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Art. 1223 Codice Civile — Anno 2022

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159 provvedimenti

Altri anni per Art. 1223 Codice Civile

Occupazione senza titolo: risarcimento negato senza prove
Gli eredi di un proprietario terriero hanno chiesto al Comune il risarcimento per l'occupazione e la trasformazione di un loro terreno. I proprietari pretendevano che il risarcimento fosse calcolato sul valore del terreno dopo una successiva lottizzazione e chiedevano i danni per l'occupazione senza titolo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. La Corte ha stabilito che il risarcimento per la perdita della proprietà si calcola al momento della trasformazione irreversibile del bene. Inoltre, il danno da occupazione senza titolo non è automatico (in re ipsa), ma richiede che il proprietario provi concretamente di aver perso un'occasione di guadagno, come la vendita o l'affitto del bene, anche tramite semplici indizi. Il Comune ha quindi vinto la causa.
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Responsabilità professionale del notaio: il caso del credito IVA
Una società di ristorazione ha citato in giudizio un professionista per accertare la responsabilità professionale del notaio. Il professionista aveva autenticato un contratto di cessione di un credito IVA senza informare l'acquirente che tale credito non era detraibile né cedibile. I giudici di merito hanno inizialmente rigettato la domanda, ma la Corte d'Appello ha rilevato profili di colpa nella condotta del professionista. La Corte di Cassazione, rilevando la particolare importanza della questione di diritto legata ai doveri informativi del professionista in materia di cessioni di crediti fiscali, ha deciso di non definire subito la controversia in camera di consiglio. Con l'ordinanza interlocutoria, la Suprema Corte ha rimesso la causa alla pubblica udienza per una trattazione approfondita.
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Indennità di vestiario: perché il risarcimento non è automatico
Alcuni agenti di polizia municipale hanno fatto causa al proprio Comune per ottenere l'indennità di vestiario e il risarcimento dei danni a causa del ritardo nella consegna delle divise di servizio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori, confermando le decisioni dei giudici di merito. La Suprema Corte ha stabilito che la mancata fornitura delle divise costituisce un inadempimento da parte del datore di lavoro, ma non fa scattare automaticamente il diritto al risarcimento o all'indennità di vestiario. Per ottenere il risarcimento, il dipendente deve dimostrare concretamente di aver subito un danno economico, come la spesa per l'acquisto di abiti sostitutivi o l'usura dei propri vestiti civili. In mancanza di prove specifiche sul danno subito, la richiesta di risarcimento non può essere accolta, né si può ricorrere alla valutazione equitativa del giudice.
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Risarcimento danni per diffamazione: la smentita non basta
Un noto editore è stato condannato a pagare il risarcimento danni per diffamazione a un medico e a un'associazione di ricerca, a causa di un articolo lesivo della loro reputazione. L'editore ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo che la pubblicazione, il giorno successivo, di un secondo articolo contenente la smentita degli interessati dovesse azzerare o ridurre il danno. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la pubblicazione di una rettifica non comporta una riduzione automatica del risarcimento. La rettifica può solo evitare il protrarsi degli effetti lesivi, ma non cancella il danno già subito con la prima pubblicazione. L'editore perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Occupazione senza titolo: risarcimento automatico o da provare?
Un'impresa immobiliare acquista all'asta un fabbricato, ma non riesce a disporne per anni a causa dell'occupazione parziale da parte di un privato. L'impresa chiede il risarcimento dei danni, ma la Corte d'Appello rigetta la domanda per mancanza di prove concrete, escludendo che il danno da occupazione senza titolo sia automatico. La Corte di Cassazione, rilevando un profondo contrasto tra i giudici sulla natura di questo danno (se sia implicito nel fatto stesso o vada rigorosamente provato), decide di rimettere la questione al Primo Presidente per l'assegnazione alle Sezioni Unite. L'obiettivo è stabilire una regola chiara e uniforme sull'onere della prova in caso di occupazione abusiva di un immobile.
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Retribuzione globale di fatto: sì agli aumenti post-licenziamento
Un lavoratore, licenziato illegittimamente e poi reintegrato, ha chiesto il pagamento degli incrementi retributivi e dei premi aziendali maturati durante il periodo di estromissione. I giudici di merito hanno respinto la domanda, calcolando il risarcimento solo sulla paga percepita al momento del licenziamento. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che la retribuzione globale di fatto deve includere tutti gli aumenti e i compensi continuativi che il dipendente avrebbe percepito se avesse lavorato. La sentenza è stata cassata con rinvio per verificare la natura collettiva e non occasionale dei premi richiesti.
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Risarcimento del danno: rivalutazione e interessi sono cumulabili
Una società acquirente contesta la qualità di una fornitura di materiali e richiede il risarcimento del danno alla società venditrice, la quale chiama in causa la società produttrice. La Corte d'appello riconosce il risarcimento del danno e la rivalutazione monetaria, ma omette di decidere sugli interessi compensativi richiesti dall'acquirente. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'acquirente, stabilendo che nel debito di valore, come quello da risarcimento, spettano sia la rivalutazione monetaria sia gli interessi compensativi. Questi ultimi servono a compensare il ritardo nel pagamento e non si sovrappongono alla rivalutazione, avendo funzioni diverse. La sentenza viene cassata con rinvio per la liquidazione degli interessi.
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Demansionamento: risarcito il lavoratore inattivo ma senza ferie
Un giornalista ha fatto causa alla propria azienda per demansionamento, lamentando di essere stato lasciato in totale inattività. La Corte d'Appello ha condannato l'azienda al risarcimento del danno alla professionalità e del danno biologico. L'azienda ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo di aver offerto incarichi adeguati e contestando l'uso della prova presuntiva. Anche il lavoratore ha presentato ricorso incidentale per ottenere l'indennità sostitutiva delle ferie non godute. La Corte di Cassazione ha rigettato entrambi i ricorsi. Ha confermato che l'inattività prolungata giustifica il risarcimento del danno tramite presunzioni. Ha inoltre stabilito che il lavoratore non ha diritto all'indennità per le ferie se aveva il potere di autodeterminarle e ha scelto liberamente di non fruirne.
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Aliunde perceptum: l’azienda paga tutto senza sconti
Un lavoratore ha chiesto il pagamento delle retribuzioni dovute per il periodo di mancato ripristino del rapporto di lavoro, dopo che il trasferimento del suo ramo d'azienda era stato dichiarato illegittimo. L'Azienda si è opposta, pretendendo di sottrarre dalle somme dovute l'indennità di disoccupazione percepita dal dipendente, invocando l'istituto dell'aliunde perceptum. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, confermando che le somme erogate dal sistema di sicurezza sociale non possono essere detratte a titolo di aliunde perceptum dal risarcimento del danno. Tali indennità assistenziali non derivano da un'altra attività lavorativa ma dallo Stato, e l'eventuale restituzione riguarda solo l'ente previdenziale. Vince il lavoratore, che mantiene il diritto all'intero risarcimento.
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Qualificazione del rapporto di lavoro: risarcimento senza limiti
La Corte di Cassazione ha confermato la natura subordinata del rapporto di lavoro di un programmista regista, originariamente inquadrato con contratti autonomi. I giudici hanno stabilito che la corretta qualificazione del rapporto di lavoro come subordinato a tempo indeterminato fin dall'inizio esclude l'applicazione del tetto risarcitorio previsto dal Collegato Lavoro. Al lavoratore spetta quindi il risarcimento integrale dei danni calcolato secondo le regole generali sulla mora del creditore, a partire dalla data di formale messa in mora. L'Azienda datrice di lavoro è stata condannata al ripristino del rapporto e al pagamento di tutte le retribuzioni maturate, oltre alle spese di giudizio.
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Perdita di chance: rinuncia al ricorso costa 10 milioni
Una società di costruzioni e due partner immobiliari firmano un accordo per partecipare a una gara pubblica, impegnandosi a collaborare. Dopo l'esclusione provvisoria, avviano un ricorso al TAR. Tuttavia, la società di costruzioni rinuncia unilateralmente alla causa, provocando l'estinzione del giudizio e impedendo la partecipazione del gruppo. I partner avviano un arbitrato accusando la società di inadempimento e violazione della buona fede. Il collegio arbitrale condanna il costruttore a risarcire dieci milioni di euro per la perdita di chance di vittoria. La Corte d'Appello conferma la decisione. La Corte di Cassazione rigetta definitivamente il ricorso della società di costruzioni: i giudici di legittimità non possono rivalutare il merito della decisione arbitrale se motivata correttamente. Il costruttore perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Risarcimento danni da doppia alienazione: serve la prova
Una società stipula un contratto preliminare per acquistare un immobile dal proprietario. Quest'ultimo, tuttavia, vende lo stesso bene a due suoi nipoti, che trascrivono l'acquisto prima della trascrizione della domanda giudiziale della società. La società chiede il risarcimento danni da doppia alienazione ai terzi acquirenti per aver cooperato nell'inadempimento del venditore. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che la responsabilità dei terzi acquirenti è di natura extracontrattuale e richiede la prova rigorosa di un danno concreto. Poiché la società aveva già ottenuto il doppio della caparra dal venditore e non ha dimostrato ulteriori perdite concrete, non ha diritto a un ulteriore indennizzo.
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Rivalutazione monetaria: dopo 40 anni il Comune paga il vero danno
L'Amministrazione Comunale occupò d'urgenza nel 1972 un terreno privato per costruire una scuola, senza mai emettere il decreto di esproprio. I Proprietari chiesero il risarcimento del danno per la perdita del bene. Dopo decenni di causa, la Corte d'Appello determinò il danno detraendo i costi di urbanizzazione, ma omise di applicare la rivalutazione monetaria sul credito risarcitorio, fermo al valore del 1983. Gli Eredi si sono rivolti alla Corte di Cassazione. I Giudici hanno accolto il ricorso, stabilendo che il risarcimento da illecito è un debito di valore e richiede sempre la rivalutazione monetaria d'ufficio per ripristinare il patrimonio del danneggiato. Decidendo nel merito, la Cassazione ha condannato il Comune al pagamento di oltre 402.000 euro, comprensivi di rivalutazione e interessi compensativi.
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Responsabilità professionale dell’avvocato: ipoteca e danno reale
Gli eredi di un creditore hanno promosso un giudizio per accertare la responsabilità professionale dell'avvocato che li assisteva. Il legale aveva omesso di trascrivere la domanda di azione revocatoria nei registri immobiliari. Nel corso della causa, il debitore ha venduto l'immobile a un terzo acquirente. I giudici di merito avevano rigettato la richiesta di risarcimento, ritenendo che l'esistenza di un'ipoteca sul bene escludesse qualsiasi danno effettivo per il creditore. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato questa decisione. I giudici hanno stabilito che la semplice presenza di un'ipoteca non cancella automaticamente il danno. Il giudice deve compiere una valutazione prognostica per verificare l'effettivo debito residuo garantito dall'ipoteca. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Responsabilità professionale del commercialista: no a danni automatici
Una società finanziaria e la sua amministratrice hanno fatto causa a un commercialista e a una società di servizi, chiedendo il risarcimento dei danni per la cancellazione dall'albo degli operatori finanziari e per sanzioni ricevute. Secondo le ricorrenti, i professionisti non avevano effettuato le dovute comunicazioni alla Banca d'Italia e alla Camera di Commercio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Corte ha confermato che la responsabilità professionale del commercialista non poteva sussistere, poiché l'incarico scritto non comprendeva tali adempimenti. Inoltre, i giudici hanno ribadito che il danno all'immagine e la perdita di guadagno non sono automatici (in re ipsa), ma vanno concretamente provati. La società finanziaria ha perso la causa ed è stata condannata a pagare le spese legali.
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Previdenza complementare: no al rimborso diretto al lavoratore
Tre lavoratori hanno fatto causa al proprio datore di lavoro e all'azienda committente per ottenere la restituzione delle somme trattenute in busta paga e mai versate al fondo di previdenza complementare a cui avevano aderito. Dopo aver revocato la delega al versamento, i dipendenti pretendevano il pagamento diretto di tali importi. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta dei lavoratori, stabilendo che le somme destinate alla previdenza complementare hanno natura previdenziale e non retributiva. Di conseguenza, il lavoratore non ha diritto a ricevere direttamente queste somme, ma può solo pretendere che il datore di lavoro le versi al fondo pensionistico o, in alternativa, chiedere il risarcimento del danno subito.
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Risarcimento danni da ritardo: il rischio d’impresa
Il Produttore agricolo ha chiesto il risarcimento danni da ritardo all'Agenzia pubblica per la tardiva comunicazione delle quote di coltivazione del tabacco, che gli ha impedito di ottenere il premio comunitario. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione d'appello, dichiarando inammissibile il ricorso del Produttore. I giudici hanno chiarito che la violazione dell'obbligo di comunicazione tempestiva da parte dell'Agenzia non genera un risarcimento danni da ritardo automatico (danno in re ipsa). Il coltivatore deve dimostrare il danno concreto, escludendo che le perdite derivino dal normale rischio d'impresa, il quale interrompe il nesso causale tra il ritardo della Pubblica Amministrazione e il danno lamentato.
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Risarcimento danni per ritardo: burocrazia lenta senza indennizzo
Un coltivatore ha chiesto il risarcimento danni per ritardo all'Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura a causa della tardiva comunicazione delle quote di coltivazione del tabacco, che gli ha impedito di ricevere un premio comunitario. Il Tribunale ha accolto la domanda, ma la Corte d'Appello ha ribaltato la decisione. La Corte di Cassazione ha confermato la pronuncia d'appello, dichiarando inammissibile il ricorso del coltivatore. I giudici hanno stabilito che il ritardo della Pubblica Amministrazione non genera un danno automatico. Spetta sempre al danneggiato dimostrare il danno concreto e il nesso di causalità, poiché l'attività agricola comporta un intrinseco rischio d'impresa che esclude automatismi risarcitori.
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Inadempimento obblighi informativi: la banca perde e risarcisce
Due risparmiatori acquistano obbligazioni argentine e del gruppo Cirio tramite un istituto di credito. Successivamente, i clienti agiscono in giudizio lamentando l'inadempimento obblighi informativi da parte della banca, che non aveva adeguatamente segnalato la rischiosità dei titoli. La Corte d'Appello condanna la banca al risarcimento del danno, quantificato sottraendo al prezzo di acquisto le cedole riscosse e il valore residuo dei titoli. La banca ricorre in Cassazione contestando la quantificazione del danno. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile poiché le contestazioni riguardano profili esecutivi e non colgono la reale motivazione della sentenza impugnata. La banca perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Risarcimento danni per mancata assunzione: l’azienda paga ancora
Un lavoratore ottiene una sentenza definitiva che riconosce il suo diritto all'assunzione e al risarcimento dei danni fino al 2008. Poiché l'azienda continua a non assumerlo, il lavoratore avvia una nuova causa per chiedere il risarcimento danni per mancata assunzione per il periodo successivo, dal 2008 al 2011. La Corte d'Appello condanna l'azienda al pagamento di oltre 85.000 euro. L'azienda ricorre in Cassazione, sostenendo che il risarcimento non potesse estendersi oltre la prima sentenza. La Suprema Corte respinge il ricorso: l'inadempimento dell'azienda è continuato nel tempo e, non essendo ammissibili condanne per danni futuri non ancora verificatisi, il lavoratore doveva necessariamente proporre una nuova azione giudiziaria per tutelare i propri diritti.
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