinuncia al ricorso è un atto irrevocabile che preclude ogni valutazione sui motivi originari, comportando l'obbligo di rifusione delle spese processuali e il versamento di una sanzione pecuniaria.
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Concorso in rapina: la responsabilità di chi presta l’auto
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare per un uomo accusato di concorso in rapina. La difesa sosteneva l'assenza di prove dirette, ma i giudici hanno ritenuto decisiva la messa a disposizione della propria automobile e la costante presenza del ricorrente con gli autori materiali del reato, sia prima che dopo l'evento. Anche il fatto che il cellulare dell'indagato fosse spento durante la rapina è stato interpretato come un elemento che non esclude la partecipazione al delitto, consolidando il quadro della gravità indiziaria.
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Dati copiati e sequestro di dispositivi informatici confermato
La Procura indaga un soggetto per truffa aggravata ai danni dello Stato, legata a finte agevolazioni fiscali per lavori edilizi. Durante le indagini, le autorità dispongono il sequestro di dispositivi informatici dell'indagato per copiare tutti i dati. La difesa chiede di annullare il sequestro, lamentando il mancato rinvio dell'udienza per preparare la difesa e l'assenza di criteri per filtrare i dati copiati. Il Tribunale respinge la richiesta. L'Indagato fa ricorso in Cassazione. La Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici spiegano che il diritto di difesa era garantito dalla presenza di due avvocati. Inoltre, la contestazione sui criteri di selezione dei dati non era stata sollevata nel modo corretto durante la fase precedente. L'Indagato perde la causa, il sequestro rimane valido e deve pagare le spese processuali più una sanzione di tremila euro.
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Estorsione con metodo mafioso: vittime costrette, clan in lotta
La Corte di Cassazione si è pronunciata su una complessa vicenda di usura ed estorsione con metodo mafioso ai danni di due imprenditori. Le vittime, incapaci di restituire un prestito a tassi usurari, sono state costrette a emettere fatture false per giustificare i pagamenti. La situazione è degenerata quando due clan rivali hanno iniziato a contendersi i proventi illeciti. L'indagato, esponente di uno dei clan, ha intimato alle vittime di pagare esclusivamente il proprio gruppo, facendo valere il controllo criminale del territorio. La difesa ha tentato di invalidare le dichiarazioni delle vittime, sostenendo che, avendo ammesso l'emissione di fatture false, dovevano essere indagate. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, chiarendo che le dichiarazioni autoindizianti sono utilizzabili contro terzi e confermando l'aggravante mafiosa anche in presenza di minacce implicite.
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Terrore e Debiti: Il Carcere per Estorsione con Metodo Mafioso
La Suprema Corte ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di aver agevolato un'estorsione con metodo mafioso. La vicenda nasce dal subentro forzoso di un gruppo criminale a un altro nella spietata riscossione di un prestito usurario ai danni di due imprenditori disperati. L'indagato, figura di spicco della criminalità locale, ha avallato il passaggio del credito illecito. La difesa lamentava l'assenza di prove sul suo ruolo attivo, ma i giudici hanno evidenziato come la sua sola presenza e il suo placet abbiano rafforzato l'intimidazione. Il netto contrasto tra la totale vulnerabilità delle vittime e la spietata logica di spartizione territoriale dei clan giustifica pienamente il carcere, stante la presunzione di pericolosità sociale legata all'aggravante contestata.
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Associazione mafiosa: carcere confermato per il sindaco
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un ex sindaco accusato di associazione mafiosa e corruzione. Il ricorrente contestava l'attendibilità di un collaboratore di giustizia e l'interpretazione delle intercettazioni ambientali. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, rilevando che il Tribunale del Riesame ha motivato in modo logico l'esistenza di una cellula criminale locale infiltrata nell'amministrazione pubblica. La decisione ribadisce che, in presenza di gravi indizi per reati di stampo mafioso, opera una doppia presunzione di pericolosità che rende il carcere l'unica misura adeguata.
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Custodia cautelare: conferma per l’aggravante mafiosa
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un'indagata accusata di truffa aggravata dal metodo mafioso. La vicenda riguarda flussi finanziari sospetti su carte prepagate riconducibili a ricevitorie già sottoposte a sequestro giudiziario. Secondo i giudici, i gravi indizi di colpevolezza e la finalità di agevolare un'organizzazione criminale giustificano la misura restrittiva, nonostante l'assenza di precedenti penali della ricorrente.
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Concorso esterno: quando scatta il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio. Il ricorrente lamentava la mancata trasmissione di alcuni atti d'indagine al Tribunale del Riesame e l'assenza di prove circa il suo reale contributo al clan. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, rilevando che gli atti erano presenti in formato digitale e che le intercettazioni dimostravano chiaramente l'occultamento di beni illeciti nella cassaforte della sua attività commerciale.
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Metodo mafioso e usura: la Cassazione conferma il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare per un soggetto accusato di usura, estorsione e abusivismo finanziario, aggravati dal metodo mafioso. La difesa aveva richiesto la riqualificazione del reato in esercizio arbitrario delle proprie ragioni, ma i giudici hanno stabilito che un credito derivante da attività illecite non gode di tutela legale. È stata inoltre validata l'aggravante del metodo mafioso, desunta dal contesto territoriale e dalle modalità intimidatorie utilizzate per la riscossione forzosa delle somme prestate a tassi usurari.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: aiutare senza farne parte
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare per un indagato accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. L'uomo aveva messo a disposizione della cosca un luogo sicuro per incontri riservati, utilizzando un linguaggio criptico nelle comunicazioni. Nonostante la difesa sostenesse l'assenza di un legame stabile con il clan, i giudici hanno stabilito che il supporto logistico fornito costituisce un contributo concreto e consapevole al rafforzamento del sodalizio criminale. La decisione ribadisce che, anche senza l'inserimento organico nel gruppo, l'agevolazione delle attività associative configura il reato di concorso esterno, giustificando la custodia cautelare in carcere.
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Misure cautelari: quando scatta il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità dell'aggravamento delle misure cautelari per due soggetti, passati dagli arresti domiciliari alla custodia in carcere. La decisione scaturisce dalla spiccata pericolosità sociale degli indagati, manifestata attraverso furti in abitazione, resistenza a pubblico ufficiale e ripetute violazioni delle prescrizioni. La Corte ha ribadito che il ricorso in legittimità non può trasformarsi in un terzo grado di merito per rivalutare i fatti, specialmente quando la motivazione del tribunale è logica e coerente nel descrivere l'indifferenza degli indagati verso l'autorità statale.
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Gravi indizi di colpevolezza e ricorso del PM
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso presentato dal Pubblico Ministero contro l'annullamento di una misura cautelare per rapina aggravata. Il Tribunale del Riesame aveva precedentemente annullato gli arresti domiciliari poiché le immagini di videosorveglianza erano di qualità troppo scarsa per configurare i gravi indizi di colpevolezza. La Suprema Corte ha rilevato che il ricorso della pubblica accusa era privo di interesse, in quanto non aveva motivato l'attualità e la concretezza delle esigenze cautelari, elemento indispensabile per il ripristino della misura restrittiva.
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‘ndrangheta a Roma: la Cassazione conferma gli arresti
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare per un indagato accusato di partecipazione alla 'ndrangheta e intestazione fittizia di beni. Il caso riguarda la locale romana, un'articolazione delocalizzata che infiltra il tessuto economico della capitale. La Corte ha stabilito che la partecipazione associativa puo essere provata anche senza riti formali di affiliazione, valorizzando la costante messa a disposizione delle competenze professionali dell'indagato per agevolare gli interessi economici del clan.
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Custodia cautelare: limiti del ricorso in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro un'ordinanza che confermava la custodia cautelare in carcere per i reati di tentata estorsione e violazione di domicilio. La difesa contestava la mancanza di motivazione, ma i giudici hanno rilevato che le versioni fornite dagli indagati erano palesemente smentite dalle riprese della videosorveglianza. La sentenza ribadisce che il controllo di legittimità non può riguardare il merito dei fatti, ma solo la coerenza logica della motivazione, che in questo caso è risultata solida e priva di vizi.
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Associazione mafiosa: conferma custodia cautelare
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione mafiosa. L'uomo era ritenuto un elemento operativo con il compito di individuare cantieri e attività economiche da sottoporre a estorsione. La difesa contestava la valutazione delle intercettazioni e l'omessa analisi di una memoria difensiva. La Suprema Corte ha chiarito che il controllo di legittimità non può sostituirsi alla valutazione dei fatti operata dal giudice di merito, purché la motivazione sia logica e coerente. La mancata segnalazione di un cantiere specifico è stata ritenuta compatibile con il ruolo associativo, essendo giustificabile con rapporti di vicinato o ritardi operativi.
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Rapina impropria: la Cassazione sul reato tentato
La Corte di Cassazione ha confermato la validità delle misure cautelari per il reato di rapina impropria nella forma tentata. Il caso riguarda alcuni soggetti che, dopo aver tentato di asportare una colonnina erogatrice senza successo, hanno usato violenza contro le forze dell'ordine per assicurarsi la fuga. La Suprema Corte ha ribadito che il delitto si configura anche se la sottrazione del bene non è stata completata, purché la violenza sia finalizzata all'impunità e avvenga in stretta connessione temporale con il tentativo di furto.
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Associazione mafiosa: il ruolo del boss dal carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia in carcere per un soggetto accusato di associazione mafiosa con il ruolo di vertice. Nonostante la difesa sostenesse che lo stato di detenzione impedisse la partecipazione attiva al clan, i giudici hanno rilevato come l'indagato continuasse a gestire le dinamiche del sodalizio dall'interno del carcere. Attraverso l'analisi delle captazioni e delle dichiarazioni dei collaboratori, è emerso il suo ruolo nel coordinamento delle estorsioni e nella gestione delle mesate per i detenuti. La Corte ha ribadito che la carcerazione non interrompe automaticamente il vincolo associativo per i capi, dichiarando il ricorso inammissibile.
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