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Art. 1372 Codice Civile — Sezione Seconda Civile

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190 provvedimenti

Altri anni per Art. 1372 Codice Civile

Acquisto immobile allo stato grezzo e responsabilità dei lavori
La vicenda riguarda un contenzioso sull'acquisto immobile allo stato grezzo. Gli acquirenti di una casa con seminterrato citano in giudizio il venditore chiedendo il completamento delle opere priva di agibilità e il risarcimento dei danni. Il venditore si oppone, evidenziando che il rogito notarile prevedeva l'acquisto del bene nello stato di fatto in cui si trovava e che gli acquirenti avevano incaricato un'impresa esterna per le finiture. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso degli acquirenti. Il contratto definitivo supera il preliminare e costituisce l'unica fonte dei diritti e dei doveri. Ayendo accettato l'immobile nello stato di fatto attuale, gli acquirenti non possono pretendere garanzie per vizi legati a opere non completate a loro carico. Gli acquirenti perdono la causa e sono condannati al pagamento delle spese di giudizio.
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Ripartizione spese lastrico solare tra accordo e legge
Una condomina ha impugnato la delibera assembleare contestando il criterio legale applicato per la ripartizione spese lastrico solare. La donna sosteneva l'esistenza di un pregresso accordo transattivo che avrebbe posto tutti gli oneri futuri di manutenzione a carico esclusivo del precedente proprietario dell'area. I giudici di merito hanno respinto l'impugnazione rilevando che l'assemblea aveva soltanto conferito un mandato per trattare e che la successiva scrittura privata era stata firmata dall'ex proprietario quando aveva già venduto l'immobile. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente il rigetto del ricorso. In assenza di una valida convenzione sottoscritta e approvata da tutti i partecipanti, le spese per la terrazza a uso esclusivo devono seguire la suddivisione per millesimi prevista dalla legge.
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Ripristino dello stato dei luoghi: il consorzio perde e paga
Una proprietaria terriera ha autorizzato un consorzio agrario a demolire la propria recinzione per eseguire lavori di bonifica, con l'accordo che quest'ultimo avrebbe provveduto al completo ripristino dello stato dei luoghi. A causa del mancato completamento delle opere e dei gravi disagi arrecati, la proprietaria ha richiesto il risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del consorzio, confermando la condanna al pagamento di oltre seventy-eight mila euro. I giudici hanno chiarito che l'accordo contrattuale obbligava il consorzio a farsi carico di ogni spesa necessaria per la rimessa in pristino e che il rifiuto della proprietaria di fronte a un'offerta di adempimento parziale e incompleta era pienamente legittimo. Vince la proprietaria, che ha diritto al risarcimento totale.
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Patto di palmario: il condominio non paga l’accordo privato
Un avvocato ha chiesto la condanna in solido di un'azienda sua cliente e di un condominio al pagamento dei propri compensi professionali, inclusa una somma a titolo di patto di palmario, a seguito di una transazione che ha chiuso la lite tra le parti senza una pronuncia giudiziale sulle spese. Il Tribunale ha accolto la domanda. La Cassazione ha invece stabilito che la responsabilità solidale dei transigenti prevista dalla legge professionale non si estende al patto di palmario. Questo accordo straordinario, stipulato esclusivamente tra l'avvocato e il proprio assistito, non può essere imposto alla controparte transigente, la quale rimane del tutto estranea a tale convenzione privata. Di conseguenza, il condominio non deve pagare il palmario.
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Multa penitenziale: quando il recesso non diventa automatico
L'Azienda Venditrice ha chiesto la condanna dell'Azienda Acquirente al pagamento di una multa penitenziale di 31.500 euro, sostenendo che quest'ultima avesse esercitato il diritto di recesso previsto dal contratto di vendita di un macchinario agricolo. L'Azienda Acquirente si era opposta sostenendo di aver voluto risolvere il contratto a causa dell'inadempimento della venditrice, che non aveva consegnato un accessorio fondamentale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della venditrice, stabilendo che il recesso esercitato per presunto inadempimento della controparte non può essere convertito d'ufficio in un recesso unilaterale libero (ad nutum). Di conseguenza, non è dovuta alcuna multa penitenziale, anche se l'inadempimento contestato non viene accertato, poiché la reale volontà della parte era quella di reagire a un torto subito.
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Risoluzione consensuale del contratto: niente danni se accetti il rimborso
Un acquirente stipula un contratto preliminare per l'acquisto di un'auto, pagando l'intero prezzo e ricevendone la consegna. La società venditrice non trasferisce la proprietà e vende l'auto a un terzo. L'acquirente restituisce il veicolo al terzo e accetta il rimborso del prezzo, ma poi chiede il risarcimento dei danni per inadempimento. La Corte di Cassazione rigetta la domanda. La restituzione del bene e l'accettazione del rimborso costituiscono una risoluzione consensuale del contratto. Questo accordo estingue ogni obbligo precedente e impedisce di chiedere i danni. La risoluzione consensuale del contratto di vendita di un'auto non richiede la forma scritta e può essere rilevata d'ufficio dal giudice.
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Presunzione di condominialità: uso esclusivo contro proprietà
Una condomina ha realizzato sul lastrico solare comune diverse opere non autorizzate, tra cui un pergolato e una veranda, e ha incorporato il vano ascensore nella sua proprietà. Il Condominio ha chiesto la demolizione delle opere. La condomina si è difesa sostenendo di avere l'uso esclusivo del lastrico in forza di un titolo di acquisto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della condomina, confermando che la presunzione di condominialità del lastrico solare può essere superata solo con un titolo d'acquisto originario o con il consenso di tutti i condomini. Di conseguenza, la condomina perde la causa e deve demolire le opere abusive, ripristinando lo stato dei luoghi a proprie spese.
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Revocazione per errore di fatto: la svista non è errore di giudizio
Una Committente ha proposto ricorso per revocazione contro una sentenza di Cassazione che aveva confermato la risoluzione per mutuo consenso di un contratto d'appalto con un'impresa edile. La ricorrente lamentava un presunto errore di fatto, sostenendo che la Corte non avesse esaminato interamente i motivi del suo precedente ricorso, in particolare sulla retroattività dello scioglimento contrattuale e sulla ripartizione delle spese. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la revocazione per errore di fatto non può essere utilizzata per contestare l'interpretazione o la valutazione dei motivi di ricorso operata dal giudice, trattandosi di attività valutativa e non di una mera svista materiale o percettiva. Di conseguenza, la decisione precedente è stata confermata e la Committente ha perso il giudizio.
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Recesso dal contratto preliminare: caparra persa senza unanimità
Un'acquirente ha comunicato il recesso dal contratto preliminare per l'acquisto di una villa, lamentando gravi irregolarità urbanistiche e chiedendo il doppio della caparra. I comproprietari venditori si sono opposti con strategie diverse: alcuni chiedevano l'adempimento coattivo, altri di trattenere la caparra. La Corte d'Appello ha dato ragione ai venditori, ma la Cassazione ha ribaltato la decisione. La Suprema Corte ha stabilito che, quando la parte venditrice è plurisoggettiva e l'immobile è indivisibile, il recesso dal contratto preliminare deve essere esercitato collettivamente da tutti i comproprietari. Non è valido il recesso espresso solo da alcuni di essi. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Regolamento di confini: il contratto vince sul catasto
I Proprietari di un posto auto hanno citato in giudizio La Confinante per ottenere il corretto regolamento di confini del proprio spazio, ridotto arbitrariamente da quest'ultima tramite una linea di vernice sul pavimento. La Confinante sosteneva che la planimetria catastale allegata all'atto indicasse una superficie inferiore rispetto a quella di 12,5 metri quadri espressamente pattuita nel contratto di compravendita. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Confinante, confermando che nei giudizi di regolamento di confini l'esame dei titoli d'acquisto costituisce la fonte di prova primaria e sovrana. Le risultanze catastali hanno invece un valore meramente sussidiario e si applicano solo se i contratti non sono chiari. Di conseguenza, i confini devono rispettare la metratura indicata nel contratto scritto, garantendo ai Proprietari il pieno godimento del loro posto auto.
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Risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta: i paletti
Un'azienda agricola ha stipulato due contratti di fornitura di mais con un fornitore, ma ha ritirato solo una parte della merce a causa del crollo dei prezzi di mercato. L'azienda ha quindi richiesto la risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta del secondo accordo e lo scioglimento per mutuo consenso del primo. Il fornitore ha invece chiesto il risarcimento dei danni per inadempimento. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'azienda agricola. I giudici hanno stabilito che il calo dei prezzi era un trend già in atto e prevedibile prima della firma. Di conseguenza, l'azienda è stata condannata a risarcire al fornitore oltre 137.000 euro per le perdite subite e il mancato guadagno.
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Dirottamento della clientela: la penale si applica sempre
Lo Studio Associato e la Società hanno citato in giudizio il Collaboratore per il dirottamento della clientela verso altre realtà professionali, chiedendo il pagamento della penale contrattuale di oltre 131.000 euro. Il Tribunale ha accolto la domanda, rilevando che circa quaranta clienti erano stati trasferiti con modalità seriali e coordinate. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile il gravame. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del professionista, confermando la validità della penale. I giudici hanno chiarito che l'interpretazione del contratto secondo buona fede impone di tutelare il patrimonio del committente, a prescindere dalle modalità di cessazione del rapporto. Il Collaboratore perde la causa e deve pagare la penale e le spese legali.
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Mutuo dissenso: restituzione acconto ma zero indennità
Un promissario acquirente e una promittente venditrice stipulano contratti preliminari per un immobile, con consegna anticipata e versamento di un acconto. Successivamente, sorgono contestazioni sulla mancata stipula del definitivo. La Corte d'Appello dichiara lo scioglimento dei contratti per mutuo dissenso, escludendo la colpa esclusiva di una parte, e ordina la restituzione dell'acconto, rigettando la richiesta della venditrice di un'indennità per l'occupazione dell'immobile. La Corte di Cassazione conferma questa decisione. I giudici stabiliscono che, in caso di scioglimento per mutuo dissenso con effetti non retroattivi, l'occupazione dell'immobile consegnato in anticipo è legittima fino alla pronuncia di risoluzione. Di conseguenza, non è dovuta alcuna indennità di occupazione alla proprietaria. La Cassazione rigetta il ricorso della venditrice, che perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Presunzione di condominialità: il magazzino privato è comune
Un condominio delibera lavori straordinari alla facciata e chiede ad alcuni comproprietari lo sgombero di beni posizionati all'esterno di un magazzino. I proprietari si oppongono, sostenendo che il magazzino sia un bene privato estraneo al condominio. Il Tribunale e la Corte d'Appello accolgono la domanda del condominio, ritenendo la facciata del magazzino parte comune. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dei proprietari. I giudici confermano che opera la presunzione di condominialità per i manufatti realizzati successivamente dal costruttore originario su un'area comune, se destinati stabilmente al servizio del complesso edilizio. Il magazzino, edificato sulla stessa particella catastale e integrato strutturalmente nel fabbricato, appartiene quindi alle parti comuni. I proprietari del magazzino perdono la causa e devono liberare l'area, oltre a pagare le spese legali.
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Spese di manutenzione stradale: paga il condomino, non il Comune
Un condomino ha impugnato la delibera assembleare contestando l'addebito delle spese di manutenzione stradale per vie interne al complesso residenziale, sostenendo che le strade dovessero considerarsi pubbliche in base a una vecchia convenzione di lottizzazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del condomino. I giudici hanno chiarito che, poiché il collaudo delle opere non era mai avvenuto, le strade non erano mai passate al Comune. Di conseguenza, l'obbligo di manutenzione gravava sui proprietari delle unità abitative. Nel caso specifico, il condomino aveva espressamente accettato, nel proprio atto di acquisto, il regolamento condominiale che prevedeva la partecipazione alle spese di manutenzione stradale in base ai millesimi di proprietà. Il condominio ha quindi legittimamente deliberato la ripartizione dei costi per la pulizia, l'illuminazione e la messa in sicurezza delle vie interne.
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Violazione delle distanze legali: pagano i vicini, non il Comune
I comproprietari di alcune villette a schiera sono stati condannati a risarcire i vicini e ad arretrare i propri immobili per la violazione delle distanze legali. I ricorrenti hanno impugnato la decisione in Cassazione, sostenendo che la responsabilità non fosse solidale e che il Comune e il progettista dovessero risponderne. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la violazione delle distanze legali comporta una responsabilità solidale dei comproprietari verso i danneggiati, i quali possono chiedere l'intero risarcimento a ciascuno di essi. Inoltre, la Corte ha chiarito che il rilascio o il controllo della concessione edilizia da parte del Comune regola solo il rapporto pubblico con il privato, senza escludere la responsabilità civile tra confinanti né fondare una responsabilità risarcitoria dell'ente pubblico per danni tra privati.
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Vincolo di esclusiva: la holding non risponde per la controllata
Una società di intermediazione ha citato in giudizio due aziende produttrici di olio per la violazione del vincolo di esclusiva commerciale in Libia. Le aziende avevano aggirato l'accordo vendendo i prodotti tramite una società controllata. La Corte d'Appello ha condannato le aziende in solido per violazione della buona fede contrattuale. La Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso principale, stabilendo che la holding non può essere ritenuta responsabile per il contratto firmato esclusivamente dalla sua controllata, in forza del principio di relatività degli effetti del contratto. Ha inoltre accolto il ricorso incidentale dell'intermediario sulla liquidazione delle spese cautelari, rinviando la causa alla Corte d'Appello per una nuova decisione.
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Inadempimento contrattuale: Condominio vince contro società fusa
Un Condominio ha citato in giudizio la Società Costruttrice per gravi vizi nelle parti comuni e per il mancato rispetto dell'obbligo di fornire un alloggio per il portiere, lamentando un grave inadempimento contrattuale. Nel frattempo, la Società Costruttrice si era fusa per incorporazione in un'altra azienda. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società incorporante, stabilendo che la notifica dell'appello alla vecchia società estinta è valida se il Condominio non aveva ricevuto una comunicazione formale e certa della fusione. Inoltre, la Suprema Corte ha accolto il ricorso del Condominio sul risarcimento dei danni per l'alloggio del portiere: la quantificazione del danno era stata erroneamente limitata a soli sei mesi, ignorando l'obbligo contrattuale di fornire un alloggio alternativo gratuito. La causa è stata rinviata alla Corte d'Appello per ricalcolare correttamente il risarcimento.
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Contratto preliminare di compravendita: nullo il recesso verbale
Tre soggetti firmano un contratto preliminare di compravendita per acquistare immobili da una società, subordinando l'efficacia al finanziamento (condizione sospensiva). Saltato l'affare, il primo acquirente agisce in giudizio per la risoluzione, sostenendo che gli altri due avessero rinunciato all'acquisto. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso del primo acquirente: lo scioglimento del vincolo per gli altri co-acquirenti richiedeva la forma scritta obbligatoria (ad substantiam) e non poteva avvenire per comportamenti concludenti. Inoltre, non essendosi verificata la condizione sospensiva del finanziamento, il contratto non ha mai prodotto effetti. Di conseguenza, non è configurabile alcun inadempimento e il primo acquirente perde la causa, dovendo restituire le somme ricevute in precedenza.
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Modifica tabelle millesimali: vince l’unanimità
Un condominio ha modificato a maggioranza le tabelle millesimali per addebitare le spese di androne, scale e ascensore anche ai proprietari dei piani terra, precedentemente esentati da un regolamento contrattuale. Alcuni condomini hanno impugnato la delibera. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del condominio, confermando la nullità della delibera. I giudici hanno stabilito che la modifica tabelle millesimali richiede l'unanimità dei consensi quando le tabelle originarie derogano ai criteri legali di ripartizione delle spese. Poiché l'esenzione originaria favoriva i piani terra in deroga alla legge, la variazione non poteva essere decisa a maggioranza, ma richiedeva l'accordo di tutti i partecipanti al condominio. Il condominio perde la causa e deve pagare le spese legali.
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