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Art. 2087 Codice Civile

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243 provvedimenti

Lavaggio dei dispositivi di protezione individuale: paga l’ente
Un dipendente comunale, impiegato prima come netturbino e poi come addetto alle pulizie del mercato ittico, ha chiesto il rimborso delle spese per il lavaggio dei dispositivi di protezione individuale (DPI), come tute e guanti. Il datore di lavoro si è opposto, sostenendo che il trasferimento al mercato ittico non richiedesse DPI e che considerare tale periodo costituisse un cambio inammissibile della domanda originaria. La Corte d'Appello ha accolto la richiesta del lavoratore, quantificando il danno in via equitativa. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso dell'amministrazione. I giudici hanno chiarito che specificare i diversi uffici di assegnazione non muta la sostanza della richiesta, poiché il datore conosce perfettamente le mansioni svolte dal dipendente. Il lavoratore vince definitivamente la causa.
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Risarcimento danni da demansionamento: sì al danno, no ai ritardi
Un dipendente pubblico, inquadrato in una categoria superiore, ha svolto per anni mansioni manuali inferiori. La Corte d'Appello ha accertato la dequalificazione e ha riconosciuto il risarcimento danni da demansionamento, limitandolo però agli ultimi dieci anni precedenti la notifica della causa, dichiarando prescritti i crediti anteriori. Il lavoratore ha fatto ricorso sostenendo che la prescrizione dovesse decorrere solo dalla fine della condotta illecita. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il demansionamento è un illecito permanente: il diritto al risarcimento sorge e si prescrive giorno per giorno. Anche il ricorso del datore di lavoro, che contestava la prova del danno, è stato respinto poiché il danno può essere dimostrato tramite presunzioni basate sulla durata e sulla visibilità della dequalificazione. Entrambe le parti sono rimaste soccombenti.
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Minimizzazione dei dati: Comune sanzionato per indagine su dipendente
Un Comune ha diffuso tra gli agenti di Polizia Locale una lettera anonima contenente giudizi negativi su un collega, allegando un questionario per sondarne l'opinione. Il Garante della Privacy ha sanzionato l'ente per trattamento illecito di dati. La Corte di Cassazione ha confermato la sanzione, stabilendo che tale modalità di indagine viola il principio di minimizzazione dei dati. Anche se l'intento era verificare i fatti, il metodo è stato giudicato sproporzionato ed eccessivo, ledendo la riservatezza del lavoratore. La diffusione ufficiale di accuse anonime, anche se già note informalmente, costituisce un trattamento di dati illecito e non necessario.
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Responsabilità di cassa: errore contabile, paga il dipendente?
Una lavoratrice di banca impugna la sospensione e l'addebito di un ammanco, sostenendo che le sanzioni fossero illegittime. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso, stabilendo un principio chiave sulla responsabilità di cassa. Secondo i giudici, il cassiere risponde dell'ammanco per il solo fatto che esista una differenza tra il saldo contabile e quello reale, a prescindere da dolo o colpa. La Corte ha ritenuto legittima anche la sospensione cautelare, giustificata non solo dalla necessità di indagini ma anche dalla gravità della mancanza contestata. La Banca vince la causa e la lavoratrice deve pagare le spese legali.
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Mobbing e demansionamento: Azienda condannata per abuso
Un lavoratore, divenuto parzialmente inidoneo per motivi di salute, viene dequalificato. La Cassazione conferma la condanna dell'azienda per mobbing e demansionamento. I giudici stabiliscono che il datore di lavoro può assegnare mansioni inferiori solo se dimostra l'assoluta impossibilità di ricollocare il dipendente in mansioni equivalenti, prova che in questo caso non è stata fornita. Le successive condotte persecutorie, unite al demansionamento, hanno integrato il mobbing, portando al risarcimento del danno alla salute e alla professionalità.
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Vittime del dovere: negata l’equiparazione per amianto
La Corte d'Appello ha respinto il ricorso degli eredi di un militare deceduto per neoplasia polmonare, i quali chiedevano il riconoscimento dello status di Vittime del dovere. Nonostante l'accertata esposizione all'amianto durante il servizio antincendio, i giudici hanno stabilito che tale esposizione rientra nella causa di servizio ordinaria, mancando il requisito di un rischio eccezionale o di particolari condizioni operative previste dalla legge.
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Vittima del dovere amianto: la sentenza d’appello
La Corte d'Appello di Firenze ha confermato il rigetto della domanda per il riconoscimento dello status di vittima del dovere amianto presentata dagli eredi di un ex militare. Nonostante sia stata accertata l'esposizione alle fibre nocive durante il servizio di leva, i giudici hanno stabilito che l'esposizione ordinaria, priva di condizioni operative eccezionali (quid pluris), non permette l'accesso ai benefici speciali, differenziando nettamente tale tutela dalla semplice causa di servizio.
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Mancato conferimento posizione organizzativa: non è demansionamento
Una funzionaria di un Comune non viene riconfermata nel suo incarico di posizione organizzativa dopo un cambio di amministrazione. La lavoratrice fa causa, sostenendo di aver subito un demansionamento illegittimo. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio fondamentale: il mancato conferimento di una posizione organizzativa non costituisce demansionamento. L'ente pubblico esercita un potere discrezionale nella scelta dei responsabili e non è obbligato a seguire procedure comparative né a motivare la mancata riconferma. L'incarico è una facoltà del datore di lavoro, non un diritto del dipendente. La lavoratrice ha quindi perso la causa.
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Danno da usura psicofisica: risarcimento anche per una sola tratta
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto al risarcimento per alcuni autisti di un'azienda di trasporti. I lavoratori non avevano beneficiato dei riposi giornalieri e settimanali previsti dalla normativa europea. L'azienda sosteneva che tale normativa non fosse applicabile perché gli autisti svolgevano turni 'misti', con prevalenza di tratte brevi. La Corte ha stabilito un principio fondamentale: la normativa europea sui riposi si applica anche se nel turno di lavoro è presente una sola tratta superiore a 50 km. La sistematica violazione del diritto al riposo genera un danno da usura psicofisica, che si presume esistente e deve essere risarcito dall'azienda.
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Infortunio Grave: No alla Personalizzazione del Danno senza Prova
Un operaio, investito da un escavatore in cantiere, subisce un grave infortunio. L'azienda viene riconosciuta responsabile per carenze nella sicurezza. Il lavoratore chiede un aumento del risarcimento standard, invocando la personalizzazione del danno biologico per le particolari sofferenze patite. La Corte di Cassazione respinge la richiesta. I giudici stabiliscono che per ottenere un aumento del risarcimento, il danneggiato deve provare conseguenze anomale e del tutto peculiari, non essendo sufficiente dimostrare le sofferenze che normalmente derivano da un trauma così grave. Senza questa prova specifica, la personalizzazione del danno biologico non può essere concessa.
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Manutenzione DPI: Azienda condannata, perde ricorso per ritardo
La Corte di Cassazione conferma la condanna di un'azienda per la mancata manutenzione dei DPI (tute ad alta visibilità) dei propri dipendenti. I lavoratori avevano ottenuto un risarcimento pari a un'ora di straordinario per ogni settimana lavorata. L'azienda ha tentato un ultimo appello, ma la Corte lo ha dichiarato inammissibile perché presentato in ritardo. La decisione a favore dei lavoratori diventa così definitiva, stabilendo un principio importante su Manutenzione DPI e risarcimento. L'azienda, oltre al risarcimento, deve pagare tutte le spese legali.
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Obbligo Lavaggio DPI: Azienda non lava le divise? Paga i danni
Un operaio tecnico ha citato in giudizio la sua azienda per non aver mai provveduto alla pulizia e manutenzione dei suoi Dispositivi di Protezione Individuale (DPI). La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'azienda al risarcimento del danno, stabilendo un principio fondamentale: l'obbligo lavaggio DPI spetta sempre al datore di lavoro. Secondo i giudici, questo dovere rientra nelle misure di sicurezza previste dalla legge per tutelare la salute del lavoratore. Anche se il danno economico non è facilmente quantificabile, la sua esistenza è certa e può essere liquidato dal giudice in via equitativa. La sentenza chiarisce che spetta all'azienda dimostrare di aver adempiuto a tale obbligo, non al lavoratore provare il contrario.
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Diritto al Riposo Settimanale: Paga Extra non Basta, Decide la Cassazione
Un medico biologo ha lavorato per una casa di cura per dieci anni, prestando servizio effettivo durante la reperibilità in 263 giorni festivi senza mai ottenere i riposi compensativi. L'azienda sosteneva che la maggiorazione economica fosse sufficiente. La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale: il diritto al riposo settimanale è irrinunciabile e tutela la salute psico-fisica del lavoratore. Non può essere sostituito da alcuna indennità economica. Di conseguenza, la casa di cura è stata condannata a risarcire il danno al medico, confermando che il riposo non si compra, ma si gode.
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Demansionamento Pubblico Impiego: Ruolo revocato, ma non illegittimo
Un dipendente pubblico, a cui era stato revocato un incarico temporaneo di 'capo team', ha citato in giudizio l'Amministrazione Pubblica per demansionamento. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta, chiarendo un punto cruciale sul demansionamento nel pubblico impiego. I giudici hanno stabilito che la valutazione si basa sul criterio dell' 'equivalenza formale': le nuove mansioni devono semplicemente rientrare nella stessa area contrattuale del dipendente. Non rileva la perdita di un ruolo di coordinamento o la minore professionalità percepita, se i nuovi compiti sono formalmente coerenti con l'inquadramento. Di conseguenza, la revoca dell'incarico e l'assegnazione a nuove mansioni equivalenti per categoria non costituiscono un illecito.
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Licenziamento illegittimo per colpa condivisa con l’azienda
Un operaio viene licenziato per aver causato un incidente con una gru, mettendo a rischio un collega e danneggiando le strutture. La Corte di Cassazione ha confermato che si tratta di un licenziamento illegittimo. Sebbene l'errore del lavoratore fosse evidente, i giudici hanno dato peso anche alle mancanze dell'azienda, che non aveva fornito adeguate dotazioni di sicurezza. La sanzione del licenziamento è stata quindi ritenuta sproporzionata. Al lavoratore è stata riconosciuta un'indennità economica, ma non il reintegro sul posto di lavoro.
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Manager ‘parcheggiato’: scatta il risarcimento da inattività forzata
Un dirigente pubblico, trasferito presso un Ente, viene assegnato a un incarico di 'studio e ricerca' che si rivela fittizio, lasciandolo in uno stato di totale inoperosità. La Corte di Cassazione ha confermato il suo diritto al risarcimento danno da inattività forzata. Secondo i giudici, lasciare un dipendente senza compiti è una violazione contrattuale grave, persino peggiore del demansionamento, perché lede il diritto fondamentale al lavoro e la dignità professionale. Tale danno si presume esistente e va risarcito, anche se il lavoratore continua a percepire lo stipendio. L'Ente pubblico è stato quindi condannato a risarcire il dirigente.
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Concorso di cause: danno dimezzato tra atto lecito e illecito
Un medico ha citato in giudizio l'Azienda Sanitaria per cui lavorava, chiedendo i danni per la diffusione anticipata di voci sul suo mancato superamento di una selezione interna. Il Tribunale aveva inizialmente riconosciuto un risarcimento totale per il danno psicologico subito. Tuttavia, la Corte d'Appello ha dimezzato l'importo, rilevando un concorso di cause. Il danno derivava sia dalla condotta illecita aziendale sia da un fatto lecito, ovvero la legittima mancata vittoria del concorso. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. I giudici supremi hanno stabilito che il risarcimento deve essere ridotto proporzionalmente in via equitativa. L'Azienda non può rispondere per le conseguenze psicologiche derivanti dal legittimo esito negativo della selezione.
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Demansionamento nel pubblico impiego: urgenze e limiti legali
Alcuni infermieri di un reparto di rianimazione hanno citato in giudizio l'azienda sanitaria datrice di lavoro, lamentando un presunto demansionamento nel pubblico impiego. I lavoratori sostenevano di essere stati costretti a svolgere mansioni inferiori, proprie degli operatori socio-sanitari, a causa della carenza di personale. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta, ritenendo che, data l'estrema delicatezza del reparto, anche le mansioni più semplici richiedessero un'elevata professionalità, escludendo di fatto il declassamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei lavoratori. I giudici supremi hanno rilevato che i ricorrenti non hanno contestato la motivazione centrale della sentenza di appello, limitandosi a richiamare principi generali senza misurarsi con la specificità del caso concreto.
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Demansionamento infermieri: mansioni extra senza risarcimento
Un gruppo di dipendenti sanitari ha citato in giudizio l'Azienda ospedaliera di appartenenza lamentando un presunto demansionamento infermieri. A causa della carenza di personale ausiliario, i lavoratori erano stati adibiti a mansioni inferiori, chiedendo il risarcimento del danno alla professionalità. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, ritenendo le mansioni inferiori giustificate da esigenze organizzative e rilevando la totale assenza di prove sul danno subito. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei lavoratori. I giudici hanno chiarito che il risarcimento non è automatico e richiede la prova concreta del pregiudizio alla dignità professionale. Poiché i ricorrenti non hanno contestato specificamente la mancanza di prove sul danno, limitandosi a censurare solo l'assegnazione delle mansioni, il ricorso è stato definitivamente respinto.
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Demansionamento in corsia: mansioni inferiori ma nessun danno
Un infermiere dipendente di un'Azienda Sanitaria ha fatto causa al datore di lavoro lamentando un grave demansionamento. Il lavoratore sosteneva di essere stato costretto per anni a svolgere mansioni inferiori, proprie degli operatori socio-sanitari, a causa della carenza di personale ausiliario, chiedendo il risarcimento del danno alla professionalità. I giudici di merito hanno respinto la richiesta, ritenendo le mansioni inferiori solo collaterali e giustificate da esigenze organizzative, evidenziando inoltre la totale assenza di prove sul danno subito. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del dipendente. La Suprema Corte ha confermato che, in caso di demansionamento, il risarcimento non è mai automatico: il lavoratore ha il preciso onere di provare concretamente il pregiudizio subito alla propria dignità. Poiché il ricorrente non ha contestato adeguatamente la mancanza di prove sul danno, il ricorso è stato definitivamente respinto.
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