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Art. 1455 Codice Civile — Anno 2022

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85 provvedimenti

Altri anni per Art. 1455 Codice Civile

Contratto preliminare di compravendita: il venditore perde tutto
Un promittente venditore ha proposto ricorso contro la decisione della Corte d'Appello che aveva dichiarato risolto il contratto preliminare di compravendita per inadempimento, condannandolo a restituire ottomila euro all'acquirente. La controversia riguardava la regolarità urbanistica dell'immobile e la presenza di una concessione in sanatoria. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del venditore. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla gravità dell'inadempimento e l'esame delle prove spettano esclusivamente al giudice di merito e non possono essere riesaminati in sede di legittimità. Di conseguenza, l'acquirente ottiene definitivamente la risoluzione del contratto e la restituzione della somma versata.
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Termine essenziale nel preliminare: quando il ritardo non basta
Due Venditrici e un Acquirente firmano un accordo per la vendita di un immobile. L'accordo fissa una data di scadenza definita improrogabile. Al momento del rogito, l'Acquirente offre assegni bancari che le Venditrici rifiutano, chiedendo poi la risoluzione del contratto. L'Acquirente chiede invece il trasferimento della proprietà, lamentando che le Venditrici avevano nascosto un'ipoteca sull'immobile, ostacolando il suo mutuo. La Cassazione rigetta il ricorso delle Venditrici. La Corte stabilisce che l'uso della parola improrogabile non basta a creare un **termine essenziale nel preliminare**. I giudici devono valutare la gravità dei reciproci comportamenti: nascondere un'ipoteca è ben più grave del tentativo di pagare con assegni bancari. L'Acquirente ottiene la proprietà dell'immobile pagando il saldo con assegni circolari.
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Contratto preliminare di compravendita: no a recesso se sanabile
I Promissari Acquirenti hanno firmato un contratto preliminare di compravendita per l'acquisto di un immobile. Successivamente, hanno scoperto che alcuni locali al piano terra erano privi del certificato di abitabilità. Per questo motivo, hanno esercitato il recesso chiedendo la restituzione del doppio della caparra. I Promittenti Venditori si sono però offerti di sanare l'irregolarità a proprie spese, ma gli acquirenti hanno rifiutato. La Corte d'Appello ha ritenuto il recesso ingiustificato poiché l'abuso era sanabile e i venditori erano pronti a pagare. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile: la valutazione sulla gravità dell'inadempimento spetta solo ai giudici di merito. Gli acquirenti perdono la causa e devono pagare le spese legali.
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Clausola risolutiva espressa: debito minimo e perdita del bene
La Corte di Cassazione ha confermato la risoluzione di un contratto di leasing immobiliare a causa del mancato pagamento dei canoni da parte dell'utilizzatore. La società di leasing ha legittimamente esercitato la clausola risolutiva espressa prevista nel contratto, comunicando la propria volontà di sciogliere il rapporto. La Suprema Corte ha chiarito che, in presenza di tale clausola, il giudice non deve valutare la gravità dell'inadempimento, poiché le parti hanno già stabilito in anticipo l'importanza della violazione. Inoltre, l'esercizio di questo diritto non costituisce un abuso, anche se l'importo non pagato è ridotto rispetto al valore totale del contratto. L'utilizzatore perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Garanzia per vizi: asfalto difettoso ma pagamento dovuto
L'Acquirente ha contestato la fornitura di asfalto da parte del Fornitore, lamentando una percentuale di bitume inferiore a quella pattuita e richiedendo la risoluzione del contratto e il risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la lieve difformità del materiale rientra nella disciplina della garanzia per vizi e non nella mancanza di qualità essenziali. Poiché il difetto era di scarsa importanza e l'Acquirente non ha dimostrato il nesso causale tra il materiale e i danni riscontrati (potenzialmente dovuti alla posa in opera), la richiesta di risarcimento è stata respinta. Il Fornitore vince definitivamente la causa, mantenendo il diritto al pagamento della fornitura.
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Calcolo delle competenze professionali: stop a tagli arbitrari
Un committente ha affidato a un geometra l'incarico di progettare un edificio e dirigerne i lavori. Il professionista ha eseguito correttamente la progettazione ma non la direzione dei lavori. Il committente ha chiesto la risoluzione del contratto per inadempimento. La Corte d'Appello ha escluso la risoluzione, riducendo però il compenso del 25%. La Cassazione ha stabilito che il mancato svolgimento della direzione lavori non è un inadempimento così grave da sciogliere il contratto. Tuttavia, ha accolto il ricorso del committente sul calcolo delle competenze professionali. I giudici di secondo grado hanno infatti ridotto il compenso in modo arbitrario, senza applicare i criteri analitici della tariffa professionale dei geometri (Legge n. 144/1949) e senza giustificare il rimborso delle spese. La causa torna in Corte d'Appello per un nuovo calcolo.
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Risoluzione contratto preliminare: addio acquisto ma acconti salvi
Il Venditore ha chiesto la risoluzione del contratto preliminare per inadempimento dell'Acquirente, la quale, pur avendo ottenuto il possesso anticipato di un terreno, non ha rispettato le scadenze di pagamento. L'Acquirente si è difesa eccependo la presenza di una penale per il ritardo e un presunto inadempimento del Venditore. I giudici di merito hanno dichiarato la risoluzione del contratto preliminare per la gravità del ritardo dell'Acquirente. La Corte di Cassazione ha confermato la risoluzione, stabilendo che la penale per il ritardo non esclude la risoluzione. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'Acquirente limitatamente alla mancata restituzione degli acconti versati. La sentenza è stata cassata con rinvio affinché il giudice d'appello si pronunci sulla restituzione delle somme.
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Competenza territoriale esclusiva: il ritardo salva il cliente
Una società utilizzatrice ha citato in giudizio una società di leasing davanti al Tribunale di Sassari per contestare la risoluzione di un contratto. La società di leasing si è costituita in ritardo, eccependo l'incompetenza del tribunale in favore del Foro di Milano, indicato nel contratto come esclusivo. Il Tribunale di Sassari si è dichiarato incompetente. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società utilizzatrice, stabilendo che la competenza territoriale esclusiva stabilita dalle parti non è una competenza inderogabile per legge. Di conseguenza, il giudice non poteva rilevarla d'ufficio e l'eccezione della società di leasing, essendo stata presentata in ritardo, era ormai inammissibile. La causa deve quindi proseguire a Sassari.
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Accettazione dell’opera nell’appalto: consegna non è gradimento
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un'impresa appaltatrice, confermando la risoluzione del contratto e il risarcimento dei danni a favore del committente. La vicenda nasce dalla contestazione di gravi difetti nella lavorazione di porfido. L'appaltatore sosteneva che la presa in consegna della merce equivalesse ad accettazione, facendo scattare la decadenza per la denuncia dei vizi. La Suprema Corte ha chiarito che la semplice consegna materiale è distinta dall'accettazione dell'opera nell'appalto, la quale richiede una reale manifestazione di gradimento. Fino a quando non avviene l'accettazione, l'onere di provare la corretta esecuzione dei lavori grava sull'appaltatore. Poiché l'opera era del tutto inadatta all'uso e non accettata, il committente ha ottenuto legittimamente la risoluzione del contratto e il risarcimento dei danni subiti.
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Clausola risolutiva espressa: il debitore perde contro la banca
Un debitore si oppone al precetto di pagamento di oltre tre milioni di euro notificato dalla banca per un mutuo fondiario. Il debitore contesta la validità della clausola risolutiva espressa, ritenendola contraria alle norme bancarie e chiedendo una valutazione sulla gravità del suo inadempimento. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano che l'interpretazione del contratto spetta solo al giudice di merito e che la clausola risolutiva espressa è pienamente valida se legata a eventi gravi, come le numerose ipoteche iscritte da altri creditori sul patrimonio del debitore. Di conseguenza, il debitore perde la causa e viene condannato a pagare le spese legali.
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Opposizione all’esecuzione: sbagliare ricorso costa caro
Un creditore ha notificato un precetto di pagamento a un debitore sulla base di un decreto ingiuntivo, ottenuto dopo la risoluzione di un accordo transattivo. Il debitore ha proposto opposizione all'esecuzione contestando la validità della clausola risolutiva. Il Tribunale ha rigettato l'opposizione. Il debitore ha quindi proposto ricorso direttamente in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso: a seguito delle riforme legislative, le sentenze sull'opposizione all'esecuzione non sono più direttamente ricorribili in Cassazione, ma devono essere impugnate tramite appello. Il ricorso è stato quindi rigettato per un errore nella scelta del mezzo di impugnazione.
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Impugnazione del lodo arbitrale: l’azienda perde e paga i danni
Un'azienda immobiliare ha proposto l'impugnazione del lodo arbitrale che aveva dichiarato risolto un contratto preliminare di compravendita per suo grave inadempimento, condannandola a restituire oltre 290.000 euro all'acquirente. La Corte d'Appello ha respinto l'impugnazione. L'azienda si è rivolta alla Cassazione, lamentando vizi di motivazione e violazioni di legge. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che l'impugnazione del lodo arbitrale non permette di ridiscutere il merito della decisione o la congruità della motivazione, purché questa sia comprensibile. Poiché il ricorso era palesemente infondato e frutto di colpa grave, la Cassazione ha condannato l'azienda anche per lite temeraria al pagamento di 5.000 euro di danni, oltre alle spese di giudizio.
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Licenziamento per giusta causa: sbarra alzata e addio al posto
Un esattore autostradale è stato licenziato per aver oscurato con della carta la barriera ottica del casello, lasciando la sbarra alzata per intascare i pedaggi degli automobilisti. L'Azienda ha provato la condotta tramite investigatori privati. La Corte d'Appello ha ritenuto legittimo il licenziamento, decisione ora confermata dalla Corte di Cassazione. I giudici hanno stabilito che il licenziamento per giusta causa è proporzionato, anche se l'episodio è isolato e la somma sottratta è minima. L'uso di raggiri per rubare denaro al datore di lavoro distrugge infatti in modo definitivo il vincolo di fiducia. Il ricorso del Lavoratore è stato respinto, confermando la perdita del posto di lavoro e la condanna al pagamento delle spese legali.
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Riduzione del prezzo nell’appalto: negata se l’opera è a metà
Un committente ha pagato interamente un'impresa per lavori edili mai ultimati e affetti da difetti. Il committente ha richiesto in giudizio la risoluzione del contratto e, in via subordinata, la riduzione del prezzo nell'appalto per i vizi riscontrati. L'impresa si è difesa sostenendo che l'interruzione dei lavori era giustificata da una variante al progetto richiesta dallo stesso committente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del committente, stabilendo che la speciale tutela della riduzione del prezzo nell'appalto prevista dall'articolo 1668 del Codice Civile si applica esclusivamente quando l'opera è stata interamente completata. Se i lavori sono incompiuti, il committente non può invocare questa specifica garanzia, ma deve agire secondo le regole ordinarie della risoluzione contrattuale per inadempimento. Di conseguenza, il committente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese legali.
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Certificato di abitabilità tardivo: il contratto non si annulla
Un'acquirente firmava un contratto preliminare per l'acquisto di una casa, versando una caparra. Al momento del rogito, i venditori non presentavano il certificato di abitabilità. L'acquirente chiedeva quindi la risoluzione del contratto. Durante la causa di primo grado, i venditori ottenevano e depositavano il documento. La Corte d'Appello dichiarava comunque risolto il contratto per grave inadempimento dei venditori. La Cassazione ha accolto il ricorso dei venditori, stabilendo che la mancata consegna iniziale del certificato di abitabilità non comporta automaticamente la risoluzione del contratto se il documento viene rilasciato durante il giudizio e l'immobile possiede i requisiti necessari. La causa torna in appello per una nuova valutazione comparativa dei comportamenti delle parti.
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Risoluzione del contratto preliminare: pignoramento contro crisi
I Promissari Acquirenti hanno firmato un compromesso per l'acquisto di un terreno edificabile. Successivamente, hanno scoperto che l'immobile era gravato da un pignoramento immobiliare che ne bloccava la vendita. Hanno quindi richiesto la risoluzione del contratto preliminare per inadempimento della Società Venditrice. I giudici di merito hanno accolto la domanda, ordinando la restituzione delle somme versate. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibile il ricorso della Società Venditrice. La Suprema Corte ha chiarito che la presenza di un pignoramento non cancellato rappresenta un inadempimento definitivo e gravissimo dell'obbligo principale del venditore, tale da giustificare lo scioglimento del vincolo contrattuale, a prescindere da presunte difficoltà economiche degli acquirenti.
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Risoluzione contratto preliminare: giardino con accesso dal bagno
Un acquirente stipula un accordo per l'acquisto di un appartamento. Successivamente, scopre che il frazionamento necessario per l'abitabilità costringe a passare dal bagno per accedere al giardino. Questo dettaglio non era stato chiarito al momento della firma. L'acquirente chiede quindi la risoluzione del contratto preliminare per inadempimento dei venditori. La Corte d'Appello accoglie la domanda, ordinando la restituzione del doppio della caparra e dell'acconto. I venditori ricorrono in Cassazione, sostenendo che la modifica fosse di scarsa importanza. La Suprema Corte rigetta il ricorso, confermando che la modifica strutturale altera in modo sostanziale il bene promesso in vendita. L'acquirente vince definitivamente la causa e i venditori devono rimborsare tutte le spese legali.
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Opposizione a decreto ingiuntivo: ammesso il terzo danneggiato
Un'impresa appaltatrice ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro la titolare di una pasticceria per lavori di palificazione. La titolare ha proposto opposizione a decreto ingiuntivo chiedendo la risoluzione del contratto e i danni. Nello stesso atto, la società proprietaria dell'immobile ha chiesto il risarcimento dei danni causati dai lavori alla struttura. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile la domanda della società proprietaria, ritenendo che l'opposizione potesse essere proposta solo dal debitore ingiunto. La Cassazione ha invece accolto il ricorso sul punto, stabilendo che un terzo può inserire la propria domanda risarcitoria connessa direttamente nell'atto di opposizione, realizzando un cumulo di cause. Rigettata invece la richiesta di risoluzione del contratto della pasticceria, non essendo i vizi così gravi da rendere l'opera del tutto inutilizzabile.
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Risoluzione del contratto per inadempimento: no al riesame delle prove
L'Acquirente ha ottenuto dal Tribunale la risoluzione del contratto per inadempimento nei confronti della Società Venditrice, a causa di gravi violazioni contrattuali. La Corte d'Appello ha confermato la decisione. La Società Venditrice ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando una presunta errata valutazione delle prove da parte dei giudici di merito, in particolare riguardo a una quietanza di pagamento e ad alcuni bonifici. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione delle prove spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere riesaminata in sede di cassazione. Di conseguenza, la Società Venditrice è stata condannata al pagamento delle spese processuali e al versamento del doppio del contributo unificato.
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Contratto preliminare: il lungo ritardo non cancella l’acquisto
Nel 1996, il Promittente Venditore e il Promissario Acquirente firmano un contratto preliminare per la vendita di un immobile. L'acquirente paga l'intero prezzo ed entra subito nel possesso del bene, ma ritarda per anni la stipula del definitivo. Nel 2010, il venditore chiede la risoluzione del contratto per inadempimento. L'acquirente reagisce chiedendo il trasferimento forzato della proprietà. La Corte d'Appello, confermata dalla Cassazione, dà ragione all'acquirente. I giudici stabiliscono che il lungo ritardo dell'acquirente non costituisce un inadempimento grave, poiché il venditore ha incassato l'intero prezzo e ha tollerato il silenzio per quasi dieci anni senza attivarsi. Pertanto, viene disposto il trasferimento della proprietà dell'immobile all'acquirente.
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