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Art. 1362 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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2097 provvedimenti

Altri anni per Art. 1362 Codice Civile

Part-time nel pubblico impiego: diritti e limiti dei tagli
Alcuni dipendenti sanitari avevano ottenuto la trasformazione del contratto in part-time nel pubblico impiego. Successivamente, l'Azienda Sanitaria ha avviato una revisione unilaterale dei contratti citando la normativa del 2010. L'ente ha adottato delibere programmatiche entro il termine di 180 giorni, ma ha rinviato le decisioni sui singoli contratti. I lavoratori hanno impugnato il provvedimento sostenendo la decadenza del potere datoriale per il superamento del termine. La Corte di Cassazione, rilevando decisioni contrastanti della propria giurisprudenza sull'interpretazione perentoria o flessibile dei 180 giorni stabiliti per la rivisitazione delle concessioni, ha rinviato la decisione a una pubblica udienza per garantire un orientamento unitario.
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Part-time verticale e Fondo EST: contributi dovuti tutto l’anno
L'Azienda ha sospeso i versamenti dei contributi per l'assistenza sanitaria integrativa al Fondo EST nei confronti di un Lavoratore assunto con contratto a tempo indeterminato in part-time verticale e misto durante i mesi di inattività lavorativa. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, stabilendo l'obbligo del datore di lavoro di versare la quota mensile al Fondo EST per tutte le dodici mensilità dell'anno. La decisione sul rapporto tra Part-time verticale e Fondo EST chiarisce che la tutela sanitaria integrativa costituisce un diritto irrinunciabile e indivisibile del dipendente. L'obbligo contributivo datoriale ha misura fissa e non può essere ridotto o sospeso nei periodi di pausa lavorativa, prescindendo dall'effettiva erogazione della retribuzione ordinaria nei singoli mesi.
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Indennità di disponibilità e assegno personam: la decisione
Alcuni dipendenti pubblici di un Comune dichiarato in dissesto sono stati collocati in disponibilità. L'ente locale e il Ministero dell'Interno hanno ridotto l'assegno erogato, escludendo dal calcolo l'assegno ad personam non riassorbibile precedentemente riconosciuto ai lavoratori. I dipendenti hanno contestato il taglio e hanno chiesto il ricalcolo completo dell'importo. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'assegno ad personam costituisce una componente dell'indennità integrativa speciale. Di conseguenza, l'assegno ad personam deve essere incluso nella misura dell'ottanta per cento nel calcolo dell'indennità di disponibilità. La Suprema Corte ha quindi respinto i ricorsi delle amministrazioni pubbliche, confermando il diritto dei lavoratori a percepire l'importo intero e condannando gli enti al pagamento delle spese legali.
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Trasferimento d’azienda studio professionale: TFR garantito
Una lavoratrice dipendente ha prestato servizio prima per un singolo professionista e successivamente per lo studio associato in cui il professionista era entrato. La dipendente ha richiesto al nuovo studio associato il pagamento del TFR e delle ferie non godute, relativi anche al periodo precedente al cambio di gestione. La Corte di Cassazione ha confermato che l'operazione costituisce un vero e proprio trasferimento d'azienda studio professionale ai sensi dell'articolo 2112 del Codice Civile. Quando l'attività professionale si avvale di una struttura organizzata di mezzi e personale che supera l'apporto del singolo, lo studio associato subentrante risponde di tutti i crediti arretrati maturati dal dipendente. Il ricorso dello studio associato è stato integralmente respinto.
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Accordo transattivo e oneri fiscali: no al rimborso IRPEF
Un lavoratore e la propria azienda stipulano una conciliazione per chiudere ogni contenzioso. L'intesa prevede il versamento di una somma netta di 123.000 euro. La società inserisce una clausola in cui dichiara di farsi carico di ogni onere fiscale legato alla specifica tassazione dell'importo e versa la ritenuta d'acconto. In sede di dichiarazione dei redditi, il lavoratore versa un saldo IRPEF aggiuntivo di oltre 32.000 euro e ne pretende il rimborso dalla società tramite ingiunzione. La Corte di Cassazione respinge la richiesta del dipendente. I giudici stabiliscono che la clausola su accordo transattivo e oneri fiscali copre unicamente il prelievo fiscale diretto della transazione. L'azienda non risponde del conguaglio derivante dal reddito complessivo del contribuente. Vince la società datrice.
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Compenso aggiuntivo non dovuto se manca la prova del risultato
Un lavoratore dipendente ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro la propria azienda per ottenere il saldo di 19.000 euro relativo a un compenso aggiuntivo. Tale importo derivava da un accordo privato per attività straordinarie di migrazione e archiviazione dati prima del pensionamento. L'azienda ha promosso opposizione lamentando il mancato completamento delle mansioni assegnate. La Corte d'Appello ha revocato il decreto e condannato il lavoratore a restituire le somme già incassate, ritenendo non provato l'esatto adempimento. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione. I giudici hanno chiarito che il compenso aggiuntivo pattuito a forfait per compiti specifici richiede la piena dimostrazione dell'esecuzione integrale dell'opera da parte del dipendente.
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Rimborso spese per uso autovettura: dipendente batte l’azienda
Un lavoratore del settore igiene ambientale, assunto con sede contrattuale nell'intero territorio di un comune, riceveva l'ordine quotidiano di raggiungere un deposito aziendale situato in un comune limitrofo. Il dipendente utilizzava il proprio veicolo per presenziare all'appello e prelevare il mezzo di servizio. L'azienda ha negato il rimborso spese per uso autovettura, eccependo l'assenza di un'autorizzazione scritta espressa e sostenendo la natura itinerante della mansione. La Corte di Cassazione ha confermato il diritto del dipendente al pagamento dell'indennita chilometrica secondo le tariffe ACI. I giudici hanno chiarito che lo spostamento fuori dal perimetro contrattuale costituisce una missione aziendale e che la prassi quotidiana dimostra l'autorizzazione tacita del datore di lavoro.
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Indennità sostitutiva del preavviso: paga anche il committente
Un lavoratore addetto alle pulizie ha perso l'impiego presso la ditta appaltatrice per la cessazione della commessa, venendo poi riassunto dall'impresa subentrante. La precedente datrice di lavoro non ha versato l'indennità sostitutiva del preavviso. Il dipendente ha agito in giudizio ottenendo la condanna dell'azienda committente al pagamento della somma in solido con l'appaltatore. L'azienda committente ha ricorso in Cassazione sostenendo che la cessazione fosse consensuale e che l'indennità non rientrasse nella garanzia dell'appalto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che la risoluzione deriva dalle scelte organizzative del datore e che l'indennità sostitutiva del preavviso rientra pienamente nella responsabilità solidale del committente prevista dalla legge, in quanto emolumento strettamente connesso alla mancata percezione della retribuzione durante il periodo di recesso.
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Omessa assunzione: niente risarcimento se il dipendente non coopera
Un lavoratore ha richiesto il risarcimento del danno per omessa assunzione a seguito di un accordo sindacale che prevedeva il suo inserimento come guardia giurata entro un anno. Il contratto subordinava l'assunzione al rilascio delle autorizzazioni prefettizie, stabilendo che entrambe le parti dovessero richiederle congiuntamente. Il lavoratore è rimasto inerte per sei anni, senza fornire le proprie autocertificazioni o sollecitare la pratica, per poi contestare l'inadempimento aziendale. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta risarcitoria del dipendente. I giudici hanno stabilito che la mancata assunzione non è imputabile al datore di lavoro, poiché il dipendente ha violato il dovere di buona fede e collaborazione omettendo di consegnare i documenti indispensabili per avviare la procedura amministrativa.
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Ultrattività del contratto collettivo: no al taglio stipendi
Un dipendente di una struttura sanitaria ha chiesto il pagamento delle differenze retributive maturate a seguito dell'applicazione unilaterale di un nuovo contratto collettivo meno favorevole. L'azienda sosteneva che il vecchio contratto fosse scaduto e disdettato dall'associazione datoriale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando la piena operatività della clausola che prevede l'ultrattività del contratto collettivo. Tale clausola stabilisce un termine di durata certo che impedisce al singolo datore di lavoro di recedere unilateralmente o di applicare accordi peggiorativi ai rapporti in corso. La Suprema Corte ha inoltre riaffermato che i crediti retributivi del lavoratore non si prescrivono durante il rapporto di lavoro, ma solo dopo la sua cessazione. L'azienda è stata condannata al pagamento delle somme dovute e delle spese legali.
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Responsabilità solidale committente: preavviso garantito
Un gruppo di lavoratori ha richiesto il pagamento dell'indennità sostitutiva del preavviso a seguito della cessazione del rapporto con l'impresa appaltatrice durante una vicenda di cambio appalto. I giudici di merito hanno condannato in solido l'impresa uscente e L'Azienda committente. Quest'ultima ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che l'indennità non rientrasse tra i trattamenti retributivi garantiti dalla legge. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la responsabilità solidale committente si estende anche all'indennità sostitutiva del preavviso. Questo emolumento ha infatti natura retributiva e ristora la mancata percezione del salario a causa della cessazione immediata del rapporto decisa dal datore di lavoro.
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Clausola penale nel contratto di agenzia: invalida la maxipenale
Un promotore finanziario ha interrotto il rapporto di agenzia prima del termine di quattro anni previsto da un accordo integrativo. L'azienda preponente ha preteso il pagamento di una sanzione di 350.000 euro oltre all'indennità per mancato preavviso. La Corte di Cassazione ha confermato la nullità della clausola penale nel contratto di agenzia per frode alla legge. I giudici hanno chiarito che l'obbligo di non recedere per quattro anni gravava unicamente sull'agente, mentre l'azienda manteneva la piena libertà di interrompere il rapporto. Questa pattuizione violava la parità di trattamento sul recesso stabilita dall'articolo 1750 del codice civile, imponendo una penale sproporzionata che limitava illegittimamente la libertà lavorativa del professionista. L'azienda ha perso il ricorso ed è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Tredicesima e contratti di solidarietà: illegittimi i tagli forfettari
Un'azienda applicava una decurtazione annuale forfettaria sui ratei di tredicesima e premio annuo ai dipendenti sottoposti a riduzione d'orario, richiamando la disciplina del CCNL relativa all'inizio o cessazione del rapporto. I lavoratori contestavano questo calcolo sfavorevole, chiedendo il rispetto degli accordi aziendali interni. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del metodo aziendale sul tema tredicesima e contratti di solidarietà. I giudici hanno stabilito che le clausole degli accordi di solidarietà prevedono un criterio di stretta proporzionalità basato sull'effettiva presenza. Non è consentito applicare in via analogica clausole esterne o imporre prassi unilaterali dell'azienda. La società deve rimborsare le differenze retributive ai lavoratori.
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Elemento perequativo e premio aziendale: vince il lavoratore
Alcuni dipendenti hanno richiesto all'azienda datrice di lavoro il pagamento dell'elemento perequativo previsto dal contratto collettivo nazionale di settore. L'azienda ha rifiutato l'erogazione sostenendo di aver già versato premi di produttività idonei a escludere tale voce retributiva. I giudici di merito hanno accertato la spettanza della somma richiesta, rilevando l'assenza di un valido accordo aziendale di secondo livello e la natura nazionale del trattamento premiale. La Suprema Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'azienda, confermando integralmente la condanna al pagamento dell'elemento perequativo e imponendo alla società il rimborso delle spese processuali.
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Superminimo non assorbibile: gli aumenti non possono tagliarlo
Un'azienda ha tagliato la busta paga di un dipendente assorbendo la voce economica integrativa in occasione dei rinnovi contrattuali. Il lavoratore ha presentato ricorso per ottenere la restituzione delle somme trattenute, sostenendo l'intoccabilità del beneficio. La Corte d'Appello ha accertato che il datore di lavoro aveva mantenuto inalterata la somma per molti anni e attraverso numerosi rinnovi collettivi. Tale condotta continuativa dimostra la volontà tacita di garantire un compenso speciale stabile. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di merito: il comportamento delle parti rende il superminimo non assorbibile anche senza una clausola scritta esplicita.
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Contributi previdenziali prescritti: pensione salva per l’iscritto
Un Ente Previdenziale professionale ha agito in giudizio contro un Professionista per dichiarare inefficace, ai fini del calcolo della pensione, una specifica annualità caratterizzata da contributi previdenziali prescritti e non versati integralmente. Il Professionista aveva precedentemente ottenuto l'annullamento della cartella di pagamento per intervenuta prescrizione del debito. I giudici di merito hanno respinto la richiesta dell'Ente, tutelando la validità dell'anzianità contributiva maturata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Ente Previdenziale, ribadendo che i regolamenti interni degli enti privatizzati hanno natura negoziale e non possono essere invocati come leggi violate. Di conseguenza, il Professionista vince la causa e conserva il conteggio degli anni coperti da contribuzione parziale per la propria pensione.
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Differenze retributive: dal part-time fittizio al tempo pieno
Un dipendente assunto formalmente con orario ridotto ha svolto in modo continuativo turni pari a un orario pieno. La Corte territoriale ha accertato la trasformazione del rapporto in tempo pieno per fatti concludenti e ha condannato la società a corrispondere oltre quattordicimila euro per differenze retributive maturate negli anni, oltre a rivalutazione monetaria e interessi. La Corte di Cassazione ha respinto integralmente il ricorso dell'azienda datrice di lavoro. I giudici hanno chiarito che l'impiego stabile e ordinario del lavoratore su turni full-time dimostra l'accordo reciproco delle parti, rendendo dovute le differenze retributive maturate rispetto alla reale prestazione resa.
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Responsabilità solidale negli appalti: TFR dovuto
Un gruppo di dipendenti ha lavorato per una società appaltatrice fornitrice di servizi per una grande azienda committente. All'atto dell'assunzione presso la capogruppo, i dipendenti hanno firmato un verbale di conciliazione. L'accordo conteneva ampie rinunce a pretese pregresse, ma faceva espressamente salvi i crediti protetti per legge e la retribuzione fissa e continuativa. L'azienda committente ha sostenuto che tale intesa escludesse il trattamento di fine rapporto maturato durante l'appalto. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'azienda. I giudici hanno confermato che la responsabilità solidale negli appalti include a pieno titolo le quote di TFR non esplicitamente rinunciate dai lavoratori.
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Incentivi all’esodo: spettano anche a chi cambia azienda
Tre dipendenti hanno rassegnato le dimissioni per passare a un'altra impresa nell'ambito di un percorso di ricollocazione promosso dalla datrice di lavoro in crisi. L'azienda ha negato il pagamento dell'integrazione di 18 mensilità sul trattamento di fine rapporto, sostenendo che l'ultimo accordo sindacale escludesse chi trovava subito un nuovo impiego. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'azienda al pagamento. I giudici hanno chiarito che l'intesa sindacale più recente ha sostituito integralmente le precedenti, estendendo gli incentivi all'esodo a tutte le forme di mobilità e risoluzione consensuale del rapporto.
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Licenziamento via SMS: il medico vince e torna in servizio
Una struttura sanitaria sospende un medico dopo l'invio di un messaggio da parte del direttore sanitario, privo dei poteri di rappresentanza. La clinica sostiene che la successiva costituzione in giudizio abbia ratificato un licenziamento via SMS. La lavoratrice chiede invece la reintegrazione e il pagamento degli stipendi arretrati. La Corte d'Appello accerta che l'avvio contestuale di un procedimento disciplinare con sospensione esclude la reale volontà di licenziare, mantenendo in vita il rapporto di lavoro subordinato. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso del datore di lavoro inammissibile: la società ha contestato la qualificazione giuridica senza censurare i canoni di interpretazione degli atti unilaterali. Il medico ottiene così la definitiva riammissione in servizio e il saldo integrale delle retribuzioni maturate durante la sospensione illegittima.
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