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Art. 1375 Codice Civile — Sezione Seconda Civile

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281 provvedimenti

Altri anni per Art. 1375 Codice Civile

Responsabilità precontrattuale: quando è esclusa?
La Corte di Cassazione ha escluso la responsabilità precontrattuale di un venditore che ha interrotto le trattative per la vendita di un immobile. La decisione si fonda sulla constatazione che le parti non avevano mai raggiunto un accordo su un punto essenziale del contratto: la richiesta dell'acquirente di inserire una condizione sospensiva legata all'ottenimento di permessi edilizi, sempre rifiutata dal venditore. Secondo la Corte, in assenza di accordo su elementi chiave, non si forma un legittimo affidamento sulla conclusione del contratto, rendendo lecita l'interruzione delle negoziazioni.
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Risoluzione permuta cosa futura: è inadempimento?
La Corte di Cassazione si è pronunciata su un caso di risoluzione permuta cosa futura. La controversia nasce da un contratto preliminare per lo scambio di un terreno contro due villette da costruire. I proprietari del terreno avevano richiesto la risoluzione per inadempimento, accusando il costruttore di aver agito in malafede richiedendo i permessi a proprio nome. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il promissario acquirente era legittimato a richiedere il titolo edilizio e che il comportamento dei proprietari, che si erano rifiutati di collaborare per la creazione di un vincolo a parcheggio, era contrario a buona fede.
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Responsabilità venditore costruttore: la Cassazione chiarisce
La Cassazione, con l'ordinanza n. 17955/2024, ha stabilito che la responsabilità del venditore costruttore per gravi difetti si applica anche se non ha costruito direttamente l'immobile. È sufficiente che abbia mantenuto un potere di direzione o controllo sui lavori, invertendo l'onere della prova. La Corte ha cassato la sentenza di merito che aveva escluso tale responsabilità basandosi solo su un contratto d'appalto con terzi, ordinando un nuovo esame del caso.
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Abusi edilizi e recesso: quando è legittimo
Una promissaria acquirente ha scoperto significativi abusi edilizi in un immobile dopo aver firmato un contratto preliminare. I venditori avevano falsamente dichiarato che l'immobile era stato costruito prima del 1967. La Corte di Cassazione ha confermato il diritto dell'acquirente di recedere dal contratto e di ricevere il doppio della caparra versata, stabilendo che tali difformità costituiscono un grave inadempimento contrattuale, anche se non rendono nullo il contratto stesso.
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Onere della prova: come provare i danni subiti
In un caso di fornitura alimentare difettosa, la Corte di Cassazione ha stabilito che per ottenere il risarcimento dei danni, l'acquirente deve rispettare un rigoroso onere della prova. Non è sufficiente dimostrare la spesa potenziale per beni sostitutivi o consulenze legali, ma è necessario provare l'effettivo esborso economico. La sentenza annulla parzialmente la decisione precedente e rinvia il caso alla Corte d'Appello per una nuova valutazione delle prove fornite.
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Rinnovo del contratto: quando è un nuovo accordo?
Un fornitore di gelati ha citato in giudizio un'attività commerciale per la violazione di un patto di esclusiva. Il gestore sosteneva di aver legittimamente disdetto un contratto annuale, ma la Corte ha stabilito che le significative modifiche economiche introdotte con l'ultimo accordo, pur etichettato come rinnovo del contratto, lo qualificavano come un nuovo contratto di durata quinquennale. La Cassazione ha confermato, stabilendo che la sostanza economica dell'accordo prevale sulla forma, rendendo illegittima la disdetta anticipata e dovuto il pagamento della penale.
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Rinnovazione tacita: quando il contratto prosegue
Un'associazione di allevatori e una società di smaltimento avevano stipulato un contratto con un tetto di spesa. Nonostante il superamento del limite, il rapporto è proseguito. La Corte di Cassazione ha confermato che tale comportamento ha determinato la rinnovazione tacita del contratto, con la conseguente obbligazione per l'associazione di pagare le prestazioni extra. La Corte ha stabilito che l'interpretazione del contratto basata sulla condotta successiva delle parti è un apprezzamento di fatto non sindacabile in sede di legittimità.
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Interessi moratori nelle transazioni commerciali
Una società ha fornito parti robotiche non conformi per un progetto all'estero. Il committente ha sospeso il pagamento finale, invocando l'eccezione di inadempimento. La Corte di Cassazione ha confermato il diritto del committente di sospendere il pagamento a causa della grave inadempienza del fornitore, ma ha anche riconosciuto il diritto del committente a ricevere i più elevati interessi moratori commerciali su un credito separato vantato nei confronti del fornitore.
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Liquidazione quota socio: quando l’appello è valido?
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza d'appello che aveva dichiarato inammissibile il gravame di un socio receduto da una società semplice familiare. Al centro del caso vi è la liquidazione quota socio e la specificità dei motivi di appello. La Suprema Corte ha chiarito che l'appello è ammissibile se individua chiaramente le questioni contestate e le relative critiche, anche se non usa formule sacramentali. La causa è stata rinviata alla Corte d'Appello per un nuovo esame nel merito.
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Frazionamento del credito: quando è illegittimo
Un professionista, al termine di un lungo rapporto con un cliente, ha avviato numerose azioni legali separate per riscuotere i propri compensi. La Corte di Cassazione ha confermato che tale comportamento costituisce un abusivo frazionamento del credito, violando i principi di buona fede e correttezza processuale. La domanda è stata dichiarata improponibile perché, anche in assenza di un unico contratto formale, il rapporto tra le parti era sostanzialmente unitario e i crediti erano diventati esigibili contemporaneamente. Il creditore non ha dimostrato un interesse meritevole di tutela a giustificazione delle azioni separate.
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Recesso appalto: la clausola di rinnovo non lo esclude
Una società di trasporti si è opposta al recesso di una società committente da un contratto di appalto, sostenendo che la disdetta fosse tardiva a causa di una clausola di tacito rinnovo. La Corte di Cassazione ha stabilito che il diritto di recesso appalto del committente, previsto dall'art. 1671 c.c., coesiste con la clausola di rinnovo. Pertanto, il recesso era legittimo, sebbene potesse dar luogo a un indennizzo, che nel caso specifico non è stato riconosciuto perché richiesto tardivamente e non provato.
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Frazionamento del credito: quando è legittimo?
Un cliente ha contestato una richiesta di pagamento per onorari legali, sostenendo un illecito frazionamento del credito da parte del suo avvocato, che aveva avviato più azioni per diversi incarichi. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che quando le prestazioni professionali si riferiscono a procedimenti giudiziari distinti e separati, ogni credito ha un "titolo distinto". Di conseguenza, agire con ricorsi separati è legittimo e non costituisce un abuso del processo. La Corte ha inoltre ritenuto generiche le contestazioni del cliente sull'imputazione dei pagamenti effettuati.
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Affrancazione prezzo massimo: estingue il rimborso?
La Corte di Cassazione ha stabilito che il completamento della procedura di affrancazione del prezzo massimo di cessione, anche se avvenuto durante il processo, estingue il diritto dell'acquirente di ottenere il rimborso della somma pagata in eccesso. La Corte ha dichiarato la cessazione della materia del contendere a causa di questo fatto sopravvenuto, ma ha condannato i venditori a pagare le spese legali basandosi sul principio della soccombenza virtuale, poiché l'acquirente avrebbe vinto la causa in assenza dell'affrancazione.
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Buona fede contrattuale: l’appello inammissibile
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un'impresa che contestava il pagamento di un corrispettivo per lo smontaggio di un impianto. L'impresa lamentava la mancata copertura dei macchinari, ma la Corte ha stabilito che tale prestazione non era nel contratto e che il ricorso mirava a un riesame dei fatti, non consentito in sede di legittimità. La decisione riafferma i limiti del principio di buona fede contrattuale e l'onere della prova.
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Risarcimento del danno: quando la domanda è inammissibile
Un proprietario terriero ha citato in giudizio una società immobiliare per l'ostruzione di una servitù di passaggio, chiedendo un risarcimento del danno per una vendita immobiliare fallita. I tribunali hanno confermato la servitù ma negato il risarcimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso finale, basando la sua decisione su principi procedurali chiave come la 'doppia conforme' (quando due corti inferiori concordano sui fatti) e la 'mutatio libelli' (un cambio inammissibile della base della domanda legale durante il processo).
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Contratto preliminare: risoluzione per vincolo
La Corte di Cassazione stabilisce che un contratto preliminare di vendita immobiliare può essere risolto se, dopo la stipula, sorge un vincolo preordinato all'esproprio. Tale vincolo, alterando le qualità essenziali del bene e frustrando l'operazione economica voluta dalle parti, costituisce il venir meno della "presupposizione", ovvero di una condizione implicita fondamentale per il consenso, legittimando così la richiesta di scioglimento del contratto da parte del promissario acquirente.
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Mancato avveramento condizione: chi paga i danni?
La Corte di Cassazione analizza un caso di compravendita immobiliare in cui un pagamento aggiuntivo era legato all'esproprio di un terreno. A causa del mancato avveramento condizione, dovuto a scelte della Pubblica Amministrazione, la Corte ha stabilito che nessuna colpa può essere attribuita all'acquirente, che aveva adempiuto ai suoi obblighi iniziali. Il ricorso della venditrice è stato rigettato, chiarendo i principi sull'onere della prova in queste circostanze.
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Risoluzione del contratto: non basta un piccolo errore
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 12842/2024, ha stabilito che non si può chiedere la risoluzione del contratto se l'inadempimento della controparte è di scarsa importanza. Nel caso specifico, un acquirente aveva versato un saldo leggermente inferiore al dovuto per un errore di calcolo sulle imposte. I giudici hanno respinto la richiesta di risoluzione del contratto avanzata dal venditore, evidenziando come quest'ultimo avesse agito contro la buona fede, intentando subito una causa invece di chiedere l'integrazione del pagamento.
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Clausola risolutiva espressa: legittimo il recesso?
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del recesso immediato da un contratto di agenzia a causa del mancato raggiungimento degli obiettivi di vendita (budget) da parte dell'agente. La decisione si fonda sulla validità della clausola risolutiva espressa inserita nel contratto, che trasforma l'obbligazione dell'agente da obbligazione di mezzi a obbligazione di risultato. Di conseguenza, spetta all'agente dimostrare che l'inadempimento non è a lui imputabile.
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Clausola penale: quando la consegna è davvero tale?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 10014/2024, ha chiarito i limiti di applicazione di una clausola penale per ritardata consegna di un immobile. Il caso riguardava una coppia che aveva citato in giudizio una società costruttrice per il mancato completamento di lavori sulle parti comuni, chiedendo il pagamento di una penale giornaliera. La Corte ha stabilito che se la clausola penale è legata contrattualmente solo alla "consegna" dell'immobile, non può essere estesa al ritardo nell'esecuzione di altre opere. La sentenza è stata cassata con rinvio, sottolineando anche il dovere del giudice di valutare la riduzione di una penale manifestamente eccessiva.
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