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Art. 2112 Codice Civile — Anno 2022

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154 provvedimenti

Altri anni per Art. 2112 Codice Civile

Bancarotta fraudolenta per distrazione: vendere senza incasso
L'amministratore di una società in crisi e la rappresentante legale di una nuova impresa concordano la cessione di un ramo aziendale e dei relativi macchinari. L'operazione avviene formalmente, ma la società acquirente non versa il prezzo pattuito alla società cedente, che in seguito fallisce. I giudici di merito condannano entrambi i soggetti per il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dei due imputati. Il trasferimento formale di beni senza un reale incasso priva l'impresa del proprio valore patrimoniale e danneggia i creditori. La mera presenza fisica dei beni presso la sede o la teorica possibilità per il curatore di recuperarli in seguito non cancella l'illecito penale.
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Cessione di ramo d’azienda: debiti TFR e imposte
Due società stipulavano un contratto per il trasferimento di un'attività produttiva. Nel calcolo dell'imposta di registro, le parti deducevano dal valore complessivo i debiti per TFR e ratei del personale, riducendo drasticamente il corrispettivo netto tassabile. L'Agenzia delle Entrate contestava questa detrazione, poiché la società acquirente si accollava tali debiti in assenza di un reale accantonamento contabile da parte della venditrice. L'Ufficio qualificava l'accollo come parte integrante del prezzo effettivo. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della pretesa fiscale. Nella cessione di ramo d'azienda, l'assunzione di debiti non accantonati concorre alla formazione della base imponibile e impedisce l'abbattimento del valore dichiarato.
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Responsabilità dell’amministratore: niente sconti sui debiti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna risarcitoria per oltre 540 mila euro a carico dell'ex liquidatore di una società fallita. La procedura concorsuale ha promosso l'azione per accertare la responsabilità dell'amministratore a causa di gravi irregolarità gestorie. Nello specifico, il manager ha ceduto le giacenze di magazzino senza incassare il corrispettivo, invocando una presunta compensazione con il TFR accollato dall'affittuaria dell'azienda. Inoltre, l'amministratore non ha riscosso i canoni di affitto aziendale e ha eseguito prelievi ingiustificati dalle casse sociali. I giudici hanno chiarito che l'accollo cumulativo non attribuisce la qualifica di creditore e impedisce qualsiasi compensazione dei debiti per difetto di reciprocità. La Suprema Corte ha rigettato integralmente il ricorso dell'ex dirigente, condannandolo alle spese.
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Accordo non pagato: c’è responsabilità solidale cessionaria
Un lavoratore ha sottoscritto un accordo conciliativo con la propria cooperativa datrice di lavoro cedente per saldare retribuzioni arretrate e trattamento di fine rapporto. Nello stesso patto, il dipendente accettava di rinunciare a far valere la responsabilità solidale cessionaria a condizione che la cedente pagasse le rate pattuite. A seguito del mancato pagamento del debito da parte della società cedente, il lavoratore ha ottenuto la risoluzione del patto conciliativo. La Corte di Cassazione ha confermato che l'inadempimento del cedente annulla l'intero accordo, ripristinando in pieno la responsabilità solidale cessionaria. La nuova società cessionaria deve quindi pagare integralmente gli stipendi e il trattamento di fine rapporto non corrisposti.
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Opposizione allo stato passivo: prova libera per il dipendente
Un lavoratore ha avanzato domanda di ammissione al fallimento di una società per crediti retributivi, derivanti dal passaggio d'azienda e da un successivo contratto a progetto. Il Tribunale ha accolto solo in minima parte la pretesa, ritenendo non provato per iscritto il trasferimento aziendale e non riqualificabile il rapporto. Il lavoratore ha proposto ricorso in Cassazione. I giudici di legittimità hanno accolto l'opposizione allo stato passivo. La Suprema Corte ha chiarito che il dipendente non deve ridepositare gli atti già presenti nel fascicolo fallimentare. Inoltre, il lavoratore è terzo rispetto alla cessione aziendale, potendo dimostrare il passaggio con qualsiasi mezzo probatorio senza limiti di forma scritta. Infine, i giudici hanno censurato l'omessa valutazione sulla reale natura subordinata del rapporto.
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Trasferimento d’azienda e crediti di lavoro: la prova libera
Un lavoratore ha fatto opposizione allo stato passivo del fallimento della società datrice per ottenere il riconoscimento di somme dovute per prestazioni subordinate. Il Tribunale ha respinto la richiesta ritenendo non dimostrato il passaggio societario senza il contratto scritto di cessione e ignorando le domande sulla natura subordinata del rapporto. La Corte di Cassazione ha ribaltato la pronuncia. I giudici hanno chiarito che, in materia di trasferimento d'azienda e crediti di lavoro, il lavoratore è un terzo estraneo all'accordo commerciale tra imprese e può dimostrare il passaggio dei dipendenti con qualsiasi mezzo di prova, senza l'obbligo di depositare l'atto scritto formale. Inoltre, il giudice deve acquisire d'ufficio i documenti già indicati nella prima fase e pronunciarsi su tutte le istanze di riqualificazione contrattuale.
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TFR al Fondo Tesoreria INPS: no al passivo fallimentare
Una lavoratrice ha chiesto l'ammissione al passivo fallimentare della sua ex azienda per recuperare il trattamento di fine rapporto maturato. Il Tribunale ha respinto l'istanza: la società fallita aveva già regolarmente versato le quote del TFR al Fondo Tesoreria INPS, estinguendo ogni proprio debito. Inoltre, il rapporto di lavoro era proseguito senza interruzioni con l'azienda acquirente a seguito di una cessione aziendale. La Suprema Corte di Cassazione ha confermato integralmente il provvedimento del tribunale e ha rigettato il ricorso della dipendente, condannandola alle spese legali. I giudici hanno chiarito che il versamento all'ente previdenziale libera il datore di lavoro insolvente da qualsiasi obbligo e impedisce l'insinuazione del credito nella procedura concorsuale.
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TFR e Fondo di Tesoreria INPS: stop al passivo se versato
Una lavoratrice ha richiesto l'insinuazione al passivo di una società fallita per recuperare l'intero importo del trattamento di fine rapporto. Il giudice delegato ha riconosciuto solo le quote maturate fino al 2006, escludendo le somme successive. Il datore di lavoro aveva regolarmente versato tali quote all'ente previdenziale. La dipendente ha impugnato la decisione davanti al tribunale e successivamente in Cassazione, sostenendo la persistenza del debito aziendale. La Suprema Corte ha respinto il ricorso. Il versamento delle somme relative a TFR e Fondo di Tesoreria INPS libera definitivamente l'impresa insolvente dall'obbligo retributivo diretto. Il lavoratore non può pretendere l'ammissione al passivo per crediti già trasferiti, ma deve rivolgere la propria richiesta all'istituto di previdenza quale prestazione diretta.
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Ammissione al passivo del TFR: negata se versato all’INPS
Una lavoratrice ha richiesto l'ammissione al passivo del TFR maturato alle dipendenze di una società dichiarata fallita. Il giudice delegato ha riconosciuto solo la quota maturata fino al 2006, escludendo le somme successive regolarmente versate dal datore di lavoro al Fondo di Tesoreria dell'INPS. A seguito del rigetto dell'opposizione, la lavoratrice si è rivolta alla Corte di Cassazione. I Supremi Giudici hanno confermato la decisione dei giudici di merito: il regolare versamento delle somme al Fondo gestito dall'ente previdenziale estingue l'obbligazione della società datrice di lavoro. Di conseguenza, non sussiste alcun credito verso la procedura fallimentare e la richiesta di ammissione deve essere respinta.
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Cambio appalto: nessun termine di 60 giorni per l’assunzione
Un lavoratore impiegato in un appalto di servizi chiedeva l'assunzione da parte della nuova azienda subentrante in seguito alla procedura di cambio appalto. I giudici di merito dichiaravano inammissibile la richiesta per decadenza, ritenendo superato il termine di sessanta giorni previsto dalla legge per l'impugnazione stragiudiziale. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che il cambio appalto con obbligo di assunzione da contratto collettivo non costituisce un trasferimento d'azienda né una somministrazione irregolare. Di conseguenza, il rigido termine decadenziale di sessanta giorni non si applica alla richiesta di assunzione rivolta alla nuova impresa subentrante.
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Licenziamento di lavoratore disabile: la tutela nella crisi
Una lavoratrice appartenente alle categorie protette subisce un recesso collettivo da parte della società datrice durante una procedura di crisi aziendale e successiva cessione di ramo d'azienda. L'interessata contesta il recesso per violazione della quota d'obbligo. La Corte di Cassazione conferma che il licenziamento di lavoratore disabile è illegittimo se intacca la quota di riserva, anche qualora l'impresa benefici della sospensione temporanea dei nuovi obblighi di assunzione. I giudici riconoscono il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro e il passaggio automatico del rapporto alla società cessionaria. La Suprema Corte dichiara tuttavia improcedibile la richiesta diretta di risarcimento economico verso la società cessionaria in amministrazione straordinaria, demandando la quantificazione del credito alle regole della procedura concorsuale fallimentare.
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Affitto di azienda e quote TFR: chi paga i debiti pregressi
Una società affittuaria di ramo d'azienda ha corrisposto il trattamento di fine rapporto a diversi dipendenti per periodi lavorativi maturati prima della stipula dell'affitto. Successivamente, ha chiesto l'ammissione al passivo del fallimento della società concedente per ottenere il rimborso delle quote anticipate, invocando il privilegio di legge. La curatela fallimentare ha respinto la richiesta facendo leva su una clausola di una precedente transazione. Il tribunale ha invece accolto la domanda della società affittuaria. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente il verdetto, dichiarando inammissibile il ricorso del fallimento. I giudici hanno chiarito che, nel caso di affitto di azienda e quote TFR maturate prima della cessione, il datore affittante resta il debitore principale, mentre l'affittuario che paga in solido ha diritto di regresso e di insinuazione al passivo in via privilegiata.
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Assegno ad personam: tutela dello stipendio e riassorbimento
Un dipendente pubblico trasferito da un Ministero a un Ente previdenziale chiedeva la totale intangibilità del proprio assegno ad personam, escludendone qualsiasi riduzione futura. L'Ente previdenziale pretendeva invece l'azzeramento immediato della voce economica all'entrata in vigore del nuovo contratto collettivo. La Corte di Cassazione ha respinto le richieste di entrambe le parti. I giudici hanno chiarito che il passaggio tra amministrazioni non può arrecare un danno economico immediato al dipendente. La retribuzione globale percepita in precedenza rimane garantita proprio attraverso l'assegno ad personam. Tuttavia, questo importo integrativo non resta fisso all'infinito, ma subisce il legittimo e graduale riassorbimento a fronte dei futuri miglioramenti stipendiali riconosciuti dal nuovo contratto dell'ente di destinazione.
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Licenziamento collettivo: reintegro salvo, risarcimento al passivo
Due dipendenti hanno impugnato il loro licenziamento collettivo, sostenendo che l'azienda cedente avesse violato i corretti criteri di scelta e ristretto indebitamente la platea dei lavoratori licenziabili. I giudici hanno annullato il recesso, ordinando la reintegrazione del personale presso la società cessionaria subentrata nell'attività. La Suprema Corte ha confermato l'illegittimità del licenziamento collettivo: l'azienda non ha provato la reale infungibilità dei ruoli, estesa anche alle mansioni pregresse. L'accordo di trasferimento d'azienda non può escludere arbitrariamente i lavoratori. Tuttavia, a causa dell'amministrazione straordinaria della società acquirente, le richieste di indennizzo economico devono essere presentate esclusivamente davanti al giudice fallimentare con l'insinuazione allo stato passivo.
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Licenziamento collettivo: illegittimo se la scelta è arbitraria
Una lavoratrice ha impugnato il licenziamento collettivo disposto dal datore di lavoro all'esito di una procedura di mobilità. L'azienda cedente non aveva confrontato la posizione della dipendente con quella dei colleghi addetti a mansioni equivalenti e fungibili. Successivamente l'impresa ha ceduto il complesso aziendale a una nuova società, escludendo la lavoratrice dall'accordo di trasferimento. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del recesso e ha ordinato all'azienda cessionaria di reintegrare la dipendente. I giudici hanno chiarito che gli accordi sindacali in deroga possono modificare le condizioni contrattuali nelle crisi aziendali, ma non possono sopprimere il diritto al passaggio automatico del personale al nuovo acquirente.
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Fondo di Garanzia INPS e TFR: nessun assegno se l’azienda cede
Alcuni lavoratori si dimettono da una società in crisi e passano subito a una nuova ditta mediante cessione di ramo d'azienda, svolgendo le stesse mansioni. In seguito la prima azienda fallisce. I dipendenti chiedono l'ammissione al passivo fallimentare e pretendono il pagamento della quota di liquidazione dall'ente previdenziale. L'ente rifiuta il pagamento perché il rapporto di lavoro è proseguito con la nuova impresa. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'ente: il Fondo di Garanzia INPS e TFR interviene soltanto quando il rapporto di lavoro cessa del tutto e il datore effettivo risulta insolvente. L'ammissione al passivo della vecchia società non vincola l'istituto previdenziale se il credito non è esigibile.
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Passaggio di personale pubblico: assegno e tutele stipendiali
Un dirigente di un ente pubblico soppresso passa nei ruoli di un Ministero. Il lavoratore chiede il mantenimento integrale del vecchio trattamento economico e dell'indennità di risultato, rivendicando la non riassorbibilità del suo assegno personale. La Corte di Cassazione respinge la richiesta e conferma le decisioni dei giudici di merito. Il passaggio di personale pubblico comporta l'immediata applicazione del contratto collettivo della nuova amministrazione. La legge tutela il livello economico globale raggiunto dal dipendente, ma non garantisce l'intoccabilità a tempo indeterminato delle singole voci accessorie. Gli assegni personali restano soggetti a progressivo riassorbimento con i futuri aumenti stipendiali, garantendo così la parità di trattamento tra tutti i colleghi del nuovo ente.
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Cessione di ramo d’azienda: stipendio pieno senza tagli
La controversia nasce a seguito della nullità di una cessione di ramo d'azienda. I giudici avevano già accertato l'invalidità del passaggio e ordinato la prosecuzione del rapporto con l'azienda cedente. Il lavoratore ha richiesto e ottenuto le retribuzioni maturate dopo la formale messa in mora. L'azienda cedente ha contestato le somme, sostenendo che le vicende intercorse con la ditta cessionaria escludessero il debito o imponessero detrazioni. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'azienda datrice. I giudici hanno chiarito che le somme dovute dall'azienda cedente dopo la messa in mora hanno natura retributiva e non risarcitoria. Di conseguenza, il datore deve versare lo stipendio pieno senza detrarre altri importi.
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Cessione di ramo d’azienda nulla: stipendi dovuti dal cedente
La Corte di Cassazione ha esaminato la controversia tra un dipendente e la società originaria datrice di lavoro. I giudici avevano già dichiarato nulla la cessione di ramo d'azienda, stabilendo la continuità del rapporto con l'azienda cedente. Il lavoratore ha richiesto il pagamento delle retribuzioni arretrate e della tredicesima mensilità. L'azienda cedente si è opposta al versamento, sostenendo che l'accordo di risoluzione e l'incentivo all'esodo percepiti dal dipendente presso la società acquirente azzerassero il debito. La Suprema Corte ha respinto il ricorso aziendale. La nullità della cessione rende irrilevante ogni intesa economica con l'acquirente. L'azienda cedente deve corrispondere l'intera retribuzione maturata dopo la formale messa a disposizione delle energie lavorative.
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Cessione di ramo d’azienda illegittima: stipendi dovuti
La controversia nasce dall'annullamento giudiziale del passaggio del personale verso una nuova impresa. A seguito di una cessione di ramo d'azienda illegittima, il lavoratore ha offerto le proprie energie lavorative alla società cedente originaria. L'azienda ha rifiutato la riammissione in servizio. Il dipendente ha quindi ottenuto un decreto ingiuntivo per le retribuzioni maturate. La società ha contestato il pagamento, sostenendo che le vicende successive e le indennità ottenute dal dipendente presso la ditta acquirente estinguessero ogni debito. I giudici hanno respinto il ricorso dell'azienda cedente. Il rapporto di lavoro originario è rimasto pienamente valido ed efficace. Il datore di lavoro deve corrispondere tutte le retribuzioni arretrate maturate dal dipendente.
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