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Art. 1362 Codice Civile — Anno 2023

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1252 provvedimenti

Altri anni per Art. 1362 Codice Civile

Provvigione al buon fine: l’accordo vale più della legge?
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un'agente che chiedeva il pagamento di provvigioni a un'azienda, poi fallita. Il contratto subordinava il pagamento alla clausola della 'provvigione al buon fine', ovvero all'effettivo incasso da parte dell'azienda. L'agente sosteneva l'invalidità di tale clausola, ritenendo che il suo diritto nascesse alla conclusione dell'affare. La Corte ha dato torto all'agente, stabilendo che l'articolo 1748 del Codice Civile è derogabile. Le parti possono quindi legittimamente accordarsi per legare la provvigione al pagamento effettivo del cliente. Non avendo l'agente provato il 'buon fine' degli affari, la sua richiesta è stata respinta.
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Modifica unilaterale provvigioni: Agente perde contro l’Azienda
Un'azienda editoriale ha comunicato a un suo agente una modifica unilaterale provvigioni, riducendole dal 20% all'8% per i contratti di conversione da supporto cartaceo a digitale. L'agente ha fatto causa per ottenere le differenze, sostenendo che la modifica fosse illegittima. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'agente, dichiarandolo inammissibile. La decisione si fonda su un vizio processuale: l'agente non ha contestato tutte le autonome ragioni giuridiche della sentenza precedente. Tra queste, il fatto che l'Accordo Economico Collettivo permetteva all'azienda di variare le condizioni e che le nuove provvigioni riguardavano tipologie di affari prima non esistenti, non una semplice riduzione delle vecchie.
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Compenso Incentivante: Accordo Vecchio Vince su Regola Nuova
Un lavoratore si vede negare il corretto calcolo del suo compenso incentivante perché l'Azienda applica un nuovo regolamento, entrato in vigore dopo l'accordo iniziale. La Corte di Cassazione ha dato ragione al Lavoratore, stabilendo un principio fondamentale: per calcolare il compenso, valgono le regole in vigore al momento del conferimento dell'incarico, non quelle successive. L'accordo tra le parti 'cristallizza' la disciplina applicabile. L'Azienda ha quindi perso la causa e ha dovuto pagare la somma calcolata secondo le vecchie, e più favorevoli, disposizioni.
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Anzianità Convenzionale: Contratto individuale batte accordo
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto di due lavoratori, passati a una nuova azienda, a percepire un elemento della retribuzione (ERS). Il caso verteva sul valore del riconoscimento dell'anzianità convenzionale inserito nei loro nuovi contratti individuali. Nonostante l'azienda sostenesse il contrario, i giudici hanno stabilito che tale clausola contrattuale fosse decisiva. Avendo l'azienda stessa riconosciuto una data di assunzione fittizia precedente, i lavoratori rientravano a pieno titolo tra i beneficiari di un accordo aziendale legato a quella anzianità. La Corte ha quindi respinto il ricorso dell'azienda, condannandola a pagare le differenze retributive e a restituire le somme trattenute.
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Indennità buoni pasto negata: l’Azienda perde in Cassazione
La Corte di Cassazione ha affrontato un caso relativo al diritto dei lavoratori a ricevere una indennità buoni pasto per l'attività svolta fuori sede, come previsto da un accordo sindacale. L'Azienda si opponeva, proponendo un'interpretazione diversa e più restrittiva dello stesso accordo. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Azienda, confermando la decisione dei giudici precedenti a favore dei lavoratori. Il principio stabilito è che la Corte di Cassazione non può sostituire l'interpretazione di un contratto fatta dal giudice di merito con un'altra, sebbene plausibile, quando la prima è logica, coerente e basata sulle corrette regole legali. I lavoratori hanno quindi vinto la causa, vedendosi riconosciuto il diritto al pagamento dei buoni pasto.
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Anzianità Convenzionale: Paga per 6 Anni e Nega, ma Vince il Lavoratore
Un'azienda interrompe il pagamento di un emolumento a un dipendente, tentando di recuperare le somme già versate. Il diritto del lavoratore nasceva dal riconoscimento anzianità convenzionale pattuito all'assunzione, che retrodatava il suo ingresso. Per quasi sei anni, l'azienda aveva corrisposto l'emolumento, confermando l'accordo con il suo comportamento. La Cassazione ha dato ragione al lavoratore, stabilendo che l'interpretazione del contratto individuale da parte del giudice di merito era logica e plausibile. Il riconoscimento dell'anzianità implicava l'estensione di tutti i benefici collegati, rendendo legittimo il pagamento. L'azienda non ha potuto imporre una diversa interpretazione, perdendo la causa.
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Interpretazione accordo sindacale: l’Azienda perde in Cassazione
La Corte di Cassazione ha affrontato un caso sull'interpretazione di un accordo sindacale relativo al diritto dei lavoratori a ricevere buoni pasto per l'attività svolta fuori sede. L'Azienda sosteneva una lettura restrittiva dell'accordo, negando il beneficio. I giudici di merito avevano dato ragione ai lavoratori. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Azienda, stabilendo un principio fondamentale: l'interpretazione di un contratto è compito del giudice di merito. La Corte Suprema può intervenire solo se tale interpretazione è illogica o viola le regole legali, non per sostituirla con un'altra semplicemente 'possibile'. L'Azienda ha perso ed è stata condannata a pagare le spese legali.
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Interpretazione accordo sindacale: Azienda condannata a pagare
Un'azienda interrompe il pagamento di buoni pasto e di un assegno personale a un gruppo di lavoratori, sostenendo una diversa interpretazione dell'accordo sindacale e dei contratti individuali. I lavoratori le fanno causa e vincono. L'azienda ricorre in Cassazione, ma la Corte Suprema respinge il ricorso. Viene stabilito un principio fondamentale: l'interpretazione dell'accordo sindacale è compito dei giudici di merito. La Cassazione non può sostituire una valutazione logica e plausibile con un'altra solo perché proposta dalla parte che ha perso. L'azienda viene quindi condannata in via definitiva a pagare le somme dovute.
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Accordo sindacale: nega buoni pasto, l’azienda perde in Cassazione
Un'azienda negava ai propri dipendenti i buoni pasto per le attività fuori sede, basandosi su una propria lettura di un contratto collettivo. I lavoratori hanno fatto causa e vinto. L'azienda ha presentato ricorso in Cassazione, ma la Corte lo ha respinto. Il principio sancito è che l'interpretazione dell'accordo sindacale fatta dal giudice di merito, se logica e plausibile, non può essere modificata in Cassazione. La Corte Suprema non può sostituire la propria valutazione a quella del tribunale, ma solo controllare che la legge sia stata applicata correttamente. L'azienda ha perso e ha dovuto pagare le spese legali.
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Esenzione Contributiva Trasferte: Non è automatica, decide il Comune
La Corte di Cassazione interviene sul tema dell'esenzione contributiva trasferte. Un'azienda rimborsava ai lavoratori le spese per gli spostamenti di lavoro con mezzo proprio. L'Ente Previdenziale riteneva tali somme soggette a contribuzione. La Suprema Corte ha chiarito che l'esenzione non è automatica. I rimborsi per trasferte entro il territorio comunale sono sempre imponibili. Quelli per trasferte fuori Comune sono esenti solo fino a una certa soglia giornaliera. Il giudice precedente aveva concesso un'esenzione totale senza verificare questi limiti. Per questo motivo, la Corte ha accolto il ricorso dell'Ente Previdenziale, stabilendo che la verifica dei limiti territoriali e di importo è un passaggio obbligato.
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Buoni pasto negati: l’azienda perde, la Cassazione dà ragione a lei
Una lavoratrice ha ottenuto il pagamento di un'indennità per attività fuori sede, prevista sotto forma di buoni pasto da un accordo aziendale. L'Azienda si era opposta, proponendo una diversa lettura del testo. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'Azienda, dichiarandolo inammissibile. Il principio sancito è che l'interpretazione dell'accordo sindacale spetta al giudice di merito. La Cassazione non può sostituire la propria valutazione se quella del giudice precedente è una delle possibili e logiche interpretazioni, anche se ne esistono altre altrettanto plausibili. La Lavoratrice vince e ottiene il pagamento delle somme dovute.
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IMU Leasing Risolto: Paga il Proprietario, non chi Occupa
Una società di leasing ha ricevuto un avviso di accertamento IMU per un immobile il cui contratto era stato risolto. L'utilizzatore, però, non aveva ancora riconsegnato il bene. La Corte di Cassazione ha stabilito un principio chiave sul soggetto passivo IMU leasing: la responsabilità del pagamento dell'imposta torna in capo al proprietario (la società di leasing) dal momento esatto della risoluzione del contratto, non dalla riconsegna fisica dell'immobile. L'occupazione di fatto da parte dell'ex utilizzatore è irrilevante ai fini IMU. La Corte ha però annullato le sanzioni, applicate illegittimamente in appello.
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Anzianità convenzionale: stipendio ridotto? La Cassazione decide
Un lavoratore, assunto da una nuova azienda, ottiene il riconoscimento della sua anzianità di servizio precedente. L'Azienda, dopo avergli corrisposto per anni una specifica voce retributiva legata a tale anzianità, smette di pagarla e chiede indietro le somme versate. La Corte di Cassazione ha dato ragione al Lavoratore, stabilendo un principio chiave su anzianità convenzionale e retribuzione: il riconoscimento della precedente anzianità implica l'inclusione di tutti i benefici economici ad essa collegati, come se il rapporto di lavoro non si fosse mai interrotto. L'accordo individuale tra le parti prevale e l'Azienda non può unilateralmente ridurre lo stipendio. Il ricorso dell'Azienda è stato respinto.
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Buoni pasto negati: l’interpretazione dell’accordo sindacale vince
Una lavoratrice ottiene il pagamento di buoni pasto per l'attività fuori sede, come previsto da un accordo aziendale. L'Azienda si oppone, proponendo una lettura diversa del testo. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'Azienda, dichiarandolo inammissibile. Il principio sancito è che l'interpretazione dell'accordo sindacale spetta ai giudici di merito. La Cassazione non può sostituire la propria valutazione se quella dei giudici precedenti è logica e plausibile. Non basta proporre una lettura alternativa, anche se possibile, per vincere in Cassazione. La Lavoratrice vince e ottiene il pagamento delle indennità.
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Interpretazione accordo sindacale: l’Azienda perde sui buoni pasto
Una lavoratrice ha chiesto il pagamento di buoni pasto per l'attività svolta fuori sede, come previsto da un accordo aziendale. L'Azienda si è opposta, proponendo una lettura diversa della clausola. I giudici di primo e secondo grado hanno dato ragione alla dipendente. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo un principio chiave sull'interpretazione dell'accordo sindacale: questa attività è di competenza esclusiva del giudice di merito. La Cassazione non può sostituire la propria interpretazione a quella del giudice precedente se questa è logica e plausibile, anche se ne esistono altre possibili. Di conseguenza, il ricorso dell'Azienda è stato respinto e la stessa è stata condannata a pagare.
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Causale contratto a termine: generica non basta, l’Azienda perde
La Corte di Cassazione ha stabilito che una generica indicazione nella causale del contratto a termine, come 'punte di più intensa attività', non è sufficiente a renderlo legittimo. Un'Azienda aveva assunto un Lavoratore con circa 40 contratti a termine successivi, giustificandoli con picchi di produzione. Tuttavia, non è riuscita a dimostrare in modo specifico e concreto il collegamento tra tali picchi e le mansioni del dipendente. Di conseguenza, la sequenza di contratti è stata considerata un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato fin dall'inizio. La Corte ha ribadito che l'onere di provare la reale e specifica esigenza temporanea spetta sempre al datore di lavoro.
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Corrispettivo a corpo: prezzo fisso anche con lavori a metà
Una società committente si accorda con un fornitore per il noleggio di ponteggi su tre cantieri, pattuendo un corrispettivo a corpo, cioè un prezzo fisso totale. Il fornitore, però, esegue solo una parte minima del lavoro. I giudici di merito, per calcolare il dovuto, trasformano illegittimamente il prezzo da 'a corpo' a 'a misura'. La Corte di Cassazione interviene e stabilisce un principio fondamentale: il corrispettivo a corpo non si tocca. Anche in caso di lavori parziali, il calcolo corretto si ottiene sottraendo dal prezzo fisso iniziale il valore dei lavori non eseguiti, senza snaturare l'accordo originale. La Committente vince il ricorso.
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Accollo del debito altrui: Garanzia valida senza prova contraria
Un'Azienda, condannata a pagare delle somme a una ex dipendente, chiede al suo ex socio di rimborsarla in base a una scrittura privata. Con questo accordo, il socio si era impegnato all'accollo del debito altrui. L'ex socio si oppone, sostenendo che l'accordo fosse vincolato a una condizione (la ricapitalizzazione dell'azienda) mai avvenuta. La Corte di Cassazione ha dato torto all'ex socio. I giudici hanno stabilito che spettava a lui, e non all'azienda, dimostrare che la condizione si fosse verificata. Non avendolo fatto, la sua garanzia è pienamente valida e deve risarcire l'azienda. La Corte ha ribadito di non poter riesaminare i fatti, ma solo la corretta applicazione delle leggi.
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Accordo col lavoratore? L’INPS vince: inopponibilità transazione
Un'azienda, dopo aver licenziato due dipendenti, stipula con loro un accordo transattivo. I lavoratori rinunciano all'indennità di preavviso in cambio di un incentivo all'esodo. L'Ente Previdenziale, tuttavia, chiede all'azienda il pagamento dei contributi su quell'indennità non versata. La Corte di Cassazione dà ragione all'Ente, stabilendo il principio dell'inopponibilità della transazione all'INPS. Gli accordi privati tra azienda e lavoratore non possono annullare l'obbligo di versare i contributi sulla retribuzione legalmente dovuta, anche se non effettivamente pagata. L'azienda è quindi tenuta a versare i contributi mancanti.
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Retribuzione variabile su fatturato: bonus dovuto anche senza utili
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto degli eredi di un dirigente a ricevere una cospicua somma a titolo di retribuzione variabile su fatturato. L'Azienda si opponeva, sostenendo che il bonus fosse legato ai risultati effettivi e non al solo incremento del fatturato. I giudici hanno stabilito che l'interpretazione letterale del contratto era chiara: il compenso era collegato esclusivamente all'aumento del volume d'affari complessivo. La Corte ha inoltre respinto la contro-richiesta di risarcimento danni avanzata dall'Azienda per presunte inadempienze del Lavoratore, in quanto non provate. L'Azienda ha perso la causa e ha dovuto pagare quanto dovuto.
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