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Art. 240-bis Codice Penale — Sezione Settima Penale

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138 provvedimenti

Altri anni per Art. 240-bis Codice Penale

Confisca per sproporzione: redditi bassi e soldi persi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata contro la confisca di una somma di denaro disposta dopo un patteggiamento per reati di droga. La difesa contestava tardivamente il sequestro originario senza giustificare la sproporzione tra il denaro e il reddito dichiarato. La Suprema Corte ha confermato la confisca per sproporzione e ha condannato la ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: quando la confisca è inesistente
L'Imputato ha concordato una pena per reati di droga tramite patteggiamento. Successivamente, ha proposto ricorso contro patteggiamento lamentando la mancata motivazione sulla confisca di una somma di denaro pari a circa 2.500 euro. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché, dall'esame della sentenza impugnata, non risultava disposta alcuna confisca del denaro, ma solo la distruzione della droga. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca per sproporzione: quando lo spaccio svuota le tasche
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio di stupefacenti a carico di un cittadino trovato in possesso di cinque grammi di cocaina. Oltre alla pena detentiva, i giudici hanno confermato la confisca per sproporzione della somma di 7.200 euro rinvenuta nella sua disponibilità. L'imputato sosteneva che il denaro appartenesse al fratello e che non vi fosse prova del legame tra la somma e l'attività illecita. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, rilevando che la confisca per sproporzione prescinde dalla prova del singolo atto di spaccio, basandosi invece sul divario insanabile tra il denaro posseduto e i redditi dichiarati dal condannato. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Patteggiamento in appello: addio al ricorso contro la confisca
L'Imputato, condannato per spaccio di stupefacenti, concorda in secondo grado una riduzione di pena tramite il patteggiamento in appello. La Corte d'appello ridetermina la sanzione ma conferma la confisca del denaro sequestrato, ritenuto prezzo del reato. L'Imputato ricorre in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione sulla confisca. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che l'accordo sulla pena comporta la rinuncia automatica agli altri motivi di appello. Di conseguenza, la decisione sulla confisca è diventata definitiva e non può più essere contestata. L'Imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Confisca per sproporzione: reddito minimo e tasche piene
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di oltre tre chilogrammi di cocaina. Oltre alla pena detentiva, i giudici hanno confermato la confisca di una somma di denaro ritenuta sproporzionata rispetto al reddito annuo dichiarato dall'imputato, pari a circa dodicimila euro. La difesa contestava la misura, sostenendo la provenienza lecita delle somme e l'assenza di un legame diretto con il reato di droga. La Suprema Corte ha invece ribadito che la confisca per sproporzione non richiede un nesso di pertinenzialità tra il denaro e lo specifico reato contestato. Di conseguenza, l'imputato perde definitivamente le somme sequestrate e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca di denaro non giustificato: il contante che costa caro
L'Imputato, condannato per reati in materia di stupefacenti, ha proposto ricorso in Cassazione contestando, tra i vari motivi, la mancata revoca della confisca della somma di 4.889,00 euro trovata in suo possesso. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la legittimità della misura, evidenziando che l'uomo si trovava in condizioni economiche precarie e non ha fornito alcuna spiegazione credibile sulla provenienza di tale somma. La mancata dimostrazione dell'origine lecita del denaro rende legittima la confisca di denaro non giustificato ai sensi delle norme vigenti. Di conseguenza, l'uomo ha perso il ricorso ed è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca nel patteggiamento: perde il denaro chi si dice povero
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che contestava la confisca di somme di denaro disposta a seguito di un accordo di patteggiamento per reati di droga. L'imputato si era dichiarato privo di redditi, ma non era stato in grado di giustificare la provenienza del denaro sequestrato. La Suprema Corte ha chiarito che, in caso di patteggiamento, la confisca nel patteggiamento può essere impugnata solo se la misura è del tutto illegale o eccede i limiti di legge, e non per semplici vizi di motivazione. Di conseguenza, l'imputato perde definitivamente il denaro ed è condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Termine per impugnazione scaduto: persa la casa confiscata
Una terza interessata ha proposto ricorso contro il rigetto della revoca di confisca di un immobile intestato a suo nome. La ricorrente lamentava l'omessa motivazione sulla fittizietà dell'intestazione e violazioni di legge sulla confisca. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha rilevato che il ricorso è stato depositato oltre il termine per impugnazione stabilito dalla legge. L'ordinanza impugnata era stata notificata il 19 dicembre 2022, fissando la scadenza per l'impugnazione al 5 gennaio 2023. Il ricorso è stato invece depositato solo il 16 gennaio 2023. Per questo motivo, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando la ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Confisca per sproporzione: quando il contante tradisce il reo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato per detenzione di sostanze stupefacenti. L'imputato contestava la condanna, il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e la confisca del denaro trovato in suo possesso. La Suprema Corte ha chiarito che, sebbene per la sola detenzione non sia ammessa la confisca ordinaria del denaro, è pienamente legittima la confisca per sproporzione (nota anche come confisca allargata) quando il condannato non dimostra la provenienza lecita di somme sproporzionate rispetto al proprio reddito. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Disoccupato con 778€ e droga: scatta la confisca per sproporzione
Un uomo, imputato per detenzione di cocaina e disoccupato, subisce la confisca di 778 euro. L'imputato si oppone, sostenendo che il denaro derivi da vincite alle slot machine e da una sua passata attività di artigiano. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso, confermando la confisca per sproporzione. Secondo i giudici, l'imputato non ha fornito giustificazioni plausibili sulla provenienza del denaro, data la sua condizione di disoccupato. La somma viene quindi considerata il prodotto dell'attività illecita, legittimandone la confisca definitiva.
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Confisca per sproporzione: perde 75.000€ perché non ne giustifica l’origine
Un uomo, condannato con patteggiamento per spaccio di droga, ha fatto ricorso contro la confisca di 75.000 euro trovati insieme a un ingente quantitativo di cocaina. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio chiaro sulla confisca per sproporzione. Questa misura è legittima quando il denaro è palesemente sproporzionato rispetto al reddito del condannato e quest'ultimo non fornisce alcuna giustificazione sulla sua provenienza lecita. La Corte ha sottolineato che la confisca può essere disposta dal giudice anche se non è inclusa nell'accordo di patteggiamento. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile e la confisca confermata.
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Detenzione di Stupefacenti: Condanna e Confisca di 40.000€
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per la detenzione di stupefacenti, nello specifico quasi 700 grammi di hashish. Il reato contestato era la detenzione finalizzata a un uso non esclusivamente personale. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, ritenendolo una semplice ripetizione delle argomentazioni già respinte in appello. È stata inoltre confermata la confisca di 40.000 euro, giudicata sproporzionata rispetto ai redditi leciti dell'uomo e di cui non era stata provata la legittima provenienza. La richiesta di concessione delle attenuanti generiche è stata negata a causa dei precedenti penali e di polizia del soggetto. La condanna è quindi diventata definitiva.
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947 Dosi di Droga: Non è Spaccio di Lieve Entità, Condanna Certa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio di un imputato, respingendo la sua richiesta di qualificare il reato come 'spaccio di lieve entità'. La decisione si è basata sulla grande quantità di sostanza stupefacente sequestrata, idonea al confezionamento di quasi 950 dosi. Secondo i giudici, tale quantitativo indica una professionalità e una capacità di diffusione sul mercato incompatibili con la nozione di 'lieve entità'. È stata inoltre confermata la confisca del denaro trovato in possesso dell'imputato, poiché egli non ha saputo giustificarne la provenienza lecita. L'imputato ha perso il ricorso e dovrà pagare le spese processuali e una multa.
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Vincita al gioco o spaccio? Confermata la confisca di denaro
La Corte di Cassazione conferma la confisca di denaro trovato nell'abitazione di un soggetto condannato per detenzione di stupefacenti. L'imputato aveva tentato di giustificare il possesso della somma sostenendo che provenisse da una vincita al gioco. I giudici hanno però ritenuto la sua versione non credibile. Le prove a sostegno della vincita erano deboli e contraddittorie. Inoltre, le banconote erano state trovate vicino alla droga e in un cassetto con un block notes contenente nomi e cifre, elementi che rafforzavano il legame tra il denaro e l'attività illecita. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto e la confisca di denaro è diventata definitiva.
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Confisca di denaro per spaccio: soldi sequestrati anche senza prove
Un individuo, condannato per detenzione di stupefacenti di lieve entità, contesta la confisca del denaro trovato in suo possesso. Sostiene che non sia stato provato il legame tra i soldi e l'attività illecita. La Corte di Cassazione, però, respinge il ricorso. Stabilisce un principio fondamentale sulla confisca di denaro per spaccio: se l'imputato non ha un lavoro documentato o una giustificazione lecita per quel denaro, la confisca è legittima. Non è necessario dimostrare che ogni singola banconota provenga dallo spaccio. L'onere di provare la provenienza lecita dei soldi ricade sull'imputato. L'uomo perde il ricorso e il denaro.
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Confisca Allargata: Denaro Sequestrato Anche Senza Prova del Profitto
Quattro persone condannate per spaccio di droga con patteggiamento hanno fatto ricorso in Cassazione contro la sentenza. Contestavano vari aspetti, tra cui la confisca di una somma di denaro. La Corte Suprema ha dichiarato i ricorsi inammissibili. Ha stabilito un principio fondamentale sulla **confisca allargata**: è legittima quando i beni di un condannato per reati gravi sono sproporzionati rispetto al suo reddito dichiarato. Non è necessario dimostrare che quel denaro specifico derivi direttamente dal reato commesso. La sproporzione è sufficiente per giustificare il sequestro. La condanna e la confisca sono quindi diventate definitive.
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Confisca per sproporzione: 7.500€ sequestrati con 950€ di reddito
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di una confisca per sproporzione di oltre 7.500 euro ai danni di una persona con un reddito dichiarato di soli 950 euro mensili. Il ricorso dell'interessato è stato dichiarato inammissibile perché la decisione del giudice precedente era ben motivata. I giudici hanno ritenuto la somma di denaro non solo di provenienza ingiustificata, ma anche palesemente sproporzionata rispetto alle entrate lecite del soggetto. La sentenza ribadisce che, in presenza di una forte sproporzione tra beni posseduti e reddito dichiarato, l'onere di dimostrare l'origine lecita del denaro ricade sul possessore.
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Confisca per sproporzione: patrimonio perso, ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di una confisca per sproporzione a carico di un nucleo familiare. I loro beni, ritenuti di valore eccessivo rispetto ai redditi dichiarati, erano stati sequestrati sulla base di una presunzione di accumulazione illecita. La famiglia ha tentato di opporsi con un ricorso straordinario, ma la Corte lo ha dichiarato inammissibile. La sentenza stabilisce un principio chiaro: questo specifico strumento legale non è utilizzabile contro le decisioni della Cassazione in materia di sequestro e confisca. Di conseguenza, la confisca dei beni è diventata definitiva e la famiglia è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione.
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Confisca per sproporzione: soldi senza origine e condanna certa
Un individuo, condannato per spaccio di droga con patteggiamento, si è visto confiscare oltre 12.000 euro. Ha fatto ricorso sostenendo che la confisca fosse illegittima. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando il principio della **confisca per sproporzione**. Quando una persona condannata per reati gravi possiede somme di denaro sproporzionate rispetto al suo reddito e non può giustificarne la provenienza lecita, lo Stato ha il diritto di acquisirle. In questi casi, la legge presume che il denaro sia di origine illecita e spetta all'imputato dimostrare il contrario. Non avendo fornito alcuna prova, la confisca è stata confermata.
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Confisca per sproporzione: auto e contanti sequestrati senza prova
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della confisca per sproporzione di ingenti somme di denaro e di un'autovettura nei confronti di un soggetto condannato per spaccio di stupefacenti. L'imputato sosteneva che mancasse la prova del legame diretto tra i beni sequestrati e il reato commesso. I giudici hanno respinto questa tesi, ribadendo un principio fondamentale: quando una persona condannata per reati gravi possiede beni di valore sproporzionato rispetto al suo reddito e non può giustificarne la provenienza lecita, lo Stato può confiscarli. Non è necessario dimostrare che quei beni siano il profitto esatto di quel singolo reato. La sproporzione stessa, unita alla condanna, crea una presunzione di origine illecita che l'imputato deve smentire con prove concrete.
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