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Art. 132 Codice di Procedura Civile — Sezione Lavoro Civile

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Altri anni per Art. 132 Codice di Procedura Civile

Termine procedimento disciplinare: cosa succede se scade?
La Corte di Cassazione conferma che la violazione del termine per il procedimento disciplinare previsto da un contratto collettivo comporta l'illegittimità del licenziamento, ma con una sanzione indennitaria anziché la reintegrazione. Nel caso di specie, un'azienda di sicurezza ha licenziato un dipendente superando il termine di 30 giorni. La Corte ha stabilito che tale violazione, essendo di natura procedurale, rientra nella tutela prevista dall'art. 18, comma 6, dello Statuto dei Lavoratori, condannando la società a un'indennità pari a sei mensilità e rigettando sia il ricorso dell'azienda che quello del lavoratore che chiedeva una tutela maggiore.
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Termini impugnazione licenziamento: la Cassazione chiarisce
Un autista ha contestato il licenziamento, l'inquadramento e il mancato pagamento di straordinari. La Cassazione ha stabilito che i termini impugnazione licenziamento di 60 giorni decorrono dalla consegna dell'avviso di giacenza, non dal ritiro della raccomandata. Le richieste su inquadramento e straordinari sono state respinte per mancanza di prove. Tuttavia, la Corte ha annullato la sentenza per omessa pronuncia su altre voci retributive, rinviando il caso alla Corte d'Appello per una nuova valutazione su quel punto specifico.
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Patto di non concorrenza: valido con fisso mensile?
Un lavoratore contesta la validità di un patto di non concorrenza, sostenendo che il corrispettivo mensile fisso in un contratto a tempo indeterminato fosse indeterminato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, affermando che un criterio predeterminato, come una cifra mensile fissa, rende il corrispettivo sufficientemente determinabile, escludendone la nullità. Le altre censure, relative a una penale, sono state dichiarate inammissibili.
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Giustificato motivo oggettivo: quando è pretestuoso?
La Cassazione chiarisce i confini del controllo sul licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Se la ragione organizzativa addotta dall'azienda risulta pretestuosa e non veritiera, il licenziamento è illegittimo e scatta la reintegrazione. Il giudice non valuta la convenienza della scelta, ma la sua effettiva esistenza e il nesso causale con il recesso.
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Controllo agenzie investigative: quando è illegittimo?
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità di un licenziamento basato sulle prove raccolte da un'agenzia investigativa. Il caso riguarda il controllo agenzie investigative sulla prestazione lavorativa di una guardia giurata. La Corte ha stabilito che tale controllo, se volto a verificare l'adempimento della prestazione, viola lo Statuto dei Lavoratori, rendendo le prove inutilizzabili.
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Sanzione disciplinare: modifica postazione e doveri
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di una sanzione disciplinare conservativa (sospensione di tre giorni) inflitta a una lavoratrice per aver modificato unilateralmente la propria postazione di lavoro. La lavoratrice si era difesa sostenendo di aver agito in buona fede e di non conoscere le specifiche norme di sicurezza. La Corte ha stabilito che l'esperienza della dipendente imponeva un dovere di diligenza che esclude la possibilità di alterare macchinari aziendali senza autorizzazione, rendendo irrilevante la non conoscenza della norma specifica.
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Contratti collettivi regionali: limiti del ricorso
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un'amministrazione regionale contro una sentenza d'appello relativa all'inquadramento di alcuni dirigenti. La decisione si fonda sul principio che i contratti collettivi regionali, a differenza di quelli nazionali, non possono essere oggetto di censura diretta in sede di legittimità per violazione o falsa applicazione, se non nei limiti dei vizi di motivazione o violazione delle norme sull'interpretazione dei contratti.
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Eccezioni nuove in appello: quando sono ammesse?
La Corte di Cassazione chiarisce i limiti del divieto di eccezioni nuove in appello nel rito del lavoro. In un caso di differenze retributive, la Corte ha stabilito che la contestazione di un errore di calcolo del giudice non costituisce un'eccezione nuova inammissibile, ma una mera difesa. La sentenza d'appello, che aveva dichiarato l'inammissibilità del gravame, è stata cassata con rinvio.
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Lavoro subordinato: quando il ricorso è inammissibile
Una lavoratrice di call center, dopo una vittoria in primo grado per il riconoscimento del lavoro subordinato, ha visto la sua domanda rigettata in appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il suo successivo ricorso, sottolineando che il suo ruolo non è riesaminare i fatti, ma solo verificare specifici vizi di legittimità, come l'omesso esame di un fatto storico decisivo.
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Spese di lite parte contumace: no condanna in favore
Un gruppo di pensionati si opponeva a una condanna alle spese di lite a favore dell'ente previdenziale, nonostante quest'ultimo fosse rimasto contumace nel giudizio d'appello. La Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che non si possono liquidare le spese di lite alla parte contumace, cassando la sentenza impugnata su questo punto specifico.
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Licenziamento disciplinare: prova e limiti del ricorso
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un istituto di credito contro la sentenza che aveva annullato un licenziamento disciplinare. Il caso riguardava una dipendente accusata di aver diffuso un documento riservato. La Corte ha ribadito che il giudizio di Cassazione non può riesaminare i fatti, ma solo verificare la corretta applicazione della legge. La decisione della Corte d'Appello, che aveva ritenuto non provata la condotta della lavoratrice, è stata quindi confermata in quanto basata su una valutazione di merito non sindacabile in sede di legittimità.
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Prova presuntiva: la Cassazione sul nesso causale
Una società di ingegneria ha citato in giudizio un suo ex dirigente per ottenere il risarcimento dei danni, sostenendo che quest'ultimo avesse ricevuto una tangente da una società di consulenza pagata dalla stessa azienda. Le corti di merito avevano respinto la domanda per mancanza di prova certa sul nesso causale tra la condotta del dirigente e il danno. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, affermando che la corte d'appello ha errato nel richiedere una prova certa. Per la prova presuntiva, infatti, non è necessaria un'inferenza assoluta, ma è sufficiente un giudizio di alta probabilità basato sulla valutazione complessiva di tutti gli indizi (gravi, precisi e concordanti). Il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Licenziamento disciplinare: la nota spese falsa basta
Una dipendente pubblica veniva licenziata per aver presentato note spese falsificate al fine di ottenere rimborsi non dovuti. La lavoratrice ha impugnato il licenziamento lamentando vizi procedurali e sproporzione della sanzione. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento disciplinare, stabilendo che una condotta fraudolenta di questo tipo rompe in modo irreparabile il vincolo di fiducia con il datore di lavoro, giustificando la massima sanzione.
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Assenza ingiustificata: licenziamento legittimo
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento di una dirigente medico per un'assenza ingiustificata di oltre 185 ore. La lavoratrice aveva giustificato le assenze, dovute a presunta partecipazione a corsi formativi, con una semplice autocertificazione, ritenuta insufficiente. La Corte ha stabilito che una prassi aziendale non può derogare alle previsioni del contratto collettivo che richiedono idonea documentazione, respingendo tutti i motivi di ricorso, inclusi quelli procedurali e sulla proporzionalità della sanzione.
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Responsabilità PA errore dati: chi paga il conto?
La Corte di Cassazione ha stabilito la responsabilità di una PA per un errore nei dati trasmessi a un ente previdenziale, che ha causato un'erogazione pensionistica indebita. L'ente, non potendo recuperare la somma dal pensionato in buona fede, ha agito con successo contro l'amministrazione. La Corte ha chiarito che l'azione legale per l'accertamento del credito è ammissibile, indipendentemente dalle procedure di compensazione finanziaria tra enti pubblici, confermando la piena responsabilità PA errore dati.
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Inquadramento dipendente pubblico: il caso CONI
La Cassazione conferma il diritto di un ex dipendente CONI, passato a un'altra P.A., al corretto inquadramento dipendente pubblico. L'inquadramento deve basarsi sulle tabelle di corrispondenza dei CCNL e non sulla mera comparazione delle mansioni. Il ricorso dell'amministrazione è stato dichiarato inammissibile.
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Deposito ricorso cassazione: onere della prova e termini
Un'azienda sanitaria vede il suo ricorso dichiarato improcedibile per tardivo deposito ricorso cassazione. La Corte sottolinea che l'onere di provare la data dell'ultima notifica, per il calcolo dei termini, spetta al ricorrente. La mancata prova del fallimento di una prima notifica rende irrilevante una successiva rinnovazione.
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Sanatoria pubblico impiego: no per chi è in pensione
Un dipendente pubblico, assunto provvisoriamente come dirigente a seguito di un'ordinanza giudiziaria e successivamente andato in pensione, si è visto negare dalla Corte di Cassazione l'applicazione di una successiva legge di sanatoria pubblico impiego. La Corte ha basato la sua decisione su un duplice fondamento: l'esistenza di un precedente giudicato sulla stessa questione e, in ogni caso, l'impossibilità di applicare la norma a personale non più in servizio al momento della sua entrata in vigore.
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Lavoro subordinato docenti: la disponibilità è decisiva
La Corte di Cassazione ha stabilito che le ore in cui i docenti restano a disposizione della scuola, anche senza svolgere attività didattica, sono un elemento decisivo per qualificare il rapporto come lavoro subordinato. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dei docenti, cassando la precedente sentenza della Corte d'Appello e rinviando il caso per un nuovo esame basato su questo principio. L'accoglimento di questo motivo ha reso superfluo l'esame delle altre censure sollevate.
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Perequazione pensione: no al blocco per le integrative
Un ex dipendente ha citato in giudizio un istituto bancario per ottenere l'adeguamento della sua pensione integrativa al costo della vita. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 21572/2024, ha confermato la decisione dei giudici di merito, stabilendo che il blocco della perequazione pensione, previsto dalla L. 449/1997, si applica esclusivamente alle pensioni pubbliche obbligatorie e non a quelle integrative aziendali, che hanno natura retributiva. La Corte ha rigettato sia il ricorso della banca sia quello incidentale del pensionato relativo alla compensazione delle spese legali, ritenuta giustificata da un pregresso contrasto giurisprudenziale.
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