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Art. 157 Codice Penale — Anno 2026

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495 provvedimenti

Altri anni per Art. 157 Codice Penale

Prescrizione del reato: condanna definitiva contro tempo scaduto
L'Imputato, condannato per furto aggravato, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata dichiarazione di estinzione del reato per prescrizione da parte del giudice di rinvio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di annullamento parziale della sentenza limitato esclusivamente al trattamento sanzionatorio, la responsabilità penale è ormai accertata in via definitiva. Questo giudicato parziale impedisce la successiva declaratoria di prescrizione del reato, anche se il termine matura dopo la pronuncia di annullamento. Di conseguenza, la prescrizione del reato non può più essere applicata se la colpevolezza è già irrevocabile. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Porto di armi improprie: condanna definitiva senza prescrizione
L'Imputato è stato condannato al pagamento di un'ammenda di 667 euro per il reato di porto di armi improprie, dopo essere stato trovato in possesso di un coltello senza alcuna giustificazione valida. L'uomo ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che l'oggetto non fosse idoneo a offendere e che il reato fosse ormai estinto per prescrizione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la Cassazione non può rivalutare i fatti già accertati nei precedenti gradi di giudizio, confermando la decisione della Corte d'appello. Di conseguenza, l'inammissibilità del ricorso ha impedito anche l'applicazione della prescrizione, costringendo l'uomo a pagare l'ammenda e le spese processuali.
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Auto non restituita: condanna per appropriazione indebita
Un uomo è stato condannato per il reato di appropriazione indebita per non aver restituito un'auto alla legittima proprietaria, utilizzandola invece per scopi personali. La Corte d'appello aveva già dichiarato prescritto il reato di truffa, rideterminando la pena per l'appropriazione dell'auto. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione contestando la tardività della querela e la sussistenza del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: la tardività della querela non può essere eccepita per la prima volta in Cassazione. Inoltre, l'aver trattenuto il veicolo rifiutandone la restituzione configura pienamente l'appropriazione indebita. L'imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato di ricettazione: condanna senza sconti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per ricettazione. I giudici hanno chiarito che, ai fini del calcolo del tempo necessario per la prescrizione del reato di ricettazione, la circostanza attenuante della speciale tenuità del fatto non rileva. Il termine di prescrizione si calcola infatti sulla pena massima prevista per il reato base. Inoltre, la Corte ha ribadito che la mancata giustificazione del possesso di un bene rubato dimostra la consapevolezza della sua provenienza illecita, e che il reato sussiste anche se manca la querela per il furto originario. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato: niente sconti davanti al giudice di pace
Il Tribunale dichiarava estinto per prescrizione il reato di minaccia commesso da un cittadino nel 2017. Il Procuratore Generale ricorreva in Cassazione, contestando l'errato calcolo del termine. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, chiarendo che ai reati di competenza del giudice di pace si applicano i termini ordinari di prescrizione (sei anni per i delitti) e non il termine ridotto di tre anni. Inoltre, si applica la sospensione introdotta dalla legge Orlando. Di conseguenza, la prescrizione del reato non era ancora maturata. La Cassazione ha annullato la sentenza con rinvio per un nuovo giudizio.
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Bancarotta documentale semplice: prescrizione cancella la pena
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un imprenditore condannato per il reato di bancarotta documentale semplice, originariamente contestato come fraudolento. L'imputato ha impugnato la sentenza lamentando la mancata valutazione delle prove sulla regolare tenuta dei registri e il decorso dei termini di prescrizione. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso, rilevando che la Corte d'Appello ha omesso di motivare sulle prove della difesa. Inoltre, la Cassazione ha escluso l'aggravante della recidiva, poiché applicabile solo ai delitti dolosi e non a quelli colposi come la bancarotta documentale semplice. Di conseguenza, accertato il decorso del termine massimo di sette anni e sei mesi, la Suprema Corte ha annullato la sentenza senza rinvio per intervenuta prescrizione del reato, liberando definitivamente l'imputato da ogni conseguenza penale.
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Bancarotta fraudolenta: la prescrizione cancella la condanna
Gli Amministratori di una società venivano condannati in appello per il reato di bancarotta fraudolenta societaria. Contro tale decisione, i difensori proponevano ricorso in Cassazione sollevando dieci diversi motivi, tra cui l'indeterminatezza dell'accusa e l'errata contestazione di una condotta omissiva anziché attiva. La Suprema Corte, rilevando che i motivi di ricorso non erano manifestamente infondati, ha preso atto del decorso del tempo massimo consentito dalla legge per perseguire il reato. Di conseguenza, in assenza di elementi evidenti per un'assoluzione nel merito, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna, dichiarando il reato estinto per prescrizione.
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Prescrizione del reato: addio risarcimento se il tempo scade prima
L'Imputata era stata accusata del reato di minaccia continuata ai danni della Persona Offesa. La Corte d'appello aveva dichiarato la prescrizione del reato, ma aveva confermato il risarcimento dei danni in favore della parte civile. L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione, contestando l'errato calcolo dei periodi di sospensione del processo dovuti al legittimo impedimento del proprio difensore. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la sospensione per impedimento del difensore non può superare i sessanta giorni e che la prescrizione del reato era già maturata prima della sentenza di primo grado. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la decisione impugnata, eliminando del tutto le statuizioni civili e sollevando l'Imputata da ogni obbligo di risarcimento.
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Associazione per delinquere: quando i parenti diventano complici
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i membri di un gruppo criminale dedito alla cattura e al commercio illegale di uccelli protetti. Gli imputati, organizzati in una vera e propria associazione per delinquere, catturavano volatili rari, li maltrattavano durante il trasporto e li rivendevano. La difesa sosteneva che i rapporti fossero solo familiari e che i reati fossero isolati. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, stabilendo che il vincolo associativo può esistere anche tra parenti e che la diversità di interessi economici tra venditore e acquirente non esclude la partecipazione al sodalizio. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato: salvi i vecchi prelievi abusivi
L'Imputato era stato condannato per appropriazione indebita e utilizzo illecito di carte di pagamento per fatti commessi nel 2017. La Cassazione ha accolto il ricorso, rilevando che l'appropriazione indebita e i prelievi illeciti antecedenti al 3 agosto 2017 si erano estinti per prescrizione del reato prima della sentenza d'appello. La Corte ha chiarito che tali illeciti sono reati istantanei e non permanenti. Inoltre, ha evidenziato l'illegalità della pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici, applicata nonostante la pena principale fosse scesa sotto i tre anni. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio la condanna per i reati prescritti e ha disposto il rinvio alla Corte d'appello per rideterminare la pena per i restanti episodi.
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Rinuncia ai motivi di appello: la recidiva resta valida
L'Imputato, condannato per ricettazione, ha proposto concordato in appello formulando la rinuncia ai motivi di appello di merito, con l'eccezione di quelli relativi alla pena. Successivamente, ha proposto ricorso per Cassazione lamentando la mancata esclusione della recidiva e la conseguente prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la rinuncia ai motivi di appello, eccetto quelli sulla pena, preclude qualsiasi contestazione sulla recidiva, in quanto quest'ultima costituisce un capo autonomo della decisione. Di conseguenza, non sussiste alcun obbligo di motivazione sul punto, né è possibile invocare la prescrizione basata sull'esclusione della recidiva stessa. L'Imputato perde la causa e viene condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Condono edilizio dei figli: non salva la madre dalla demolizione
Una proprietaria viene condannata per abusi edilizi. Dopo molti anni, eccepisce la mancata notifica dell'estratto contumaciale, ottenendo la riapertura dei termini per ricorrere in Cassazione. La difesa lamenta lo smarrimento dei fascicoli processuali e la mancata sospensione del processo per la pendenza di istanze di condono edilizio presentate dai figli. La Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. Lo smarrimento successivo dei fascicoli non annulla la sentenza. Inoltre, la richiesta di condono edilizio presentata da soggetti terzi non proprietari non sospende il processo penale contro l'imputata. L'inammissibilità del ricorso impedisce anche di dichiarare la prescrizione del reato nel frattempo maturata. La proprietaria perde la causa e viene condannata a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo: la prescrizione non salva l’abuso
Il proprietario di un'area costiera protetta ha impugnato il mantenimento del sequestro preventivo sul proprio stabilimento balneare abusivo, sostenendo l'avvenuta prescrizione dei reati edilizi e paesaggistici. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che spetta alla difesa l'onere di allegare in modo preciso e documentato la cronologia degli atti per dimostrare la prescrizione, non bastando un semplice calcolo aritmetico. Inoltre, i giudici hanno confermato la necessità del vincolo cautelare a causa del grave impatto ambientale e del concreto pericolo di crollo della falesia costiera, indipendentemente dalle vicende estintive dei singoli reati. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato di ricettazione: la recidiva blocca tutto
L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione contestando la mancata dichiarazione di estinzione del reato di ricettazione per decorso del tempo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, a causa della recidiva reiterata, specifica e infraquinquennale contestata all'imputata, e considerando le interruzioni del corso della prescrizione, il termine necessario per estinguere il reato è pari a ventidue anni, due mesi e venti giorni. Poiché tale termine non è ancora decorso, la prescrizione del reato di ricettazione non si è verificata. Di conseguenza, l'Imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro in favore della Cassa delle ammende, confermando la sua responsabilità penale.
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Attenuante del danno di particolare tenuità: la restituzione non basta
L'Imputato è stato condannato per furto in abitazione per aver sottratto una vettura parcheggiata in un'area di pertinenza domestica. Egli ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione dell'attenuante del danno di particolare tenuità, sostenendo che il veicolo era stato rapidamente restituito dalle forze dell'ordine. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'attenuante del danno di particolare tenuità deve essere valutata al momento della consumazione del reato. La restituzione della refurtiva rappresenta un mero comportamento successivo che non cancella la gravità iniziale del danno. Di conseguenza, l'inammissibilità del ricorso ha precluso anche la rilevabilità della prescrizione del reato, confermando la condanna e disponendo il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Omesso versamento IVA: prescrizione parziale e pena ridotta
L'amministratrice di una società cooperativa è stata condannata nei primi due gradi di giudizio per il reato di omesso versamento IVA relativo agli anni di imposta 2015 e 2016. La Corte di Cassazione, accogliendo parzialmente il ricorso della difesa, ha rilevato che il reato relativo all'annualità 2015 si era già estinto per prescrizione prima della sentenza d'appello. Di conseguenza, i giudici di legittimità hanno annullato senza rinvio la condanna per tale annualità. La Suprema Corte ha invece confermato la responsabilità per l'anno 2016, rideterminando la pena finale in nove mesi e dieci giorni di reclusione, riducendo a sei mesi la pena accessoria dell'interdizione e confermando la confisca di oltre 970mila euro.
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Bancarotta fraudolenta distrattiva: condanna annullata per prescrizione
L'Amministratore di una società fallita veniva condannato per bancarotta fraudolenta distrattiva per aver versato 50.000 euro a una consociata, nonostante la fallita vantasse crediti verso quest'ultima. L'Amministratore ricorreva in Cassazione contestando la qualificazione del reato e la mancata concessione dell'attenuante della speciale tenuità del danno, calcolata solo sull'importo assoluto e non sul contesto aziendale. Nelle more del giudizio di legittimità, il reato si è prescritto. La Corte di Cassazione ha quindi annullato senza rinvio la sentenza di condanna per intervenuta prescrizione del reato.
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Attenuanti generiche negate: pesano i precedenti penali
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato in appello. L'uomo contestava la mancata prescrizione del reato e il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha chiarito che il calcolo della prescrizione doveva considerare una sospensione di 210 giorni avvenuta in primo grado. Riguardo alle attenuanti generiche, i giudici hanno ribadito che il diniego è legittimo se fondato anche su un solo elemento rilevante, come i numerosi precedenti penali specifici del ricorrente. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di ricettazione: oro in casa e condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due coniugi condannati per il reato di ricettazione in concorso. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto nella loro abitazione comune numerosi monili d'oro di provenienza furtiva, di cui gli imputati non hanno saputo fornire alcuna giustificazione plausibile. La Suprema Corte ha chiarito che il possesso ingiustificato di beni rubati in casa configura la responsabilità penale. Inoltre, i giudici hanno respinto l'eccezione di prescrizione: la presenza della recidiva qualificata comporta un raddoppio dei termini di prescrizione, spostando la scadenza del reato ben oltre il limite calcolato dalla difesa. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro ciascuno.
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Sospensione della prescrizione: errore del giudice sui tempi
Il Giudice per l'udienza preliminare dichiarava non doversi procedere nei confronti de L'Imputato per mancata conoscenza del processo, fissando il termine delle ricerche al 2032. Il Procuratore Generale ricorreva in Cassazione, contestando l'errato calcolo del termine di sospensione della prescrizione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, evidenziando che per il reato di danneggiamento informatico aggravato, con recidiva reiterata, il termine di prescrizione raddoppiato è di 26 anni e 8 mesi. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la decisione limitatamente alla data finale delle ricerche, rideterminandola al 6 agosto 2051.
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