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Art. 2727 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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265 provvedimenti

Altri anni per Art. 2727 Codice Civile

Prescrizione rivalutazione amianto: quando inizia?
Un lavoratore esposto ad amianto ha richiesto la rivalutazione contributiva. La Corte d'Appello aveva respinto la domanda, ritenendo il diritto prescritto a partire dalla data di pensionamento. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, stabilendo che la prescrizione per la rivalutazione da amianto non decorre automaticamente dal pensionamento, ma dal momento in cui il lavoratore ha acquisito, o avrebbe potuto acquisire con ordinaria diligenza, la consapevolezza della propria esposizione qualificata e del conseguente diritto. Questa consapevolezza deve essere accertata in concreto e non può essere presunta.
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Prescrizione amianto: da quando decorre il termine?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 33165/2024, ha stabilito un principio fondamentale in materia di prescrizione amianto. Il diritto ai benefici contributivi per esposizione ad amianto si prescrive in dieci anni, ma il termine non decorre automaticamente dalla data del pensionamento. La decorrenza scatta solo dal momento in cui il lavoratore acquisisce la consapevolezza, o la ragionevole conoscibilità, di essere stato esposto a tale agente nocivo. La Corte ha cassato la decisione di merito che legava la prescrizione al solo pensionamento, rinviando la causa per un nuovo esame che accerti l'effettiva consapevolezza del lavoratore.
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Prescrizione rivalutazione amianto: quando inizia?
Una lavoratrice ha richiesto la rivalutazione dei contributi per esposizione all'amianto. La Corte d'Appello aveva respinto la domanda, ritenendo il diritto estinto e facendo partire la prescrizione dalla data di pensionamento. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, stabilendo che la prescrizione rivalutazione amianto decorre solo dal momento in cui il lavoratore ha acquisito la consapevolezza dell'esposizione, un fatto che deve essere provato e non può essere presunto automaticamente con il pensionamento. Il caso è stato rinviato per un nuovo esame.
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Prescrizione amianto: non basta la data di pensione
In un caso di rivalutazione contributiva per esposizione ad amianto, la Corte di Cassazione ha stabilito che la prescrizione del diritto non decorre automaticamente dalla data di pensionamento. Il termine decennale inizia a correre solo dal momento in cui il lavoratore ha acquisito la concreta consapevolezza di essere stato esposto a un rischio qualificato. La Corte ha cassato la sentenza d'appello per 'motivazione apparente', in quanto aveva collegato l'inizio della prescrizione alla data della pensione senza un'indagine fattuale sulla reale conoscenza del lavoratore.
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Prescrizione Amianto: quando decorre il termine?
Un pensionato ha richiesto la rivalutazione dei contributi per esposizione all'amianto. La Corte d'Appello aveva respinto la domanda, applicando la prescrizione decennale a partire dalla data di pensionamento. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, stabilendo che il termine di prescrizione amianto non decorre automaticamente dal pensionamento, ma dal momento in cui il lavoratore ha acquisito la consapevolezza, o avrebbe potuto acquisirla, della dannosa esposizione. Il caso è stato rinviato per un nuovo esame.
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Prescrizione rivalutazione amianto: la Cassazione
Un lavoratore si è visto negare dalla Corte d'Appello il diritto alla rivalutazione dei contributi per esposizione all'amianto a causa della prescrizione decennale, calcolata dalla data del pensionamento. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, stabilendo un principio cruciale in tema di prescrizione rivalutazione amianto: il termine per far valere il diritto non decorre automaticamente dal pensionamento, ma dal momento in cui il lavoratore ha acquisito, o poteva acquisire, la consapevolezza del rischio corso. Il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Prescrizione rivalutazione contributiva: la Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 32646/2024, ha stabilito un principio fondamentale in materia di prescrizione rivalutazione contributiva per esposizione ad amianto. La Corte ha cassato la sentenza d'appello che fissava l'inizio della prescrizione alla data di pensionamento del lavoratore. Secondo i giudici supremi, il termine di prescrizione decennale decorre non automaticamente dal pensionamento, ma dal momento in cui il lavoratore ha avuto, o avrebbe potuto avere, effettiva consapevolezza del danno derivante dall'esposizione qualificata all'agente nocivo. La Corte d'appello dovrà quindi effettuare un nuovo esame accertando in concreto tale momento.
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Errore di fatto vs Errore di giudizio: la Cassazione
Una lavoratrice del settore sanitario impugna l'assegnazione di una sede lavorativa, sostenendo che un collega con punteggio inferiore le sia stato preferito. Dopo aver perso in appello, tenta la via della revocazione, lamentando un errore di fatto dei giudici. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, chiarendo la distinzione fondamentale tra errore di fatto, che riguarda una svista materiale su un dato non controverso, e errore di giudizio, che attiene alla valutazione di fatti dibattuti nel processo. Quest'ultimo, ha stabilito la Corte, non può essere corretto tramite revocazione.
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Risarcimento danno dirigente: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto al risarcimento del danno per gli eredi di un dipendente pubblico che, pur avendo vinto un concorso per dirigente, non ha mai ricevuto il relativo incarico. La Corte ha stabilito che il danno va quantificato nelle differenze retributive tra lo stipendio percepito e la parte fissa della retribuzione dirigenziale che sarebbe spettata. L'ordinanza chiarisce anche che l'Agenzia pubblica, subentrata al Ministero, è legittimata passivamente a rispondere delle obbligazioni pregresse, consolidando il principio del risarcimento danno dirigente per violazione degli obblighi di correttezza e buona fede da parte della Pubblica Amministrazione.
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Ipoteca su fondo patrimoniale: la Cassazione decide
Un contribuente ha impugnato una comunicazione di iscrizione ipotecaria su beni conferiti in un fondo patrimoniale, a garanzia di un debito per contributi previdenziali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo la legittimità dell'iscrizione ipotecaria su fondo patrimoniale. La Corte ha chiarito che l'ipoteca è una misura cautelare e non un atto di esecuzione forzata. I limiti di pignorabilità dei beni nel fondo patrimoniale si applicano solo alla fase esecutiva vera e propria, non alla precedente iscrizione della garanzia. Inoltre, le eccezioni di prescrizione devono essere sollevate contro l'avviso di addebito originario.
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Indennità di mensa nel TFR: quando va calcolata?
Una dipendente ospedaliera ha citato in giudizio il suo ex datore di lavoro per un ricalcolo del TFR, sostenendo la mancata inclusione di varie indennità. Dopo due sentenze favorevoli alla lavoratrice, la Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso dell'ospedale. Pur confermando la legittimità di una richiesta di ricalcolo onnicomprensiva, ha stabilito un principio chiave sull'indennità di mensa: la sua inclusione nel TFR non è automatica. È necessario verificare se la contrattazione collettiva preveda un'indennità sostitutiva per chi non usa il servizio, poiché solo in tal caso essa assume natura retributiva. La causa è stata rinviata alla Corte d'Appello per questa specifica verifica.
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Ricorso per cassazione: limiti e inammissibilità
Un dirigente del settore pubblico ha citato in giudizio la propria amministrazione, una Provincia, per mobbing e danni, rassegnando le dimissioni per quella che riteneva una giusta causa. A seguito di un complesso iter giudiziario che ha attraversato vari gradi di giudizio, la Corte di Cassazione ha respinto in via definitiva il ricorso del dirigente. La Corte ha ritenuto i numerosi motivi di ricorso per cassazione inammissibili o infondati, sottolineando il rispetto dei precedenti giudicati, i limiti procedurali dell'appello e il potere discrezionale dei giudici di merito nella valutazione delle prove.
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Licenziamento sproporzionato: quando c’è solo l’indennità
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di una dipendente licenziata per un'aggressione verbale a una cliente. La Corte ha confermato che si è trattato di un licenziamento sproporzionato, ma ha negato il diritto al reintegro. La motivazione risiede nel fatto che la condotta, pur non essendo così grave da giustificare il licenziamento, non era nemmeno riconducibile a quelle ipotesi per cui il contratto collettivo prevede esplicitamente una sanzione conservativa (come una multa). Di conseguenza, alla lavoratrice spetta solo la tutela risarcitoria, consistente in un'indennità economica.
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Licenziamento ritorsivo: quando la denuncia è lecita
Una società ha licenziato un dipendente accusandolo di una campagna diffamatoria per aver segnalato presunte irregolarità a un curatore fallimentare. I tribunali, inclusa la Corte di Cassazione, hanno annullato il licenziamento, qualificandolo come un licenziamento ritorsivo. Le segnalazioni del lavoratore sono state considerate un legittimo esercizio dei propri diritti, prive di qualsiasi intento calunnioso, portando al rigetto del ricorso dell'azienda.
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Impugnazione licenziamento: i motivi specifici
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 10966/2025, ha stabilito un principio fondamentale in materia di impugnazione licenziamento: il lavoratore deve indicare tutti i specifici motivi di illegittimità nell'atto introduttivo. Il giudice non può annullare il licenziamento per una ragione procedurale, come la mancata contestazione degli addebiti, se questa non è stata espressamente sollevata dal ricorrente. La sentenza chiarisce che l'oggetto del processo è definito dalle parti e il giudice non può ampliarlo d'ufficio.
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Licenziamento disciplinare: la prova del furto in azienda
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'azienda contro la reintegrazione di un dipendente, precedentemente oggetto di un licenziamento disciplinare per presunto furto. La Corte d'Appello aveva ritenuto insufficienti le prove fornite dal datore di lavoro, in particolare giudicando inattendibile un testimone chiave. La Suprema Corte ha ribadito che il suo ruolo non è rivalutare i fatti, ma verificare la corretta applicazione della legge, confermando così la decisione a favore del lavoratore.
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Fornitura massa vestiaria: obblighi del datore di lavoro
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di alcuni agenti di Polizia Municipale che chiedevano un risarcimento al Comune per la mancata fornitura e lavaggio della massa vestiaria. La Corte ha cassato la sentenza d'appello, affermando che non basta che il datore di lavoro acquisti le divise, ma deve anche provarne l'effettiva consegna. Il semplice affidamento della fornitura a una ditta esterna non è sufficiente a dimostrare l'adempimento dell'obbligo di fornitura massa vestiaria.
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Spese di lite e vittoria parziale: la Cassazione decide
Una dipendente pubblica ha citato in giudizio il proprio Comune per differenze retributive. Pur ottenendo un accoglimento parziale della sua domanda, la Corte d'Appello l'aveva condannata a pagare tutte le spese di lite. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, riaffermando il principio secondo cui la parte parzialmente vittoriosa non può essere condannata a rimborsare le spese legali della controparte. Il giudice, in questi casi, può al massimo disporre la compensazione delle spese.
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Mobilità volontaria: inquadramento e limiti
Un lavoratore, a seguito della privatizzazione di un'azienda statale di telecomunicazioni, ha esercitato l'opzione per la mobilità volontaria nel pubblico impiego. Trasferito dopo anni presso un ente pubblico, ha contestato il nuovo inquadramento ritenendolo deteriore rispetto a quello posseduto in precedenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che chi accetta la mobilità volontaria accetta anche la valutazione dell'ente di destinazione sulla corrispondenza tra profili professionali, senza poter successivamente pretendere un inquadramento superiore basato sulle mansioni pregresse. La mobilità volontaria si basa su una scelta del lavoratore e non su un trasferimento d'ufficio per passaggio di competenze.
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Patto di non concorrenza: l’interpretazione letterale
Un ex dirigente firma un patto di non concorrenza dopo la cessazione del rapporto di lavoro. L'azienda lo cita in giudizio per violazione dell'accordo, ma i tribunali rigettano la richiesta. La Corte di Cassazione conferma che il patto di non concorrenza deve essere interpretato in modo restrittivo, basandosi sul significato letterale delle parole. L'eliminazione del termine 'commercio' dal contratto ha limitato il divieto alla sola 'produzione e vendita' di macchinari realizzati direttamente dall'ex datore di lavoro, escludendo quelli semplicemente commercializzati.
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