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Art. 1455 Codice Civile — Sezione Prima Civile

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135 provvedimenti

Altri anni per Art. 1455 Codice Civile

Clausola risolutiva espressa: quando è valida?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un mutuatario contro la risoluzione del contratto di mutuo attivata dalla banca. La risoluzione non era dovuta a rate non pagate, ma all'attivazione di una clausola risolutiva espressa a seguito del pignoramento dell'immobile ipotecato. La Corte ha ritenuto il ricorso proceduralmente viziato, confermando la legittimità di tali clausole che tutelano la garanzia del credito.
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Dovere di vigilanza sindaci e compenso: la Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 34671/2024, ha stabilito che l'inadempimento al dovere di vigilanza dei sindaci può portare alla perdita totale del compenso. Nel caso specifico, i sindaci non avevano segnalato un'operazione di riacquisto di azioni avvenuta dopo la chiusura del bilancio, ma prima della sua approvazione. Tale operazione, pur essendo di competenza dell'esercizio successivo, annullava un significativo utile fittiziamente iscritto nell'esercizio precedente, mascherando la reale situazione di difficoltà della società poi fallita. La Corte ha ritenuto che tale omissione costituisse un grave inadempimento, legittimando il rifiuto del pagamento del compenso da parte della curatela fallimentare.
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Onere della prova credito al consumo: la Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 33933/2024, ha chiarito un punto cruciale in materia di credito al consumo collegato a un contratto di acquisto. Nel caso in cui il consumatore si opponga alla richiesta di pagamento della finanziaria eccependo l'inadempimento del venditore (es. mancata consegna del bene), l'onere della prova di tale inadempimento grava sul consumatore stesso. La Corte ha stabilito che la mancata consegna costituisce un 'fatto impeditivo' della pretesa creditoria della finanziaria e, secondo le regole generali, chi eccepisce un fatto impeditivo deve provarlo. Di conseguenza, il ricorso del consumatore è stato rigettato, confermando che spetta a lui dimostrare la mancata esecuzione del contratto di fornitura.
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Penale per ritardo appalto: sì al cumulo con danni
Una società di costruzioni ha contestato l'applicazione di una penale per ritardo appalto dopo la risoluzione del contratto per inadempimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il principio giurisprudenziale secondo cui la penale per il ritardo è cumulabile con il risarcimento del danno derivante dalla risoluzione. Inoltre, ha ribadito che la valutazione sull'eccessività della penale e la sua eventuale riduzione rientrano nel potere discrezionale del giudice di merito e non sono sindacabili in sede di legittimità se la motivazione è congrua.
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Risoluzione contratto appalto per inadempimento
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 33268/2024, ha chiarito i criteri per la risoluzione contratto appalto in caso di inadempimenti reciproci tra stazione appaltante e appaltatore. La Corte ha stabilito che la risoluzione unilaterale da parte della P.A. non è un atto autoritativo, ma un rimedio privatistico. Il giudice deve quindi valutare comparativamente le condotte per determinare quale inadempimento sia prevalente. Nel caso di specie, le gravi carenze progettuali della stazione appaltante sono state ritenute più significative delle mancanze dell'appaltatore, giustificando la risoluzione a carico della prima e la sua condanna al risarcimento danni.
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Prescrizione danni investimenti: quando decorre?
La Corte di Cassazione stabilisce un principio cruciale sulla prescrizione danni investimenti. In un caso di perdite su obbligazioni a seguito del default dell'emittente, la Corte ha rigettato il ricorso di un istituto di credito, confermando che il termine di prescrizione decennale per l'azione di risarcimento non decorre dalla data dell'investimento, ma dal momento in cui il danno patrimoniale si è manifestato in modo concreto e oggettivamente percepibile, ovvero dal default della società emittente. La sentenza protegge gli investitori, riconoscendo che il diritto al risarcimento sorge solo quando la perdita diviene effettiva.
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Risoluzione contratto investimento: obblighi banca
Una recente ordinanza della Cassazione affronta il caso di un investitore che ha ottenuto la risoluzione del contratto di acquisto di titoli per inadempimento della banca. La Corte conferma che la violazione degli obblighi informativi giustifica la risoluzione, ma chiarisce un punto cruciale: in caso di risoluzione contratto investimento, l'investitore è tenuto a restituire non solo i titoli ma anche le cedole (frutti civili) percepite, per evitare un ingiustificato arricchimento. La decisione stabilisce che le reciproche obbligazioni restitutorie devono essere complete, ripristinando la situazione economica precedente al contratto.
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Obblighi informativi intermediario: la Cassazione decide
Un investitore ha ottenuto la risoluzione di un ordine di acquisto per violazione degli obblighi informativi dell'intermediario. La Cassazione ha confermato che la sola consegna del prospetto non basta, ribadendo la centralità di una corretta informazione per la validità dell'investimento.
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Prescrizione risoluzione contratto: da quando decorre?
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14019/2025, chiarisce un punto fondamentale sulla prescrizione della risoluzione del contratto di investimento. Dei risparmiatori avevano acquistato obbligazioni estere ad alto rischio, ma la banca intermediaria non aveva adempiuto ai propri obblighi informativi. La Suprema Corte ha stabilito che il termine di prescrizione decennale per l'azione di risoluzione decorre dal momento dell'esecuzione dell'ordine di acquisto, ovvero dal momento dell'inadempimento, e non dalla successiva data di default dei titoli. Questa pronuncia distingue nettamente l'azione di risoluzione da quella di risarcimento del danno, per la quale la prescrizione decorre dalla percezione del pregiudizio.
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Responsabilità appaltatore: quando risponde dei vizi
Un'impresa edile ha citato in giudizio la committente per l'illegittima risoluzione di un contratto d'appalto, in seguito a problemi strutturali emersi in cantiere. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione della Corte d'Appello, dichiarando inammissibile il ricorso dell'impresa. È stata ribadita la piena responsabilità dell'appaltatore, che ha l'obbligo di verificare la bontà del progetto e segnalarne i vizi, non potendo invocare il concorso di colpa del committente o del progettista se non dimostra di aver agito come mero esecutore ("nudus minister").
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Giudicato interno: appello inammissibile se tardivo
L'appello di un comune in una controversia su un appalto pubblico è stato respinto. La Corte di Cassazione lo ha dichiarato inammissibile poiché le questioni sollevate erano coperte da un "giudicato interno", formatosi dopo che una precedente sentenza non definitiva sulla responsabilità non era stata impugnata con successo. Il caso evidenzia l'effetto preclusivo delle sentenze non definitive.
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Ricorso per cassazione: motivi e inammissibilità
La Corte di Cassazione chiarisce i limiti del ricorso per cassazione in un caso di appalti pubblici. Un'impresa edile ha impugnato la sentenza che la vedeva soccombente contro un Comune. La Corte ha dichiarato inammissibili la maggior parte dei motivi perché volti a un riesame dei fatti, vietato in sede di legittimità. Ha però accolto il motivo relativo all'omessa pronuncia del giudice d'appello su un'eccezione di compensazione, cassando la sentenza su quel punto e rinviando la causa per una nuova decisione.
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Clausola Risolutiva Espressa: quando non opera?
Un'ordinanza della Cassazione analizza i limiti di applicabilità della clausola risolutiva espressa in un contratto d'appalto. La Corte ha stabilito che la parte a sua volta inadempiente, e il cui comportamento ha causato l'inadempimento della controparte, non può legittimamente avvalersi della clausola per risolvere il contratto. Il caso esamina anche la natura del contratto autonomo di garanzia, confermando che il garante, una volta pagato, non può agire in ripetizione contro il beneficiario ma solo in regresso verso il debitore principale.
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Omessa pronuncia: la Cassazione cassa la sentenza
Una stazione appaltante aveva risolto un contratto con un'Associazione Temporanea di Imprese (ATI) perché una delle società non possedeva un'autorizzazione tecnica. Le società hanno contestato la decisione, sostenendo di aver ottenuto l'autorizzazione tramite silenzio-assenso o che il ritardo non fosse loro imputabile. La Corte d'Appello ha ignorato questi argomenti. La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza per omessa pronuncia, rinviando il caso a un nuovo esame che dovrà obbligatoriamente valutare tali questioni decisive.
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Risoluzione contratto mutuo: quando è legittima?
La Corte di Cassazione ha stabilito la legittimità della risoluzione contratto mutuo basata su una clausola risolutiva espressa, anche a fronte del mancato pagamento di sole tre rate. I giudici hanno chiarito che la notifica dell'atto di precetto manifesta la volontà della banca di avvalersi di tale clausola, rendendo superflua una precedente diffida ad adempiere. Inoltre, è stato precisato che le normative emergenziali di sospensione dei pagamenti non si applicano alle rate già scadute prima dell'inizio del periodo di sospensione.
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Credito al consumo: denuncia dei vizi e decadenza
Due consumatori hanno finanziato l'acquisto di un impianto fotovoltaico difettoso. Hanno smesso di pagare il prestito e hanno chiesto la risoluzione del contratto di credito al consumo collegato. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione della Corte d'Appello, stabilendo che il diritto di risolvere il finanziamento si perde se il consumatore non denuncia i difetti del prodotto al venditore entro il termine di due mesi previsto dal Codice del Consumo. Questo caso chiarisce la stretta connessione tra il contratto di vendita e il credito al consumo collegato.
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Ricorso inammissibile: i vizi che bloccano l’appello
Un'impresa edile ha presentato ricorso in Cassazione contro la decisione della Corte d'Appello in una disputa su un appalto pubblico. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile non per il merito della questione, ma a causa di gravi vizi formali nella sua stesura. La sentenza sottolinea che la Cassazione non può riesaminare i fatti, ma solo verificare la corretta applicazione della legge, e che un ricorso privo di specificità e che mescola impropriamente i motivi è destinato a fallire.
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Obblighi informativi: la Cassazione sui bond argentini
Un investitore ha citato in giudizio una banca per l'acquisto di bond argentini nel 1999, lamentando la violazione degli obblighi informativi. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo di non poter riesaminare le prove e i fatti già valutati dai giudici di merito. La Corte ha confermato la decisione della Corte d'Appello, secondo cui la banca aveva fornito adeguate informazioni e la crisi argentina non era prevedibile al momento dell'investimento. La decisione sottolinea che l'investitore deve allegare inadempimenti specifici, mentre il compito della Cassazione è limitato al controllo della legittimità e della coerenza logica della motivazione della sentenza impugnata.
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Revoca finanziamenti: quando l’impresa perde il bonus
Un'azienda agricola ha subito la revoca di finanziamenti pubblici destinati all'imprenditoria femminile per non aver rispettato i livelli occupazionali richiesti. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, respingendo il ricorso dell'imprenditrice. La sentenza stabilisce che il mancato raggiungimento degli obiettivi occupazionali costituisce un inadempimento grave che giustifica la revoca del contributo, senza che l'impresa possa invocare il principio del legittimo affidamento.
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Obblighi informativi intermediario: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione conferma la condanna di un istituto di credito per non aver adempiuto ai propri obblighi informativi nei confronti di due investitori. La sentenza stabilisce che la violazione di tali doveri costituisce un inadempimento grave, tale da giustificare la risoluzione dei contratti di investimento, anche a fronte di un'elevata propensione al rischio dichiarata dal cliente. La Corte ha ritenuto inammissibili i motivi di ricorso della banca, ribadendo che l'onere di provare l'adeguatezza dell'investimento spetta sempre all'intermediario finanziario.
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