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Art. 1375 Codice Civile — Anno 2025

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497 provvedimenti

Altri anni per Art. 1375 Codice Civile

Appalto pubblico: limiti al ricorso in Cassazione
La Corte di Cassazione chiarisce i limiti del proprio sindacato in una complessa vicenda relativa a un appalto pubblico. Il caso riguarda la richiesta di risoluzione contrattuale e risarcimento avanzata da un'ATI, successivamente fallita, contro un ente pubblico. La Corte ha dichiarato inammissibili sia il ricorso principale dell'ente che quello incidentale di una delle curatele, ribadendo che non è possibile contestare in sede di legittimità la ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito, ma solo la violazione di norme di diritto. La decisione conferma anche l'improcedibilità delle domande riconvenzionali contro una società fallita al di fuori della procedura concorsuale.
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Vendita di cosa parzialmente altrui: la Cassazione
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul caso di una vendita di cosa parzialmente altrui, riguardante un immobile venduto con la presunta comproprietà di un cortile che, in realtà, apparteneva esclusivamente a un terzo. La Corte ha rigettato il ricorso degli acquirenti che chiedevano la risoluzione del contratto, stabilendo che, in assenza della prova che non avrebbero concluso l'acquisto senza quella porzione, il rimedio corretto sarebbe stata la riduzione del prezzo. Inoltre, ha escluso la responsabilità del notaio rogante, data l'elevata complessità tecnica nell'interpretazione dei titoli di provenienza.
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Obligatio propter rem: uso condominiale e proprietà
Una proprietaria ha citato in giudizio il proprio condominio per ottenere un compenso per l'utilizzo della guardiola di sua esclusiva proprietà. Le corti di merito avevano respinto la richiesta, invocando una presunta 'obligatio propter rem' che vincolava l'immobile all'uso condominiale gratuito. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, affermando che tali obbligazioni sono tipiche e non possono essere create al di fuori dei casi previsti dalla legge. L'uso di fatto di un bene privato non crea un obbligo di concessione gratuita. Pertanto, il condominio è tenuto a versare un corrispettivo, in un rapporto assimilabile alla locazione.
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Ricorso inammissibile: la Cassazione chiarisce i limiti
Una società di costruzioni ha citato in giudizio un Comune per i danni subiti a seguito dell'annullamento in autotutela di permessi di costruire. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta di risarcimento. La società ha quindi presentato ricorso in Cassazione, che è stato però giudicato inammissibile per vizi procedurali, in quanto mirava a un riesame dei fatti anziché a denunciare vizi di legittimità. Di conseguenza, anche il ricorso incidentale del Comune è stato dichiarato inefficace. La vicenda sottolinea l'importanza di una corretta formulazione del ricorso in Cassazione.
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Remissione del debito: il silenzio non basta
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 7201/2025, ha chiarito i presupposti per la remissione del debito. Nel caso esaminato, una società di gestione di un fondo di investimento sosteneva che un'impresa appaltatrice avesse rinunciato tacitamente a un credito per servizi di custodia. La Suprema Corte ha confermato la decisione d'appello, stabilendo che la remissione del debito tacita richiede una volontà inequivocabile del creditore, incompatibile con il mantenimento del diritto. La semplice inerzia o la mancata fatturazione per un periodo, giustificate da strategie commerciali, non sono sufficienti. Inoltre, è stato ribadito che i fondi di investimento sono patrimoni separati ma privi di soggettività giuridica, pertanto le obbligazioni sono imputabili alla società di gestione che li amministra.
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Contratto abbonamento stadio: non è solo risparmio
Un tifoso ha citato in giudizio una società calcistica perché il costo totale dei biglietti singoli per la stagione era inferiore al prezzo del suo abbonamento. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che il valore di un contratto abbonamento stadio non risiede unicamente nel vantaggio economico, ma anche in altri benefici come la garanzia del posto a sedere e la certezza di assistere a tutte le partite, escludendo così un inadempimento contrattuale da parte del club.
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Inammissibilità ricorso cassazione: l’autosufficienza
Una società di servizi si opponeva a un decreto ingiuntivo ottenuto da un fornitore di veicoli industriali per il mancato pagamento di un debito, regolato da due scritture private. Dopo la conferma della decisione in primo e secondo grado, la società ha presentato ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità ricorso cassazione, sottolineando come i motivi fossero viziati da difetto di autosufficienza: la ricorrente non aveva riportato integralmente i testi degli accordi contestati, impedendo alla Corte di valutare la fondatezza delle censure senza ricorrere ad atti esterni.
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Squilibrio contrattuale: no risarcimento per cattivo affare
Un tifoso cita in giudizio una società sportiva poiché il costo del suo abbonamento stagionale si è rivelato superiore alla somma dei singoli biglietti a seguito di una riduzione dei prezzi. La Corte di Cassazione ha negato il risarcimento, stabilendo che lo squilibrio contrattuale non giustifica l'intervento del giudice se il contratto è stato liberamente concluso. Un "cattivo affare" non è di per sé motivo di tutela legale, salvaguardando così la libertà negoziale delle parti.
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Pegno irregolare: quando la polizza non si sequestra
La Corte di Cassazione ha stabilito che una polizza vita data in pegno irregolare a una banca non può essere soggetta a sequestro preventivo a carico del debitore. Con il pegno irregolare, la proprietà del bene passa al creditore, uscendo dal patrimonio del debitore e rendendo inefficace la misura cautelare reale.
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Equo compenso avvocati: non è retroattivo
Un avvocato ha richiesto il pagamento dei suoi compensi a un istituto di credito, che si è opposto invocando accordi tariffari. La Corte di Cassazione ha stabilito due principi chiave: primo, l'accordo sul compenso deve essere provato per iscritto e non può desumersi dalla mancata contestazione; secondo, la normativa sull'equo compenso avvocati (art. 13 bis L. 247/2012) non è retroattiva e si applica solo alle prestazioni successive al 1° gennaio 2018.
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Equo compenso avvocati: non è retroattivo
Un avvocato ha richiesto il pagamento di compensi professionali a un istituto di credito, che si è opposto citando accordi tariffari preesistenti. La Corte di Cassazione ha stabilito che la legge sull'equo compenso avvocati non è retroattiva e non può invalidare le convenzioni stipulate prima della sua entrata in vigore (1 gennaio 2018). La Corte ha inoltre ritenuto legittimo il frazionamento del credito da parte del legale, data la complessità dei fascicoli che giustificava azioni separate.
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Appello inammissibile: quando mancano i motivi specifici
La Corte di Cassazione conferma la decisione di inammissibilità di un gravame contro una banca. L'appello inammissibile era privo di motivi specifici e di una chiara domanda, limitandosi a richieste generiche su presunto anatocismo e usura in due contratti di mutuo. La Corte ribadisce i requisiti formali stringenti dell'atto di appello.
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Perdita di chance: prova necessaria per il risarcimento
Una dipendente pubblica, a seguito dell'annullamento di una sua valutazione negativa, ha richiesto un risarcimento per la mancata progressione economica. I tribunali di merito hanno respinto la domanda per mancanza di prove concrete sulla perdita di chance. La Corte di Cassazione ha confermato tali decisioni, dichiarando il ricorso inammissibile. La sentenza sottolinea che l'illegittimità di un atto non comporta un risarcimento automatico: è onere del lavoratore dimostrare, con prove concrete, di aver perso una reale e significativa opportunità di avanzamento.
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Verifica negativa dipendente: la valutazione a 360°
Un ricercatore di un ente pubblico si è visto negare una progressione economica a causa di una verifica negativa dipendente. La valutazione contestava non solo ritardi nella produzione scientifica, ma anche una generale mancanza di collaborazione. L'interessato ha sostenuto che la valutazione dovesse limitarsi ai risultati scientifici documentati. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che la verifica dell'attività lavorativa deve essere 'a tutto tondo', includendo quindi la regolarità complessiva della prestazione, la collaborazione e l'adempimento dei doveri d'ufficio, non solo la qualità tecnica della ricerca.
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Sanzione disciplinare tardiva: no a risarcimento danni
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 6171/2025, ha stabilito un principio fondamentale: una sanzione disciplinare tardiva, sebbene illegittima dal punto di vista procedurale, non dà automaticamente diritto al risarcimento del danno. Se i fatti contestati al dipendente sono fondati e il datore di lavoro ha agito in adempimento di un dovere, viene esclusa la sua responsabilità. Il caso riguardava un dipendente pubblico che, dopo aver ottenuto l'annullamento di una sospensione per un vizio di forma (la tardività), aveva chiesto i danni all'amministrazione. La sua richiesta è stata respinta in tutti i gradi di giudizio, poiché è stata accertata la veridicità dei fatti che avevano dato origine alla sanzione.
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Licenziamento ritorsivo: quando è nullo? La Cassazione
Una lavoratrice ha impugnato il suo licenziamento durante il periodo di prova, sostenendo si trattasse di un licenziamento ritorsivo a seguito di sue lamentele. La Corte d'Appello aveva respinto la domanda, ravvisando una reciproca insoddisfazione nel rapporto. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile e ribadendo che, per aversi un licenziamento ritorsivo, il motivo illecito deve essere l'unica e determinante ragione del recesso, condizione non soddisfatta nel caso di specie.
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Perdita di chance: quando è risarcibile? La Cassazione
Una pubblica amministrazione era stata condannata dalla Corte d'Appello a risarcire una dipendente per perdita di chance, avendola esclusa da una selezione per ruoli dirigenziali. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, stabilendo due principi chiave: in primo luogo, non si può lamentare l'esclusione da una procedura per cui mancano i requisiti fondamentali di partecipazione (in questo caso, la qualifica dirigenziale); in secondo luogo, il diritto al risarcimento per perdita di chance sorge solo in presenza di una concreta ed elevata probabilità di successo, non di una mera possibilità.
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Ricorso inammissibile: requisiti di specificità
Un garante ha presentato ricorso in Cassazione contro una società di leasing per una fideiussione legata a contratti non pagati. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La decisione si fonda sulla violazione del principio di autosufficienza: il ricorrente non ha adeguatamente riportato nel suo atto gli elementi e i documenti essenziali, come i contratti di fideiussione, impedendo alla Corte di valutare le censure. L'esito sottolinea l'impossibilità per la Cassazione di riesaminare i fatti del caso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese legali.
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Procedimento disciplinare: chi firma il licenziamento?
Un lavoratore con qualifica di quadro è stato licenziato per giusta causa per aver sottratto un mazzo di chiavi aziendali. Ha impugnato il licenziamento sostenendo un vizio nel procedimento disciplinare, in quanto l'atto non era stato firmato dall'Ufficio per i Procedimenti Disciplinari (UPD) come previsto, a suo dire, dal regolamento interno. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la validità del licenziamento. I giudici hanno stabilito che l'interpretazione del regolamento aziendale fornita dalla corte di merito, secondo cui l'UPD era competente solo per la fase istruttoria, era plausibile e non sindacabile in sede di legittimità. Inoltre, la violazione di una norma procedurale interna non determina automaticamente la nullità del recesso.
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Fatti concludenti: quando il silenzio vale assenso
Un'officina ripara un escavatore per un cliente, il quale aggiunge una data di consegna sul preventivo. L'officina non contesta e inizia i lavori, ma consegna in ritardo. La Cassazione stabilisce che iniziare i lavori senza contestare le modifiche equivale ad accettazione per fatti concludenti, condannando l'officina a risarcire i danni per il ritardo.
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