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Art. 1455 Codice Civile — Sezione Prima Civile

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135 provvedimenti

Altri anni per Art. 1455 Codice Civile

Risoluzione contratto e fallimento: la Cassazione frena
Una società edile aveva ottenuto la risoluzione di un contratto di compravendita e la restituzione di immobili da un'altra impresa, successivamente fallita. La Curatela fallimentare ha impugnato la decisione. La Corte di Cassazione, rilevando un contrasto giurisprudenziale sulla sorte della domanda di risoluzione contratto e fallimento, ha deciso di rinviare la causa a nuovo ruolo per un esame più approfondito insieme a un caso analogo, sospendendo di fatto il giudizio.
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Conto finale appalti: l’accettazione senza firma
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 4805/2023, ha rigettato il ricorso di un'impresa edile condannata a restituire somme percepite in eccesso da un ente pubblico. La Corte ha stabilito che la mancata sottoscrizione del conto finale da parte dell'impresa, dopo essere stata regolarmente convocata, equivale a un'accettazione tacita delle somme in esso contenute, rendendo legittima la richiesta di restituzione dell'indebito. Inoltre, è stata confermata l'inammissibilità della domanda di risarcimento danni dell'impresa per la sua eccessiva genericità.
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Inadempimento obblighi informativi: risoluzione contratto
Un istituto di credito ha impugnato una decisione che aveva sancito la risoluzione di un contratto di investimento a causa dell'inadempimento degli obblighi informativi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che una grave violazione dei doveri informativi giustifica la risoluzione contrattuale, distinguendola nettamente dall'azione di risarcimento del danno, per la quale è invece necessario provare il nesso causale.
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Contratto swap: la Cassazione e l’alea razionale
La Corte di Cassazione si pronuncia sulla validità di un contratto swap (IRS), rigettando il ricorso di una società agricola contro un istituto di credito. La Corte chiarisce che la validità di un contratto swap si fonda sul concetto di 'alea razionale', ovvero sulla consapevolezza del rischio da parte dell'investitore. Anche in assenza di scenari probabilistici espliciti, il contratto è valido se il cliente ha ricevuto informazioni sufficienti a comprendere la rischiosità dell'operazione, come la classe di rischio e il potenziale range di perdita. Le lievi discrasie tra il derivato e il finanziamento sottostante non sono state ritenute sufficienti a invalidare la sua funzione di copertura.
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Contratti derivati: nullità senza Mark to Market
Una società ha contestato la validità di alcuni contratti derivati (swap) stipulati con un istituto bancario, lamentando l'assenza di elementi essenziali come il Mark to Market (MtM) e gli scenari probabilistici. Dopo un lodo arbitrale e una sentenza d'appello favorevoli alla banca, la Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione. La Suprema Corte ha stabilito che l'indicazione del MtM e degli scenari di rischio non sono meri obblighi informativi, ma requisiti strutturali per la validità dei contratti derivati, in quanto definiscono l'alea razionale del negozio. La loro assenza rende il contratto nullo per indeterminatezza dell'oggetto e difetto di causa.
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Obblighi informativi banca: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un istituto di credito per la violazione degli obblighi informativi banca nei confronti di un cliente. Il caso riguardava l'acquisto di titoli ad alto rischio, sollecitato senza adeguata documentazione e trasparenza. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso della banca, sottolineando che l'onere di dimostrare di aver fornito informazioni corrette e adeguate spetta all'intermediario finanziario, una prova che in questo caso non è stata fornita, anche a causa della mancata produzione dell'ordine di acquisto.
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Interpretazione del contratto: la prova testimoniale
La Corte di Cassazione ha annullato la decisione di merito che aveva revocato un finanziamento a un imprenditore per mancata presentazione di documenti. La Corte ha stabilito che, in presenza di clausole contrattuali ambigue, il giudice non può rifiutare di ammettere prove testimoniali volte a chiarire la volontà delle parti. L'errata interpretazione del contratto e il rifiuto delle prove hanno viziato la sentenza, che ora dovrà essere riesaminata.
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Obblighi informativi banca: Cassazione su Bond
Un investitore ha subito perdite a causa del default dei bond argentini. La Cassazione ha confermato la responsabilità dell'istituto di credito per la violazione degli obblighi informativi banca, specificando che la consegna del documento generale sui rischi non è sufficiente. La richiesta di risarcimento del danno è autonoma da quella di risoluzione del contratto.
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Clausola risolutiva espressa: guida alla risoluzione
Un'impresa appaltatrice di servizi di manutenzione antincendio non adempie a plurimi interventi previsti dal contratto con un ente pubblico. Quest'ultimo risolve il contratto avvalendosi di una clausola risolutiva espressa. La Corte di Cassazione conferma la legittimità della risoluzione, chiarendo che la presenza di tale clausola rende irrilevante la valutazione giudiziale sulla gravità dell'inadempimento, poiché le parti l'hanno predeterminata nel contratto. Il ricorso dell'impresa viene dichiarato inammissibile.
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Atto integrativo appalto: effetti sulla risoluzione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 28711/2024, ha chiarito l'impatto di un atto integrativo appalto sulla successiva risoluzione del contratto. In un caso riguardante un contratto di costruzione, le parti avevano stipulato un accordo transattivo per superare precedenti inadempienze. La Corte ha stabilito che, ai fini della risoluzione per inadempimento, si devono considerare solo i comportamenti successivi a tale accordo, che di fatto 'resetta' il rapporto contrattuale. La Suprema Corte ha quindi rigettato il ricorso dell'appaltatrice, confermando che l'accordo transattivo impediva di rivalutare le colpe pregresse, attribuendo la responsabilità della risoluzione esclusivamente alla parte che ha commesso inadempimenti dopo la stipula dell'atto integrativo.
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Onere della prova: chi deve dimostrare l’adempimento?
Una società di ingegneria ha citato in giudizio un ente pubblico per il mancato pagamento di alcuni studi di fattibilità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, sottolineando che l'onere della prova dell'avvenuto adempimento contrattuale grava su chi richiede il pagamento. Poiché la società non ha mai depositato in giudizio gli studi realizzati, non ha potuto dimostrare il proprio diritto al compenso, rendendo la sua domanda infondata.
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Improcedibilità ricorso Cassazione: onere della prova
Una società ha presentato ricorso contro un Comune per un contratto d'appalto. La Cassazione ha dichiarato l'improcedibilità del ricorso in Cassazione perché la società, pur dichiarando la notifica della sentenza d'appello, non ha depositato la relativa prova di notifica (relata), violando l'art. 369 c.p.c. e il principio di autoresponsabilità.
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Onere della prova professionista: chi deve dimostrare?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 26166/2024, ha rigettato il ricorso di un advisor finanziario la cui richiesta di compenso era stata esclusa dal passivo di un fallimento. La Corte ha ribadito che l'onere della prova professionista grava su quest'ultimo: in caso di contestazione da parte del curatore fallimentare sull'adempimento, spetta al professionista dimostrare di aver eseguito la prestazione con la dovuta diligenza e in modo completo, non essendo sufficiente la mera allegazione dell'incarico ricevuto.
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Prova presuntiva: quando il ricorso è inammissibile
Una società si è vista revocare un contributo pubblico a causa di fatture false. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il suo ricorso, chiarendo che criticare la valutazione della prova presuntiva basata sulla falsità dei bonifici costituisce un tentativo di riesaminare il merito della causa, compito precluso al giudice di legittimità.
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Motivazione apparente: Cassazione annulla decreto
Un professionista si oppone all'esclusione del suo credito dallo stato passivo di una cooperativa in liquidazione coatta. Il Tribunale rigetta l'opposizione, ma la Corte di Cassazione annulla la decisione per motivazione apparente e per aver omesso di esaminare un atto di riconoscimento del debito, ritenuto decisivo. La Suprema Corte ha chiarito che una motivazione è apparente quando, pur esistendo, non consente di comprendere l'iter logico seguito dal giudice, e che il riconoscimento di debito anteriore alla procedura sposta l'onere della prova sul liquidatore.
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Risoluzione concordato preventivo: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione conferma la risoluzione concordato preventivo di una società per inadempimento. La Corte ha stabilito che la mancata soddisfazione dei creditori, dovuta a una liquidità inferiore alle attese, giustifica la risoluzione a prescindere da una colpa specifica del debitore, poiché la funzione primaria del concordato è tutelare i creditori.
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Nullità parziale contratto: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha dichiarato inammissibile il ricorso di alcuni clienti contro un istituto di credito. I ricorrenti lamentavano la nullità dei contratti per anatocismo, truffa e usura. La Corte ha confermato la decisione d'appello, ribadendo il principio della nullità parziale contratto: la presenza di una clausola illegittima sull'anatocismo non annulla l'intero accordo, ma solo la clausola stessa. Il ricorso è stato respinto perché mirava a una nuova valutazione dei fatti, compito non spettante alla Corte di Cassazione.
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Associazione in partecipazione: risoluzione e limiti
La Corte di Cassazione analizza un caso di risoluzione di un contratto di associazione in partecipazione per inadempimento reciproco. Una società culturale e una di gestione stazioni si accusavano a vicenda di violazioni contrattuali. La Corte ha confermato la risoluzione per l'inadempimento più grave della società associante, ma ha respinto le richieste di risarcimento della società associata per mancanza di prove concrete del danno. La sentenza chiarisce i limiti dell'effetto retroattivo della risoluzione e l'onere della prova per i danni.
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Esclusione socio amministratore: la mala gestio basta?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 16043/2024, ha stabilito che la grave inadempienza degli obblighi gestori da parte di un socio-amministratore, come l'omessa presentazione del rendiconto per anni, costituisce una causa legittima per la sua esclusione dalla società. La Corte ha chiarito che nelle società di persone non si può scindere la figura del socio da quella dell'amministratore, pertanto una cattiva gestione incide direttamente sul rapporto fiduciario (affectio societatis) e può giustificare l'esclusione socio amministratore.
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Quietanza di pagamento: quando non basta a provare?
In un caso di cessione di quote societarie, il venditore ha contestato il pagamento nonostante una quietanza di pagamento scritta. L'acquirente ha ammesso in giudizio di aver consegnato un assegno, mai incassato, ma non è riuscito a provarne l'effettiva consegna. La Corte di Cassazione ha confermato la risoluzione del contratto per grave inadempimento, stabilendo che la confessione del debitore può superare il valore probatorio della quietanza e che l'onere di provare la consegna del titolo di pagamento grava sul debitore stesso. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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