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Art. 132 Codice di Procedura Civile — Sezione Lavoro Civile

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Altri anni per Art. 132 Codice di Procedura Civile

Impossibilità sopravvenuta: contratto risolto
Un dirigente amministrativo di un'azienda sanitaria ha visto il suo contratto risolto a seguito della soppressione dell'ente per cui lavorava, a causa di una riorganizzazione regionale. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della risoluzione, qualificandola come un caso di impossibilità sopravvenuta della prestazione, escludendo il diritto al risarcimento del danno.
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Danno da demansionamento: onere della prova e risarcimento
Un dirigente ha citato in giudizio il suo ex datore di lavoro, un istituto bancario, per il mancato pagamento di bonus e per danno da demansionamento. Mentre le richieste relative ai bonus sono state respinte, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso per quanto riguarda il demansionamento. La Corte ha stabilito che i giudici di merito avevano errato nel rigettare la richiesta di risarcimento senza prima aver adeguatamente esaminato i fatti allegati dal lavoratore, sottolineando che una descrizione dettagliata delle circostanze del demansionamento è sufficiente per consentire una prova presuntiva del danno. La causa è stata rinviata alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Licenziamento collettivo dirigenti: obblighi UE
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una società, confermando che le procedure di informazione e consultazione sindacale previste per il licenziamento collettivo si applicano obbligatoriamente anche ai dirigenti. La sentenza sottolinea come questa estensione derivi dalla necessità di adeguare la normativa italiana alla direttiva europea 98/59/CE, a seguito di una precedente condanna da parte della Corte di Giustizia UE. La Corte ha chiarito che tale obbligo sussiste per tutte le tipologie di licenziamento collettivo, senza distinzioni.
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Riduzione della penale: quando il giudice può agire
Una banca ricorre in Cassazione contro la decisione della Corte d'Appello che, pur confermando l'inadempimento di una ex dipendente a un patto di non concorrenza, aveva disposto una significativa riduzione della penale. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il giudice ha il potere di ridurre una penale manifestamente eccessiva anche d'ufficio, basandosi sull'equilibrio contrattuale e sull'interesse del creditore, senza che sia necessaria la prova di un danno effettivo come lo sviamento della clientela.
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Potere rappresentativo licenziamento: la ratifica vale
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un licenziamento collettivo, stabilendo che il potere rappresentativo del Direttore Generale era sufficiente. La Corte ha chiarito che, anche in assenza di un potere iniziale esplicito, la successiva ratifica da parte dell'azienda sana retroattivamente l'intera procedura, rendendo il licenziamento valido. L'appello del lavoratore è stato quindi respinto.
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Lavoro subordinato: la motivazione della sentenza
La Corte di Cassazione conferma una sanzione a un locale notturno per l'impiego di 42 lavoratori in nero, ritenendo pienamente provato il rapporto di lavoro subordinato. La Corte ha stabilito che la motivazione della sentenza d'appello era adeguata, basandosi su indici chiari come la retribuzione fissa, le direttive impartite e l'inserimento stabile nell'organizzazione aziendale, respingendo il ricorso del titolare basato su un presunto difetto di motivazione.
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Licenziamento collettivo: obblighi in caso di chiusura
La Corte di Cassazione ha statuito su un caso di licenziamento collettivo derivante dalla chiusura di una scuola materna. L'ordinanza chiarisce che, in caso di cessazione totale dell'attività, la comunicazione iniziale ai sindacati non deve specificare tutte le possibili misure alternative ai licenziamenti. È sufficiente esporre chiaramente le ragioni della chiusura che impediscono la prosecuzione dell'attività, ribadendo che la scelta imprenditoriale non è sindacabile nel merito dal giudice.
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Mobilità volontaria: diritto all’assegno ad personam
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 20953/2024, ha stabilito che un dipendente pubblico trasferito tramite mobilità volontaria ha diritto a un assegno 'ad personam' per conservare il trattamento economico acquisito. Il principio del divieto di 'reformatio in peius' (peggioramento della condizione economica) prevale, anche dopo le modifiche legislative all'art. 30 del D.Lgs. 165/2001. La mobilità si configura come una cessione del contratto di lavoro, garantendo la continuità giuridica ed economica del rapporto.
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Socio lavoratore subordinato: quando il rapporto è fittizio
A seguito di un accertamento ispettivo, alcuni soci lavoratori di una cooperativa venivano riclassificati come dipendenti subordinati. La società cooperativa ha impugnato tale decisione, ma sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno confermato la natura subordinata del rapporto, basandosi su indici quali la retribuzione fissa, l'assenza di rischio d'impresa e l'eterorganizzazione delle mansioni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso finale della cooperativa, ribadendo che la modalità effettiva di svolgimento della prestazione prevale sulla qualificazione formale del contratto, confermando così lo status di socio lavoratore subordinato.
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Licenziamento orale: prova e limiti del ricorso
La Corte di Cassazione conferma la decisione di merito che aveva ritenuto provato un licenziamento orale ai danni di un autotrasportatore. L'ordinanza ribadisce un principio fondamentale: il giudizio di Cassazione non può riesaminare nel merito le prove e i fatti, ma solo verificare la corretta applicazione della legge. Pertanto, il ricorso dell'azienda, basato su una diversa valutazione delle prove presuntive e testimoniali, è stato respinto in quanto inammissibile.
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Lavoro in nero: la prova testimoniale non basta
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 20804/2024, ha respinto il ricorso di un datore di lavoro sanzionato per l'impiego di due lavoratrici in nero. Il caso verteva sulla valutazione delle testimonianze delle dipendenti, ritenute dalla Corte d'Appello "stereotipate e poco circostanziate" e quindi inidonee a superare la presunzione legale sulla durata del rapporto di lavoro irregolare. La Suprema Corte ha confermato che la valutazione dell'attendibilità delle prove è un compito esclusivo del giudice di merito, non sindacabile in sede di legittimità se la motivazione non è palesemente illogica o apparente.
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Riposo settimanale autisti: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 20794/2024, ha chiarito le regole sul riposo settimanale autisti previste dal Regolamento UE 561/2006. Annullando una decisione della Corte d'Appello, ha stabilito che il calcolo del riposo non si basa su 69 ore in tre settimane, bensì su un totale di 90 ore in due settimane consecutive (o un riposo ridotto da compensare). Il caso è stato rinviato per una nuova valutazione basata su questa corretta interpretazione.
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Riposo settimanale autisti: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 20792/2024, ha accolto il ricorso di due autisti, stabilendo l'errata interpretazione della Corte d'Appello riguardo al calcolo del riposo settimanale autisti. La Corte ha chiarito che, ai sensi del Regolamento CE n. 561/2006, il riposo non può essere calcolato come un totale di 69 ore su tre settimane. La norma europea prevede, nell'arco di due settimane, due riposi ordinari (45 ore) o uno ordinario e uno ridotto (24 ore), con obbligo di compensazione. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Demansionamento e onere della prova: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi di un'azienda e di un suo dipendente in un caso di demansionamento. La Corte ha confermato la condanna dell'azienda al risarcimento del danno, ribadendo che l'onere della prova sull'adempimento dell'obbligo di assegnare mansioni adeguate grava sul datore di lavoro. Inoltre, ha stabilito che l'interpretazione degli accordi collettivi aziendali da parte dei giudici di merito non è sindacabile in sede di legittimità se non per violazione dei canoni legali di ermeneutica.
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Tutela reintegratoria: quando spetta dopo il licenziamento
Un'impiegata viene licenziata per aver stampato documenti personali e fotografato il posto di lavoro. La Cassazione, con l'ordinanza n. 20698/2024, ha stabilito che se la condotta può essere ricondotta a una norma contrattuale che prevede una sanzione conservativa, si applica la tutela reintegratoria (art. 18, c. 4 L. 300/70) e non solo quella indennitaria. La Corte ha cassato la decisione di merito che aveva escluso la reintegrazione, affermando l'illegittimità del licenziamento per sproporzione della sanzione.
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Licenziamento disciplinare: contestazione e prove
Un magazziniere, licenziato per presunto furto di farmaci, ha impugnato il provvedimento sostenendo la genericità della contestazione disciplinare. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento disciplinare, chiarendo che la contestazione è valida se permette al lavoratore di difendersi, anche senza dettagli contabili e temporali precisi. La Corte ha inoltre stabilito che il giudice può basare la sua decisione su una pluralità di elementi, incluse le prove atipiche come un verbale di conciliazione sottoscritto da un terzo.
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Vizio del consenso: quando l’accordo è nullo?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 20429/2024, ha stabilito che per annullare un accordo transattivo per vizio del consenso non è sufficiente il generico timore di perdere il posto di lavoro. La lavoratrice che lamenta di essere stata costretta a firmare deve fornire prove concrete della minaccia e della coazione subita. Nel caso di specie, una lavoratrice aveva firmato quattro accordi in cui si riconosceva l'occasionalità del rapporto, ma la sua richiesta di annullamento è stata respinta perché non ha dimostrato gli elementi specifici della violenza morale, come richiesto dalla legge.
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Compensazione spese legali: quando è legittima?
Una lavoratrice ha citato in giudizio la sua ex datrice di lavoro per omissioni contributive, ottenendo la condanna alla costituzione di una rendita. Entrambe le parti hanno presentato ricorso in Cassazione. La lavoratrice ha contestato la totale compensazione spese legali disposta dal giudice. La Suprema Corte ha rigettato entrambi i ricorsi, confermando che la complessità della causa e l'accoglimento solo parziale delle domande costituiscono ragioni sufficienti a giustificare la compensazione.
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Derogabilità art. 2112 c.c.: la Cassazione decide
Un gruppo di dirigenti medici, esclusi da un trasferimento d'azienda a seguito di una procedura di amministrazione straordinaria, ha fatto ricorso in Cassazione. La Corte ha annullato la precedente sentenza d'appello, la quale aveva erroneamente ritenuto non contestata la questione sulla derogabilità art. 2112 c.c. La Cassazione ha stabilito che la Corte d'Appello ha commesso un errore di omessa pronuncia, non decidendo nel merito la questione centrale della controversia, e ha rinviato il caso per un nuovo esame.
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Diritto buono pasto: sì anche per il turno notturno
Una dipendente di un'azienda sanitaria pubblica ha richiesto il riconoscimento del suo diritto al buono pasto per i turni notturni. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'azienda, confermando che il diritto buono pasto è una misura assistenziale legata alla durata del turno di lavoro (superiore a sei ore), a prescindere che sia diurno o notturno. La Corte ha inoltre ribadito che la prescrizione per questo diritto è decennale e non quinquennale.
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