LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Art. 1455 Codice Civile — Anno 2023

132 provvedimenti

Altri anni per Art. 1455 Codice Civile

Denuncia dei vizi immediata: il fornitore perde e paga i danni
Un fornitore di serramenti ha richiesto un decreto ingiuntivo contro una società acquirente per il saldo di una fornitura. L'acquirente si è opposto lamentando ritardi e gravi difetti nei materiali, chiedendo la risoluzione del contratto e il risarcimento dei danni. I giudici di merito hanno accolto l'opposizione, accertando la tempestiva denuncia dei vizi avvenuta lo stesso giorno della consegna tramite testimonianze. La Cassazione ha rigettato il ricorso del fornitore, confermando che la qualificazione del contratto (vendita o appalto) è irrilevante se la denuncia dei vizi è immediata. Inoltre, il grave inadempimento del fornitore, che ha costretto l'acquirente a rivolgersi a terzi, giustifica la risoluzione del contratto e la condanna al risarcimento dei danni subiti.
Continua »
Licenziamento per scarso rendimento: legittimo anche senza codice
Un venditore è stato licenziato dall'azienda per scarso rendimento, avendo mancato costantemente gli obiettivi di produzione stabiliti. Il lavoratore ha impugnato il provvedimento, lamentando, tra le altre cose, la mancata affissione del codice disciplinare aziendale e l'uso illegittimo di precedenti sanzioni già scontate. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del dipendente, confermando la legittimità del licenziamento per giustificato motivo soggettivo. I giudici hanno chiarito che l'affissione del codice disciplinare non è necessaria quando la condotta viola i doveri fondamentali di diligenza e fedeltà. Inoltre, i precedenti disciplinari possono essere legittimamente valutati per misurare la gravità complessiva della colpa del lavoratore, senza violare il principio del ne bis in idem. Il lavoratore perde la causa e deve pagare le spese legali.
Continua »
Mediazione obbligatoria: l’avvocato delegato salva lo sfratto
Una società locatrice ha intimato lo sfratto per morosità a una società conduttrice che, dopo la disdetta del contratto di locazione commerciale, ha smesso di pagare i canoni pur continuando a occupare l'immobile. Il conduttore ha eccepito l'improcedibilità della domanda, sostenendo che la mediazione obbligatoria fosse invalida perché il locatore non vi aveva partecipato personalmente, ma tramite il proprio avvocato munito di procura notarile. La Corte d'Appello ha invece dichiarato risolto il contratto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del conduttore, confermando che la mediazione obbligatoria è valida anche se la parte si fa sostituire da un rappresentante (incluso il proprio difensore), purché quest'ultimo sia munito di una procura speciale sostanziale e non di una semplice procura alle liti.
Continua »
Responsabilità del professionista: paga lui l’abuso edilizio
Una committente ha chiesto il risarcimento dei danni a un architetto, incaricato come progettista e direttore dei lavori strutturali, a causa di gravi difformità rispetto al permesso di costruire comunale. L'architetto aveva di fatto modificato il progetto originario senza richiedere le necessarie varianti edilizie, causando un abuso edilizio sanzionato dal Comune. La Corte d'Appello ha condannato il professionista a risarcire alla cliente l'importo della sanzione amministrativa (€ 13.533,00) e a restituire parte dei compensi. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibile il ricorso dell'architetto. La sentenza ribadisce la responsabilità del professionista quando si sostituisce ad altri tecnici e realizza modifiche non autorizzate, subendo la perdita del compenso e l'obbligo di risarcire le sanzioni subite dal cliente.
Continua »
Certificato di agibilità nella locazione: locale usato, affitto dovuto
Un inquilino ha smesso di pagare i canoni d'affitto di un immobile commerciale, contestando la mancanza del certificato di agibilità nella locazione. Il proprietario ha ottenuto un decreto ingiuntivo per il recupero delle somme. L'inquilino ha proposto opposizione chiedendo la risoluzione del contratto e sollevando l'eccezione di inadempimento. I giudici di merito hanno respinto l'opposizione, rilevando che l'inquilino aveva comunque utilizzato l'immobile per i propri scopi e che l'inadempimento del proprietario non era così grave da giustificare il blocco dei pagamenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'inquilino, confermando che la valutazione sulla gravità dell'inadempimento spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità. L'inquilino perde definitivamente la causa e deve pagare le spese legali.
Continua »
Preliminare di preliminare: salta l’accordo ma la caparra resta
Il Promissario Acquirente e il Promittente Venditore firmano un accordo per la compravendita di un terreno, prevedendo un successivo preliminare di preliminare e il versamento di una seconda caparra confirmatoria. Il Promissario Acquirente non versa la somma alla scadenza pattuita, pretendendo invece la risoluzione del contratto e il doppio della caparra iniziale, accusando il venditore di non averlo convocato per il secondo atto e di non aver approvato il piano di lottizzazione. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'acquirente: il primo contratto conteneva già tutti gli elementi essenziali, rendendo superfluo il secondo preliminare. Di conseguenza, l'obbligo di versare la seconda caparra era immediatamente esigibile. Il venditore trattiene legittimamente la caparra iniziale a causa del grave inadempimento dell'acquirente.
Continua »
Risoluzione del contratto per inadempimento: esclusiva o disagi?
Una società di ristorazione, affittuaria di un locale in un centro commerciale, ha chiesto la risoluzione del contratto per inadempimento della società concedente. L'affittuaria lamentava la mancata garanzia dell'uso esclusivo dell'area ristoro comune, dove sedevano anche clienti di altre attività. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, rilevando l'assenza di un patto di esclusiva e la scarsa importanza dei disagi lamentati, dichiarando invece risolto il contratto per inadempimento della stessa affittuaria. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibile il ricorso dell'affittuaria. I giudici hanno chiarito che, senza prove di un danno concreto e in assenza di un accordo specifico, i disagi sporadici non legittimano lo scioglimento del rapporto contrattuale.
Continua »
Sospensione del pagamento del canone: se usi il bene devi pagare
Una società conduttrice di un immobile commerciale ha chiesto la risoluzione del contratto e il risarcimento dei danni, lamentando irregolarità urbanistiche che ostacolavano il rilascio della licenza commerciale. I locatori si sono attivati rapidamente ottenendo la sanatoria edilizia in tempi brevi. Nel frattempo, la conduttrice ha attuato la sospensione del pagamento del canone. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della conduttrice, confermando che la sospensione del pagamento del canone non era giustificata, poiché la società non aveva mai perso la disponibilità del locale e le difformità erano state sanate tempestivamente senza compromettere l'uso dell'immobile.
Continua »
Clausola risolutiva espressa: il debitore perde contro il leasing
Una società di leasing ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro un'azienda utilizzatrice e il suo fideiussore per il mancato pagamento dei canoni. I debitori si sono opposti contestando la gravità dell'inadempimento e la validità della garanzia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei debitori. I giudici hanno chiarito che la presenza di una clausola risolutiva espressa esclude qualsiasi valutazione del giudice sulla gravità dell'inadempimento, poiché le parti hanno già stabilito in anticipo l'importanza della violazione. Inoltre, la deroga ai termini di decadenza della fideiussione è del tutto legittima se concordata tra le parti. Di conseguenza, i debitori perdono la causa e devono pagare i canoni arretrati e le spese legali.
Continua »
Clausola risolutiva espressa: la tolleranza non salva il ritardo
Il Consorzio Committente si opponeva al pagamento delle prestazioni di un Professionista per gravi ritardi, invocando la clausola risolutiva espressa prevista nel contratto. La Corte d'appello aveva ritenuto che la tolleranza iniziale del ritardo escludesse la gravità dell'inadempimento e che i minimi tariffari fossero inderogabili. La Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che la tolleranza non cancella la clausola risolutiva espressa e che il giudice non può valutare la gravità dell'inadempimento se le parti l'hanno già predeterminata. Inoltre, per le opere pubbliche, i minimi tariffari dei professionisti sono derogabili. La sentenza è stata cassata con rinvio.
Continua »
Diffida ad adempiere: come salvare gli immobili dal fallimento
Due sorelle vendono alcuni immobili a una società edile in cambio della ristrutturazione di altre proprietà. La società non consegna la fideiussione concordata per garantire i lavori. Le proprietarie inviano quindi una diffida ad adempiere, ma l'impresa non adempie e successivamente fallisce. Le sorelle chiedono la restituzione dei beni al fallimento. Il Tribunale accoglie la domanda, dichiarando risolto il contratto sia per l'inadempimento che per la diffida rimasta senza esito. La Cassazione dichiara inammissibile il ricorso del Fallimento. Poiché i curatori hanno contestato solo la gravità dell'inadempimento e non gli effetti della diffida ad adempiere, la decisione di merito resta valida. Le proprietarie ottengono definitivamente la restituzione dei loro immobili.
Continua »
Esclusione del socio: se mancano le prove la delibera è nulla
Una società in nome collettivo ha deliberato l'esclusione del socio contestandogli svariati addebiti, tra cui prelievi ingiustificati, uso personale di beni aziendali e concorrenza sleale. Gli eredi del socio hanno impugnato la delibera. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno dichiarato illegittima l'esclusione, ritenendo le accuse non provate, generiche o prive della gravità richiesta dalla legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società. I giudici hanno chiarito che l'esclusione del socio richiede un inadempimento grave, idoneo a ostacolare l'attività sociale. La valutazione su tale gravità spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità. Di conseguenza, la società perde la causa e deve rimborsare le spese legali.
Continua »
Revoca dei finanziamenti pubblici: un solo giorno costa un milione
L'Impresa ha ottenuto un contributo pubblico per realizzare un hotel, ma non ha inviato le note di monitoraggio e ha versato in ritardo la propria quota di capitale. Il Ministero ha quindi disposto la revoca dei finanziamenti pubblici. L'Impresa ha contestato il provvedimento, ritenendo il ritardo minimo e la sanzione sproporzionata. La Corte di Cassazione ha invece stabilito che nei rapporti con la Pubblica Amministrazione non si applicano le normali regole dei contratti privati sulla gravità dell'inadempimento. Il mancato rispetto anche di un solo obbligo di trasparenza o di scadenza legittima la revoca automatica dei fondi, equiparabile a una clausola risolutiva espressa. L'Impresa perde definitivamente la causa e deve restituire le somme ricevute, oltre a pagare le spese legali.
Continua »
Risoluzione per impossibilità sopravvenuta: no al doppio caparra
I Promissari Acquirenti e i Promittenti Venditori stipulano un preliminare di vendita immobiliare con versamento di una caparra confirmatoria. Successivamente, l'immobile viene venduto a terzi e gli acquirenti comprano un altro bene. I giudici di merito dichiarano la risoluzione per impossibilità sopravvenuta della prestazione, ma condannano i venditori a pagare il doppio della caparra. La Cassazione accoglie il ricorso dei venditori, stabilendo che la risoluzione per impossibilità sopravvenuta esclude il risarcimento del danno e la condanna al doppio della caparra, che presuppongono invece un inadempimento colpevole. Di conseguenza, i venditori devono restituire solo la caparra originariamente ricevuta e non il doppio.
Continua »
Licenziamento disciplinare: scontrini non emessi e cassa vuota
Un dipendente è stato licenziato per aver omesso di emettere gli scontrini fiscali e non aver versato in cassa il denaro dei clienti in quattro occasioni. La Corte d'Appello ha confermato la legittimità del provvedimento. Il lavoratore ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la proporzionalità della sanzione e la valutazione delle prove. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso principale. I giudici hanno chiarito che il giudizio di legittimità non può trasformarsi in un terzo grado di merito per rivalutare i fatti. Di conseguenza, il licenziamento disciplinare è definitivo e il lavoratore è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
Continua »
Inadempimento del contratto preliminare: scontro tra contraenti
Un Acquirente e una Venditrice firmano un accordo per la compravendita di un immobile. A causa di disaccordi sulla data del rogito e sul notaio, sorge una lite. L'Acquirente chiede prima il trasferimento forzato e poi la risoluzione del contratto. La Corte d'Appello addebita l'inadempimento del contratto preliminare alla sola Venditrice. La Cassazione, tuttavia, accoglie il ricorso di quest'ultima. I giudici stabiliscono che il tribunale deve compiere una valutazione comparativa e unitaria del comportamento di entrambe le parti, verificando chi abbia violato la buona fede contrattuale. La Cassazione rileva anche l'omessa pronuncia sulla cancellazione della trascrizione della domanda giudiziale ormai abbandonata dall'Acquirente. La sentenza viene cassata con rinvio.
Continua »
Mancanza del certificato di abitabilità: la caparra raddoppia
Una promissaria acquirente ha firmato un contratto preliminare per l'acquisto di un locale commerciale. L'immobile era privo del certificato di abitabilità. Dopo oltre un anno di attesa e solleciti rimasti senza risposta, l'acquirente ha esercitato il recesso per la mancanza del certificato di abitabilità, chiedendo il doppio della caparra. Il promittente venditore si è opposto, sostenendo di aver poi ottenuto il certificato e che il ritardo dipendeva dal Comune. La Corte di Cassazione ha dato ragione all'acquirente. I giudici hanno stabilito che l'inerzia prolungata del venditore per oltre un anno costituisce un grave inadempimento. Questo ritardo supera il limite di tolleranza e fa venir meno l'interesse all'acquisto, legittimando il recesso e il diritto a ricevere il doppio della caparra versata.
Continua »
Risoluzione del contratto: quando il disservizio parziale non basta
Un'azienda di trasporti ha stipulato un contratto con una compagnia telefonica per il monitoraggio satellitare e il controllo del carburante di tredici automezzi. A causa del malfunzionamento del sistema di rilevazione del carburante, l'azienda ha richiesto la risoluzione del contratto per grave inadempimento. I giudici di merito hanno respinto la richiesta, rilevando che gli altri servizi funzionavano regolarmente, escludendo quindi la gravità del disservizio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda. La Suprema Corte ha evidenziato che la ricorrente non ha riportato nel ricorso i capitoli di prova testimoniale non ammessi, violando il principio di autosufficienza. Di conseguenza, la richiesta di risoluzione del contratto è stata definitivamente respinta, confermando la condanna dell'azienda al pagamento parziale dei servizi ricevuti.
Continua »
Risoluzione del contratto di appalto negata per vizi lievi
Una committente ha chiesto la risoluzione del contratto di appalto a causa di vizi strutturali, tra cui la mancanza di adeguamento sismico, in un immobile trasformato da garage a civile abitazione. L'appaltatore ha invece richiesto il pagamento dei lavori eseguiti. I giudici di merito hanno negato lo scioglimento del contratto, ritenendo i vizi superabili con una spesa contenuta, e hanno disposto solo il risarcimento per la messa a norma. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della committente. La Suprema Corte ha chiarito che la valutazione sulla gravità dei vizi e sulla loro incidenza sulla funzionalità dell'opera costituisce un accertamento di fatto riservato ai giudici di merito, non censurabile in sede di legittimità. Di conseguenza, la committente perde la causa e deve pagare le spese processuali.
Continua »
Certificato di agibilità: la mancanza non annulla l’acquisto
Il Promissario Acquirente di un immobile recedeva dal contratto preliminare pretendendo il doppio della caparra a causa della mancanza del certificato di agibilità. La Promittente Venditrice otteneva in corso di causa la sanatoria delle difformità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'acquirente, stabilendo che la mancata consegna del certificato di agibilità non giustifica la risoluzione o il recesso se l'immobile possiede comunque i requisiti sostanziali di sicurezza e igiene. In questo caso, l'inadempimento ha natura meramente formale e documentale, configurando un difetto di scarsa importanza che esclude lo scioglimento del contratto, ferma restando la possibilità di chiedere l'adempimento o il risarcimento del danno.
Continua »