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Art. 2112 Codice Civile — Anno 2022

154 provvedimenti

Altri anni per Art. 2112 Codice Civile

Licenziamento collettivo illegittimo: reintegra e cessione
Un'azienda aerea avviava una procedura di licenziamento collettivo e licenziava un dipendente ritenendo la sua posizione infungibile ed eccedente. Nel frattempo l'azienda cedeva il ramo d'attività a una seconda società. Il lavoratore contestava la scelta datoriale perché l'impresa non aveva confrontato le sue competenze con quelle di colleghi di pari livello in altri reparti. La Corte d'Appello dichiarava illegittimo il licenziamento collettivo, ordinando alla nuova società di reintegrare il dipendente e condannando entrambe le aziende al risarcimento. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione a favore del lavoratore: la comparazione deve considerare l'intera professionalità maturata dal dipendente e il trasferimento d'azienda garantisce la continuità del rapporto di lavoro.
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Trasferimento del personale: Cassazione nega passaggio diretto
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di alcuni Lavoratori che chiedevano il loro trasferimento del personale diretto e immediato a un Nuovo Gestore del servizio idrico, o in subordine a un Comune o Azienda Speciale, dopo essere stati licenziati dall'Ente Gestore Precedente. La Corte ha confermato che i Lavoratori non soddisfacevano i requisiti temporali per il trasferimento al Nuovo Gestore, stabiliti dalla legge in base alla data contrattuale di affidamento del servizio. Inoltre, ha ribadito che il trasferimento a enti pubblici non è automatico per il personale di un ente pubblico economico, richiedendo un concorso pubblico. La domanda sull'illegittimità del licenziamento non era stata oggetto di appello, diventando giudicato interno.
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Agevolazioni contributive trasferimento d’azienda: quando sono legittime?
L'Istituto previdenziale contestava a un'Azienda l'indebita fruizione di agevolazioni contributive per l'assunzione di lavoratori dalle liste di mobilità. Questi lavoratori erano stati licenziati da un'altra Azienda, poi posta in liquidazione e concordato preventivo. L'Istituto sosteneva che le due aziende fossero un'unica entità economica. La Corte di Cassazione ha invece confermato che l'Azienda subentrante costituiva una nuova e distinta iniziativa imprenditoriale. Non esisteva un obbligo di riassunzione automatica. L'Azienda ha quindi legittimamente beneficiato delle agevolazioni contributive trasferimento d'azienda.
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Trasferimento d’azienda e reintegrazione: tutele per i dipendenti
La vicenda nasce dall'impugnazione di un licenziamento illegittimo intimato nell'ambito di una procedura collettiva da una compagnia aerea cedente a una dipendente. In seguito alla cessione del compendio aziendale a una nuova società, la lavoratrice ha chiesto giudizialmente l'annullamento del recesso e il passaggio del rapporto di lavoro alla società acquirente. La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento del recesso e il diritto della dipendente alla prosecuzione del rapporto presso la società cessionaria. I giudici hanno chiarito che il trasferimento d'azienda e reintegrazione operano pienamente, poiché gli accordi sindacali in deroga non possono sopprimere la tutela dell'occupazione preesistente in contrasto con le norme comunitarie. Di conseguenza, l'azienda cedente risponde delle indennità risarcitorie, mentre la cessionaria deve reintegrare la dipendente.
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Accollo debiti e compensazione prezzo: la Cassazione decide
Una società acquirente ha acquistato macchinari aziendali per un prezzo complessivo di 200.000 euro, trattenendo contrattualmente 90.000 euro per il TFR dei dipendenti assunti. In seguito, l'acquirente ha preteso di ridurre ulteriormente il prezzo da versare alla venditrice, trattenendo altre somme per ferie e permessi non goduti dai lavoratori. La società ha invocato la tesi dell'accollo debiti e compensazione prezzo. La Corte di Cassazione ha confermato che l'acquirente non può ridurre unilateralmente il prezzo pattuito per debiti pregressi non espressamente previsti nel contratto, specie senza provare di aver già pagato i lavoratori. Inoltre, l'eventuale ritardo nell'emissione della fattura non esonera dal versare l'IVA al venditore. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso dell'acquirente, condannandola al pagamento del saldo prezzo residuo.
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Continuità del Rapporto di Lavoro: Anzianità Intatta dopo Trasferimento
Un lavoratore, trasferito da un Ministero a un ente di ricerca (CRA/CREA) per riorganizzazione, si è visto frazionare il calcolo dell'indennità di anzianità al termine del rapporto. L'ente ha ricalcolato il trattamento di fine servizio, distinguendo i periodi lavorativi e chiedendo la restituzione di un'eccedenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente, confermando la decisione della Corte d'Appello. Ha stabilito che il trasferimento per legge garantisce la piena Continuità del rapporto di lavoro, includendo l'anzianità maturata, e che il trattamento di fine servizio non può essere frazionato.
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Trasferimento d’azienda: finta crisi e reintegra piena
Un'azienda ha avviato un licenziamento collettivo per presunta crisi e totale chiusura. Pochi giorni dopo la risoluzione dei contratti, una società di nuova costituzione ha preso in affitto gli impianti, proseguendo l'identica produzione con gli stessi beni, clienti e fornitori. I dipendenti hanno impugnato i recessi contestando l'occultamento della reale volontà di cedere l'attività. I giudici hanno accertato la natura elusiva della manovra, dichiarando i licenziamenti inefficaci. La Suprema Corte ha confermato la decisione: in presenza di un trasferimento d'azienda, la declaratoria di inefficacia del licenziamento ripristina il rapporto di lavoro, imponendo il passaggio automatico dei lavoratori alla società subentrante e il risarcimento del danno.
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Cessione di ramo d’azienda: prova libera per i crediti
Un lavoratore chiede l'ammissione allo stato passivo dell'azienda fallita per stipendi arretrati e TFR. Il dipendente sostiene la prosecuzione del rapporto lavorativo tramite una cessione di ramo d'azienda dalla precedente società. Il Tribunale respinge la richiesta di subordinazione per mancanza del contratto scritto di cessione e ammette solo un compenso ridotto per collaborazione. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del dipendente e ribalta il verdetto. I giudici stabiliscono che il lavoratore può provare il passaggio aziendale con qualsiasi mezzo istruttorio, comprese le testimonianze, senza subire i limiti formali validi solo tra le società contraenti.
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Sgravi Contributivi: la Cassazione contro le manovre fittizie
L'INPS ha contestato gli **sgravi contributivi** ottenuti da un'Azienda che aveva assunto lavoratori in mobilità. L'Istituto sosteneva che l'Azienda assuntrice fosse sostanzialmente la stessa di quella che aveva licenziato i dipendenti, rendendo gli incentivi indebiti. La Corte d'Appello aveva inizialmente dato ragione all'Azienda. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'INPS, annullando la sentenza d'appello. Ha stabilito che gli sgravi contributivi sono legittimi solo se le assunzioni rispondono a reali esigenze economiche, non a manovre fittizie per ottenere benefici. La causa è stata rinviata alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Previdenza complementare: debiti esclusi nella cessione aziendale
Alcuni lavoratori hanno agito in giudizio contro la precedente società datrice e contro la nuova impresa subentrata nell'affitto del ramo d'azienda. I dipendenti chiedevano il versamento dei contributi omessi al fondo di previdenza complementare e il risarcimento del danno subito. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dei dipendenti. I giudici hanno stabilito che l'omesso versamento dei contributi alla previdenza complementare costituisce un debito aziendale regolato dall'art. 2560 c.c. e non un credito da lavoro tutelato dalla solidarietà automatica dell'art. 2112 c.c. La nuova impresa subentrante non risponde in solido dei debiti contributivi pregressi maturati dal cedente verso il fondo privato.
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Sospensione del processo: illegittimo fermare la causa pendente
Un'azienda sanitaria ha ricevuto un avviso di addebito dall'ente previdenziale per presunte irregolarità su agevolazioni contributive. In un parallelo giudizio, il Tribunale ha annullato l'accertamento presupposto, escludendo il trasferimento d'azienda. L'ente ha impugnato tale prima pronuncia. Nel procedimento sull'avviso di addebito, il giudice ha disposto la sospensione del processo in attesa dell'esito dell'appello. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto la domanda dell'azienda, evidenziando che la sospensione del processo non è automatica se la causa pregiudiziale possiede già una sentenza di primo grado, anche se impugnata. Il giudice può eventualmente disporre una sospensione facoltativa solo fornendo una motivazione specifica ed esaustiva. La Cassazione ha quindi cassato l'ordinanza e ordinato la prosecuzione della causa.
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Diritto all’assunzione: esclusa la tutela automatica del pilota
Un comandante di aerei in cassa integrazione ha richiesto il diritto all'assunzione presso la nuova compagnia subentrata nella gestione degli aeromobili. Il pilota sosteneva che il passaggio dei singoli aerei comportasse il trasferimento automatico del rapporto di lavoro e lamentava la violazione dei criteri di scelta sindacali. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. I giudici hanno chiarito che le norme speciali sulle grandi imprese in crisi escludono il passaggio automatico del personale. Il lavoratore doveva inoltre provare il rispetto di tutti i criteri selettivi e non solo dell'anzianità di servizio. Il pilota ha perso la causa ed è stato condannato a pagare le spese legali.
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Agevolazioni contributive: trasferimento d’azienda non preclude il diritto
Un Ente Previdenziale ha richiesto a un'Azienda il pagamento di contributi, contestando il suo diritto alle agevolazioni contributive per l'assunzione di lavoratori provenienti da liste di mobilità. L'Ente sosteneva che il trasferimento d'azienda dalla precedente gestione non fosse genuino o che i lavoratori dovessero essere automaticamente trasferiti. I giudici di merito e la Corte di Cassazione hanno invece riconosciuto la validità del trasferimento e il diritto dell'Azienda ai benefici, poiché i licenziamenti erano avvenuti prima del trasferimento e non vi era obbligo di riassunzione automatica. La Corte ha quindi rigettato il ricorso dell'Ente Previdenziale, confermando il diritto dell'Azienda alle agevolazioni contributive trasferimento d'azienda.
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Cessione di ramo d’azienda inefficace: il Lavoratore vince contro l’Azienda
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un Lavoratore che aveva visto il suo rapporto di lavoro coinvolto in una Cessione di ramo d'azienda inefficace. L'Azienda Cedente sosteneva che le somme percepite dal Lavoratore da un'altra azienda o come indennità di mobilità dovessero essere detratte dalla retribuzione dovuta. La Corte ha stabilito che, in caso di Cessione di ramo d'azienda inefficace, il rapporto di lavoro originario con l'Azienda Cedente continua a esistere. Le somme percepite dal Lavoratore da altri rapporti o come trattamenti previdenziali non possono essere detratte. La Corte ha quindi respinto il ricorso dell'Azienda Cedente, confermando il diritto del Lavoratore a ricevere le retribuzioni complete.
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Cessione di ramo di azienda: nullo il passaggio fittizio
Una società commerciale ha scorporato un ipermercato creando una nuova azienda e cedendone subito le quote a un terzo privo di garanzie economiche. Pochi giorni dopo il passaggio, la nuova società ha avviato una procedura di licenziamento collettivo per i dipendenti trasferiti. I giudici di merito hanno accertato la natura fittizia e fraudolenta dell'intera operazione, dichiarando nulla la cessione di ramo di azienda. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente questa pronuncia, rigettando le difese della società cedente. L'operazione societaria mirava unicamente a espellere il personale aggirando i vincoli di tutela previsti dalla legge. Di conseguenza, la Corte ha ordinato il ripristino immediato del rapporto di lavoro dei dipendenti presso l'azienda originaria e il pagamento di tutte le retribuzioni maturate sin dal momento del presunto trasferimento.
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Fondo di garanzia TFR: l’INPS non paga se c’è un nuovo datore
Una lavoratrice ha richiesto all'INPS il pagamento del trattamento di fine rapporto a carico del Fondo di garanzia TFR dopo lo scioglimento della società datrice di lavoro originaria. L'azienda era stata precedentemente affittata a una nuova società, presso la quale la dipendente aveva proseguito la propria attività lavorativa con un autonomo contratto. La lavoratrice non ha avviato alcuna azione esecutiva contro la società affittuaria subentrante. La Corte di Cassazione ha respinto la domanda della dipendente. I giudici hanno chiarito che l'intervento pubblico del Fondo di garanzia scatta unicamente se l'insolvenza riguarda il datore di lavoro in essere al momento della definitiva cessazione del rapporto lavorativo, non potendo operare se il nuovo datore risponde del debito e non risulta insolvente.
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Licenziamento illegittimo dopo trasferimento d’azienda: la Cassazione tutela i lavoratori
Un Lavoratore, inizialmente con un contratto a termine poi convertito a tempo indeterminato, è stato licenziato dalla sua Azienda originaria. Poco dopo, l'Azienda ha ceduto il ramo d'azienda a una nuova Società. La Corte d'Appello ha dichiarato il licenziamento illegittimo, ordinando il reintegro del Lavoratore presso la nuova Società e il pagamento delle retribuzioni. La Cassazione ha confermato che il trasferimento d'azienda ha comportato il passaggio automatico del rapporto di lavoro al cessionario (la nuova Società). Pertanto, il licenziamento, emesso dall'azienda cedente quando il Lavoratore era già dipendente della cessionaria, è nullo. La conversione del contratto a termine ha avuto effetti retroattivi (ex tunc). Questo rafforza la tutela contro il licenziamento illegittimo dopo trasferimento d'azienda.
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Licenziamento ed elusione: confermato il trasferimento d’azienda
Una società dichiarava una finta crisi aziendale e licenziava i dipendenti. Subito dopo, concedeva l'attività in affitto a una nuova impresa avente la medesima sede e gli stessi clienti. La nuova società riassumeva solo parte del personale, escludendo un dipendente. La Corte d'Appello dichiarava nullo il licenziamento per frode alla legge e ordinava la reintegrazione del lavoratore, ravvisando un vero e proprio trasferimento d'azienda. L'impresa subentrante ricorreva in Cassazione oltre il termine perentorio di sessanta giorni dalla comunicazione della sentenza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando in via definitiva la reintegrazione del lavoratore e condannando l'azienda al rimborso delle spese processuali.
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Fusione per incorporazione e crediti di lavoro: chi paga i debiti
Alcuni lavoratori hanno citato in giudizio la società incorporante per ottenere differenze retributive e scatti di anzianità maturati durante il precedente impiego presso la società incorporata. I rapporti di lavoro erano già terminati prima della fusione aziendale. La società incorporante ha sostenuto di non dover rispondere dei debiti relativi a contratti già estinti. La Corte di Cassazione ha chiarito che il tema relativo a fusione per incorporazione e crediti di lavoro è regolato dalla successione universale. La società incorporante assume infatti per legge tutti i diritti e tutti gli obblighi anteriori alla fusione, inclusi i debiti verso gli ex dipendenti.
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Trasferimento d’azienda e crisi: il lavoratore conserva il posto
Un lavoratore licenziato nel 2011 ha ottenuto la ricostituzione del proprio rapporto di lavoro. La Corte d'Appello ha stabilito il suo passaggio automatico alla società subentrante a seguito di un trasferimento d'azienda. Le due società coinvolte nella ristrutturazione hanno ricorso in Cassazione. Le aziende sostenevano che gli accordi sindacali stipulati durante l'amministrazione straordinaria potessero azzerare le tutele dell'occupazione. La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi datoriali. I giudici hanno chiarito che, durante un trasferimento d'azienda in crisi, la contrattazione collettiva può modificare le condizioni di lavoro, ma non può escludere il passaggio dei dipendenti alla nuova impresa. Il lavoratore ha quindi vinto la causa, ottenendo la conferma del proprio diritto al posto di lavoro presso la società subentrante.
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